Massimo Giletti: “Voglio finire la mia carriera in Rai. Su Mussolini abbiamo il diritto di fare domande scomode”

A Fanpage.it Massimo Giletti annuncia di voler chiudere la sua carriera in Rai e anticipa la docu-inchiesta su Mussolini: “Sono passati ottant’anni, abbiamo il diritto di fare domande scomode”.
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Lunedì 8 giugno alle 21.15 su Rai 3 va in onda Mussolini – Le verità nascoste, la docu-inchiesta firmata da Massimo Giletti che riapre uno dei capitoli più oscuri della storia italiana: gli ultimi tre giorni di vita del Duce, dal 25 aprile al 28 aprile 1945, da Milano a Dongo. Una produzione che non si limita a ripercorrere la versione ufficiale, ma porta alla luce documenti inediti, testimonianze mai ascoltate e interrogativi rimasti senza risposta per ottant'anni.

Il carteggio segreto tra Mussolini e Winston Churchill, mai ritrovato, e la visita misteriosa del premier britannico in quella zona quattro mesi dopo la fine della guerra, sotto falso nome, con 26 uomini al seguito. Il mitra Mas 38 con cui fu eseguita la condanna a morte, sparito in Albania in una valigia diplomatica e rimasto lì per decenni. L'oro di Dongo, centinaia di milioni di lire e chili d'oro scomparsi insieme ai due partigiani che ne avevano fatto l'inventario, eliminati perché sapevano troppo. E una testimonianza inedita che riapre la questione su chi premette davvero il grilletto.

Giletti ha raccontato a Fanpage.it cosa vedremo nella serata evento e perché, a ottant'anni dalla fine del fascismo, certe domande non hanno ancora una risposta. Ma ha anche fornito qualche indizio sul suo futuro: "Io penso che la mia vita televisiva spero di finirla in Rai, perché è sempre stata la mia casa, sono nato qui. Sono fiducioso che magari già la prossima settimana, o comunque entro fine giugno, si possa trovare un accordo importante". 

Che cosa vedremo questa sera?

È un'avventura totalmente diversa, non c'è uno studio televisivo: è una novità dal punto di vista delle modalità di racconto. È un girato che viaggia nei luoghi degli interrogativi che non sono ancora stati risolti sulle ultime ore di Benito Mussolini. La domanda di fondo che mi sono posto è: sono passati 80 anni dalla caduta del fascismo, ma davvero conosciamo tutta la verità sulla fine di Mussolini? Perché ci sono testimonianze contrastanti, documenti spariti, carte segrete che noi apriamo e che raccontano verità abbastanza incredibili.

Possiamo dire verità scomode?

Sicuramente. Si parlerà dei giorni di Dongo. Il focus è: cosa succede a Benito Mussolini una volta che parte da Milano e arriva a Dongo? Quei tre giorni, dal 25 aprile al 28, in cui viene ucciso ufficialmente alle 16:10. Che cosa succede davvero? Che ruolo ha avuto, per esempio, Churcill?

Ecco. Che ruolo ha avuto?

Esistevano documenti importanti tra lui e Churchill che i servizi segreti inglesi volevano avere a tutti i costi. Per esempio, perché Churchill, a settembre del '45, e quindi quattro mesi dopo la fine della guerra in Italia, si reca proprio in quella zona col capo dei servizi segreti, sotto falso nome, con ventisei uomini? Ufficialmente dice di andare a dipingere.

E invece?

Noi abbiamo trovato delle carte che riguardano Churchill e i motivi dell'interesse dei servizi segreti inglesi sui documenti che Mussolini aveva con sé.

Il famoso carteggio Churchill-Mussolini è una leggenda, ma non è mai stato trovato.

È vero, non è mai stato trovato. La domanda giusta è: è esistito davvero? E se è esistito, chi l'ha preso? Eppure, ne esistevano più copie. Ti do una piccola anticipazione: ho intervistato Edda Mussolini, la nipote, che è cresciuta con Rachele. E lei dice, commossa, che la nonna tutte le sere pregava per Claretta Petacci. E dice: "Non sapevo chi fosse. Ho scoperto negli anni che era Claretta Petacci e chiesi poi alla nonna: ma come mai? Lei rispose: in fondo è morta con lui, vuol dire che l'amava". C'è quindi tutto un racconto umano e un'analisi di documenti, testimonianze, recupero di materiale di cineteca fortissimo.

Nel documentario mostrerete anche il mitra dell'esecuzione.

Nella versione ufficiale, Mussolini viene ucciso davanti al cancello di Villa Belmonte a Giulino di Mezzegra il 28 aprile. Il mitra con cui viene ucciso non era quello di Walter Audisio, perché il mitra di Audisio si inceppa. Quindi Audisio chiede il mitra a tale Michele Moretti, ed è il Mas 38, il mitra che esplode i colpi. Un mitra nascosto in Albania. E come ci arriva? Ci arriva nel 1957 in una valigia diplomatica, quindi in via segreta, portato da Edip Cuci, che era il capo della missione diplomatica romano-albanese.

Perché in Albania?

I partigiani avevano paura delle indagini della Corte d'Appello di Milano, che stava cercando di capire come erano stati uccisi Claretta Petacci e Mussolini e dove era finito il famoso oro di Dongo. Quel mitra poteva essere una prova, era meglio farlo sparire. I più comunisti di tutti erano gli albanesi: il Partito Comunista decide di portarlo lì, e lì è rimasto. (nel video, anticipato da Fanpage.it, vediamo il pacchetto con su scritto "Mussolini" che viene aperto e svela il mitra, ndr).

E l'oro di Dongo?

È un punto importante. Stiamo parlando di almeno 500 milioni di lire dell'epoca, e chili e chili d'oro. Noi raccontiamo la storia del capitano Neri e della partigiana Gianna, che avevano fatto l'inventario dell'oro di Dongo e poi sparirono nel nulla. Il capitano Neri era il comandante della 52ª Brigata, non era uno qualunque. E la partigiana Gianna sapeva il fatto suo. Noi facciamo il nome del gruppo di partigiani che li ha ammazzati.

Perché vengono eliminati?

Perché sapevano troppo. Abbiamo una testimonianza in cui il segretario personale di Palmiro Togliatti racconta che un giorno Togliatti lo avvicinò e, sussurrandogli all'orecchio, gli disse: "Guarda che non facciamo troppe domande su chi ha ammazzato Mussolini, perché la verità è un'altra: non fu Walter Audisio, noto come Colonnello Valerio, ma fu un altro partigiano, Aldo Lampredi." Sentirlo dire è interessante: era il segretario del Partito Comunista che lo diceva al suo segretario personale.

Non temi l'accusa di revisionismo?

Sarebbe una follia. Quello che è successo, i crimini di Mussolini, la morte di centinaia di migliaia di italiani, non si possono cambiare. Ma io penso che dopo ottant'anni si possano sollevare dei dubbi. Tra l'altro chiederò a Michele Santoro, che sarà nello speciale insieme a Bruno Vespa, proprio perché non si è fatta una Norimberga italiana. Io non sono un revisionista, ma un processo di quella portata avrebbe costretto tutti noi, tutti gli italiani, a fare un esame di coscienza. C'è quella frase famosa di Churchill: "Prima della caduta del duce, 40 milioni di italiani erano fascisti. Dopo la morte del duce, 40 milioni erano comunisti. Ma in Italia non ci sono 80 milioni di persone." Sono passati ottant'anni. Possiamo porci delle domande scomode e cercare di rispondere a interrogativi ai quali nessuno fino a oggi ha risposto. E abbiamo uno storico importante di sinistra che ci guida in questo viaggio, Gianni Oliva, e poi c'è Roberto Festorazzi, che è uno studioso che invece ha la convinzione che tante cose non siano andate come ci hanno raccontato. La domanda è: chi è che ha sparato davvero? Queste domande, che poi sono un viaggio, non possono avere nessun intento di revisionismo.

Questo speciale chiude simbolicamente la tua stagione dopo "Lo Stato delle Cose". Sei felice?

Quasi il 7% di media. Direi che è stato un grande successo.

E ora? Resti in Rai o ti guardi già intorno?

Io penso che la mia vita televisiva spero di finirla in Rai, perché è sempre stata la mia casa, sono nato qui. Sono fiducioso che magari già la prossima settimana, o comunque entro fine giugno, si possa trovare un accordo importante.

Mentana al Festival di Dogliani ha sollevato un tema sull'equilibrio editoriale a La7. 

Era un problema che ho vissuto in prima persona, quello che racconta Mentana. Io ero l'unico che invitava Meloni e Salvini a La7. Mi ricordo una riunione importante col presidente Cairo, presenti tutti i conduttori di punta, tra il 2018 e il 2019, in cui Cairo pose proprio il problema: "Cerchiamo di essere un po' più larghi di vedute." Do ragione a Mentana. Cairo e il direttore Salerno, con quella scelta, hanno portato La7 a diventare una roccaforte, e numericamente ha pagato. Ma con questo scenario politico, l'informazione deve essere corretta ed equilibrata, altrimenti è sempre di parte. E questo non è l'optimum. Mentana ha sollevato un problema che esisteva già quando sono arrivato io. Salerno ha costruito una roccaforte di sinistra che ha pagato come numeri, ma io credo che il giornalismo debba tentare di essere super partes. Un giornalismo schierato paga numericamente, però non so se sia corretto. Quindi, ripeto, la vedo e la penso come Enrico Mentana.

Sul caso Garlasco: si è trasformato in una guerra tra poli mediatici. Che cosa pensi?

È una deriva pericolosa, che rischia di far perdere la credibilità. Il rischio più grande è che si trasformi tutto in una telenovela dove alla fine ci si dimentica che c'era una ragazza che si chiamava Chiara Poggi, che è stata massacrata da qualcuno. L'obiettivo è capire chi è stato, non diventare personaggi e crearsi un indotto sparando false verità su un tema così delicato. Si perde sempre di vista il fatto che in questa vicenda c'è una ragazza che è morta.

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