Marco D’Amore e Toni Servillo: “Nella crudeltà siamo tutti sfollati, l’indifferenza delle Istituzioni è inaccettabile”

Caracas è uscito al cinema il 29 febbraio. “Nella crudeltà ci si sente sfollati, oggi assistiamo alla vera disumanizzazione dell’uomo”, dice Toni Servillo. “Episodi di violenza e indifferenza delle Istituzioni, bisogna rispondere con una lotta pacifica”, aggiunge il regista Marco D’Amore. Insieme sul set, a 25 anni dal primo incontro. Ecco l’intervista video nella redazione di Fanpage.it.
A cura di Eleonora D'Amore
102 CONDIVISIONI
Immagine

È uscito al cinema il 29 febbraio, ma Caracas è destinato a restare nella testa delle persone ancora per molto. In primis perché questo terzo film di Marco D'Amore racconta della sua urgenza di tornare dietro la macchina da presa dopo la chiusura del capitolo Gomorra e dopo aver salutato definitivamente il personaggio dell'immortale Ciro Di Marzio. Valore aggiunto è anche l'aver ritrovato il maestro di teatro Toni Servillo, con il quale ha esordito a soli 18 anni nella compagnia che gli ha fatto scoprire l'amore per la recitazione.

Caracas, tratto dal romanzo di Ermanno Rea dal titolo Napoli Ferrovia, è un lungometraggio sospeso tra sogno e realtà, dove la dimensione onirica vuole espressamente impedire allo spettatore di avere una percezione univoca di questo militante di estrema destra che a un certo punto della vita non riesce più a sentirsi occidentale e vuole convertirsi all'Islam. Giordano Fonte lo accompagnerà all'inferno, scoprendo anche il suo, analizzando da vicino l'origine di tutta la violenza che infesta i vicoli della ferrovia e l'anima dell'umanità intera. Una guerra tra gli ultimi della terra, orfani di un senso di comunità che, nella sua assenza, li rende incapaci di salvarsi da soli.

Partiamo dai personaggi: chi sono Caracas e Giordano Fonte?

D'Amore: Sono due esseri umani decisamente agli antipodi. Caracas è stato un ragazzo che per ideologia politica ha militato nell'estrema destra e poi a un certo punto della sua vita dice di non potersi più definire occidentale. E, come dicono i musulmani, ritorna all'Islam. Oltre a questo, è un uomo dai sentimenti estremi, dalle vedute fanatiche che si ripercuotono non solo nella scelta politica, in questo desiderio di spiritualità, ma anche nell'amore.

Servillo: Dimentichiamo sempre di dire, a proposito di Caracas, che è anche un paladino degli ultimi, un aspetto che orienta molto il suo comportamento e probabilmente è una delle ragioni che incuriosiscono questa vecchia cariatide comunista, come si definisce Rea stesso nel libro, che torna a Napoli perché deve ricevere un premio. L'incontro con Caracas lo fa diventare una macchina dei sogni, spostando il tempo nelle direzioni più arbitrarie, mettendolo in una condizione di viaggio anche interiore, dentro se stesso, per cui a un certo punto i due, pur essendo così distanti, finiscono per avere una paradossale amicizia che li rende l'uno necessario all'altro.

Come convergono e si scontrano il fanatismo politico e religioso in questo film?

D'Amore: Il tema del fanatismo si riverbera in tutto il film. Questo secondo me racconta anche di grandi sentimenti e di forti motivazioni che spingono i personaggi. Caracas verso derive, soprattutto quella giovanile legata a questo mondo di estrema destra, fatto di valori assoluti che non prevedono dubbi, fatto di una violenza verso verso l'altro che è visto sempre costantemente come un nemico, un invasore, come un intruso del proprio territorio.

Quando l'estremismo travolge anche la fede, Giordano Fonte lo richiama a se stesso e gli urla "Conta solo quello che senti".

Servillo: Sì, questo è uno dei momenti in cui la loro relazione si fa più intima. Il posto nel mondo che questi personaggi occupano con più coscienza di sé, più capacità di definirsi, è quello in cui avvertono di aver dato una mano a qualcuno o di essere stati aiutati da qualcuno contro qualsiasi ideologia che vorrebbe programmare l'aiuto senza sentirlo.

Intorno c'è una Napoli che è una rappresentazione universale, un mondo in cui convergono tutte le persone che sono alla ricerca di un centro, di una casa. Com'è percepita oggi Napoli?

D'Amore: C'è una parte di Paese che intercetta Napoli come una possibilità di resistenza a un certo tipo di omologazione e dall'altra c'è un sentimento respingente perché nella cronaca, così come nell'arte piuttosto che nella cultura o nella politica, Napoli è sempre costantemente in primo piano. Mi rendo conto che questa percezione della città può essere ingombrante.

L'abbiamo visto anche a Sanremo quest'anno, no?

D'Amore: Beh, certo, anche quello.

Servillo: Io ho la sensazione, rispetto ad altre città italiane, che qui ci sia ancora un popolo. Popolo che offre o la possibilità di scomparire in un anonimato confortevole oppure di avvertire una sorta di generosa solidarietà che non si avverte in altre città. Io sono molto innamorato di Napoli e lo dico senza pudore. Mi è capitato una volta di passeggiare a Spaccanapoli e di chiedermi "ma perché sono così contento?". Al di là che era una bella giornata, sentivo in sottofondo una frase che mi dava una spiegazione ed era "Avimma campà tutt quant" (Dobbiamo vivere tutti, ndr). È la sensazione che ci sia spazio per tutti che, rispetto alla fatica di campare, esiste una possibilità di solidarietà, di stare insieme.

Giordano Fonte torna in una Napoli che non riconosce. Una Napoli che viene descritta materna, un grembo che accoglie bambini incattiviti dall'essere stati abbandonati, ma a un certo punto si sentenzia "però è cambiata". Com'è cambiata?

D'Amore: Quello che sento io oggi della città è di un suo progressivo fare i conti con i tempi che cambiano, riuscendo però strenuamente a rimanere attaccata a certi tradizioni. Resto impressionato dal fatto che ci sono adolescenti che nel 2024 conoscono una battuta di una commedia di Eduardo o una canzone del repertorio classico napoletano, sanno chi era Viviani, conoscono alcuni interpreti più moderni come Troisi e Pino Daniele. Secondo me questo è proprio un tesoro culturale che senza alcun merito riceviamo da questa città e che forse in questo senso ci rende davvero unici.

"Nella crudeltà non esiste ordine, non esiste patria, nessun tipo di padre", si sente dire rispetto scene di violenza che tracciano un solco nell'animo di Caracas. Vi chiedo: siamo tutti un po' orfani di un'umanità che latita?

Servillo: Nella crudeltà ci si sente sfollati. È il problema più grosso che ci troviamo ad affrontare, la disumanizzazione dell'uomo. Credo sia uno dei compiti a cui l'arte è chiamata con maggiore responsabilità. Ora che si parla tanto anche di intelligenze artificiali, di macchine che sostituiscono gli uomini, che si assiste alla reificazione dei rapporti sempre più accelerata dal vendere per comprare, comprare per vendere, vendere per comprare, comprare per vendere. Le società che offrono un modello che è quasi esclusivamente imitativo e imitare significa imitare i desideri degli altri. Secondo una regola che è ancora una volta quella di vendere per comprare, comprare per vendere. È il problema sostanzialmente della disumanizzazione dell'uomo.

Marco D'Amore ha esordito nella compagnia di Toni Servillo a 18 anni. Com'è stato ritrovarvi sul set dopo 25 anni di lavoro a parti invertite?

Servillo: Ho partecipato a molte opere prime, come quelle di Martone, Sorrentino e tanti altri, con l'entusiasmo di partecipare a un'esperienza che ha una natura sorgiva. Questo film non è il primo film di Marco, però è un film in cui ha investito molto di se stesso dal punto di vista autoriale e io, per la relazione pregressa, ho sentito di dovergli essere vicino perché lui mi ha detto con chiarezza che aveva bisogno di me. Questo ha portato anche una riflessione molto approfondita sulle prime stesure della sceneggiatura, che in alcune parti non mi convincevano completamente, nonostante capissi le lodevoli intenzioni di Marco, perché secondo me si allontanavano un po' troppo dallo spirito del romanzo di Rea. In questo senso, mi sono messo a disposizione per servire l'intero progetto.

In cosa siete molto diversi?

D'Amore: Innanzitutto siamo diversi per esperienza teatrale. Toni viene da anni in cui aveva anche più a portata di mano figure e relazioni che che lo hanno spinto, mentre io sono cresciuto in un'altra epoca, dove l'unico esempio è stato davvero lui. Siamo diversi per alcuni gusti, siamo diversi per età, ma dalle differenze nascono quelle scintille che agevolano l'interpretazione, che incredibilmente fanno trovare una sintonia e una vitalità agli stessi personaggi.

Alla luce di queste continue scene di violenza, di sopraffazione, di questa resistenza anche allo ‘stop al genocidio' che abbiamo sentito ultimamente su quel palco a Sanremo, secondo voi, è possibile nutrire speranza nel nostro futuro oggi?

D'Amore: Lessi una bellissima cronistoria dell'ultima intervista a Karl Marx. Il giornalista gli chiese il senso dell'esperienza della sua vita e Marx rispose "la lotta". Quindi io penso che di fronte all'indifferenza delle Istituzioni, di fronte alla superficialità con cui vengono raccontati certi episodi di violenza che sono inaccettabili, io spero che ci sia desiderio di lottare. Ovviamente la mia è una lotta pacifica, che spero moltiplichi i sodali in modo tale che questo grido possa diventare sempre più forte.

Un istante vale quanto una foto, un fermo immagine di un momento che non tornerà più. Qual è il fermo immagine di questo film che avete fatto insieme?

Servillo: Dopo le giornate di riprese, tornare la sera e affacciarsi dalla finestra dell'albergo e guardare verso il mare, in direzione Capri. Noi abbiamo girato invece il film nella zona del mercato, del Vasto, del Lavinaio, dove si tocca con mano la difficoltà di vivere, una lotta per la sopravvivenza. Poi ritrovarsi la sera a fumare una sigaretta davanti a questa natura che sembra indifferente, a questo magma che preme dalle viscere della città, era un'emozione che faceva riverberare in quei tramonti ancora il sapore del film.

D'Amore: Dopo questa lotta meravigliosa fatta sulla sceneggiatura con queste sedute estive, una sera Toni torna e mi dice "Vienimi a prendere, dobbiamo andare a festeggiare, portami da Mimì alla ferrovia". Era il ristorante che Rea frequentava mentre scriveva Napoli Ferrovia ed è un luogo del mio del cuore, oltre ad esserlo anche di Toni, in cui abbiamo deciso di girare una scena di Caracas. Quella sera, se avessimo potuto scattare una foto che immortalava la forza del nostro rapporto, sarebbe stato stupendo.

102 CONDIVISIONI
autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views