Giulia Lamarca: “La carrozzina non mi definisce più, ma la domanda di mia figlia mi ha spezzato il cuore”

Immagine
Intervista a Giulia Lamarca, che sul suo profilo Instagram seguito da circa un milione di followers racconta la sua vita, spesso in giro per il mondo, insieme al marito Andrea e ai loro due bambini. A 19 anni per un incidente è finita in sedia a rotelle, ma la carrozzina, ormai, non la definisce più.

Giulia Lamarca oggi ha 34 anni. Una pagina Instagram da quasi un milione di followers, dove condivide contenuti che raccontano la sua vita, la sua quotidianità, dove condivide suggestioni ed esperienze. Quando aveva 19 anni un incidente le ha tolto l'uso delle gambe e da quel momento vive in compagnia della carrozzina, che se fino a qualche anno fa quasi era l'unica cosa che pensava potesse definirla, oggi è solo il mezzo che le consente di muoversi e con il quale continua a girare il mondo. Al suo fianco, da dieci anni, Andrea Decarlini, il ragazzo, poi l'uomo che è diventato suo marito, nonché il padre di Sophie ed Ethan. La loro è una vita vissuta non senza fatica, ma una vita normale e nei video condivisi sui social cercano di veicolare il messaggio che non esiste un solo modo, quello che forse in maniera pigra conosciamo, per fare le cose, ma ne esistono molti diversi.

"Giulia, la ragazza in carrozzina" era così che fino a qualche anno fa tendevi a presentarti. Quand'è che hai iniziato a percepirti e parlarti in maniera differente?

È un lavoro continuo, la pulce mi è arrivata tanti anni fa. Andavo sempre dallo stesso parrucchiere e quando lo chiamavo dicevo "Sono Giulia, la ragazza in carrozzina". Finché una volta mi rispose: "Giulia, ti riconosco dalla voce, non devi dirlo ogni volta". Mi sono resa conto che continuavo a presentarmi agli altri in questo modo, mi sono chiesta se fossi io a sbagliare, a vedere solo questo di me stessa, se la carrozzina fosse l'unica cosa a definirmi oppure no. Ho iniziato a chiedermi cosa mi piacesse, a farmi delle domande e ho scoperto che c'erano ancora tante parti di me che non avevo ancora mai esplorato.

Cosa hai scoperto che ti era particolarmente affine e non lo sapevi?

Prima dell'incidente ero una sportiva, pensavo di essere brava solo nello sport, poi ho scoperto di essere molto brava nello studio, ma non lo sapevo, perché non mi ero mai concentrata, non avevo mai passato due ore con la testa sui libri. Non mi ero mai concessa quel tempo.

Un detto dice "di necessità virtù", no?

Per me è stata "una costrizione" doverlo fare, ma se tutti avessero l'occasione di essere costretti a riscegliere come vogliono vivere la vita, cosa gli piace fare, riscoprirsi da zero, la gente cambierebbe tutta. Tante cose che hai sempre fatto, le fai per inerzia o le fai perché pensi che ormai sono quelle giuste per te, ma in realtà noi cambiamo, non è solo dopo un incidente, ciclicamente facciamo nuove esperienze che ci cambiano.

Tu e tuo marito Andrea Decarlini avete girato il mondo, viaggiare è stata una di quelle esperienze che ti ha permesso di superare certi limiti autoimposti?

A noi è sempre piaciuto viaggiare, poi tra la pandemia, la nascita di Sophie, c'è stato un salto significativo sui viaggi. Mi sono resa conto che è quello che amo fare, passerei la mia vita in viaggio e ho scelto di far vivere ai miei bambini un'infanzia in cui scoprono il mondo. Se stiamo sempre e solo nel nostro ambiente, nella nostra casa, nella nostra città, vediamo solo una parte del mondo. Ho usato moltissimo i viaggi per decostruire me stessa, quello che pensavo del mondo.

Cosa hai iniziato a guardare diversamente?

Ad esempio in Italia abbiamo una moda che a volte è asfissiante, abbiamo una cultura della moda, soprattutto femminile che è un po' claustrofobica, sembra si debba essere tutti nello stesso modo per essere accettati. Oppure, non so, il rapporto con la genitorialità, che è diverso a seconda del Pese in cui vai. Anche sui social cerco di far capire che esistono tremila modi diversi di fare la stessa cosa.

C'è qualcosa che dalle altre culture hai fatto tuo?

Sì, l'essere genitori più paritari, mi è piaciuto trasportare certi modelli genitoriali. Ad esempio, parlavo con una ragazza che mi segue sui social e mi faceva notare di come io parlassi dell'essere mamma, essere femminile, senza abusare della sensualità, mi ha definito morbida. Mi ha stupito, perché pensandoci non è così inusuale la strumentalizzazione del corpo, della sessualità, ma sono io ad avere un modello differente.

Quale sarebbe?

Le madri asiatiche, si tengono in forma, ma non deve esibirsi. Sono donne che io reputo composte, pulite, ma non hanno il continuo bisogno di mostrarsi.

Circa tre anni fa in concomitanza della Fashion Week avevi iniziato a pubblicare contenuti legati alla moda, denunciando il fatto che le persone con disabilità non fossero rappresentate. A distanza di tre anni, qualcosa è cambiato?

Questo credo sia il mio cruccio più grande sui social. Non è cambiato niente, anzi, la situazione sta peggiorando. Lo dico non solo rispetto all'inclusione sulla disabilità, anche sulle modelle curvy, sull'anoressia, stiamo peggiorando. A me dispiace perché io stessa a volte ho paura di rimettermi in gioco perché vedo che non c'è terreno. L'inclusione non è più un trend, ed era positivo perché un po' spingeva, faceva passare certe tematiche. Ma vedo che c'è un blocco dall'alto, non dal basso. Nessun si sente realmente rappresentato, perché le nostre rappresentazioni sono irrealistiche.

Cosa sarebbe più realistico, quindi?

Un fisico può essere magro, grasso, conforme, non conforme. Io pur essendo magra, stando in carrozzina sono non conforme, e quando mi chiedono perché non mi chiamano per certe campagne, la mia risposta è sempre la stessa: "Perché sono in carrozzina". La storia è questa. Vale anche per la skin care, l'anti age, ormai, la pubblicizzano ragazze di vent'anni.

Da dove dovrebbe partire il cambiamento?

Penso dai manager, chi fa la direzione creativa deve avere il coraggio di dire no. Deve avere il coraggio di dire "Prendiamo delle persone di 55 anni e 60 per l'anti-age", o qualcosa che rispecchi di più la realtà, in cui anche il consumatore possa riconoscersi.

La vostra pagina ha quasi un milione di followers, c'è stato un momento in cui avete capito che la vostra condivisione sarebbe potuta diventare un lavoro?

Ci sono stati due step. Il primo quando è nata Sophie nel 2021. Eravamo molto più piccolo di adesso, ma non abbiamo mai avuto l'idea di averlo diventare un mestiere, abbiamo iniziato perché i miei amici mi dicevano di condividere quello che facevo. Non ho mai voluto avere una tata, qualcuno che mia aiutasse, ma gli ultimi mesi di gravidanza e i primi dopo la nascita avrei avuto bisogno di una mano in più e io avrei preferito avere Andrea al mio fianco. Lì ci siamo resi conto che, forse, fare contenuti sui social poteva essere un modo per vivere la genitorialità insieme. Man mano è andata crescendo, mi stupisce ancora come ci sia gente che mi ascolta, vede quello che faccio, ma c'è un'altra cosa che mi stupisce.

Che cosa?

Andrea me lo dice sempre, mi dice "Ti rendi conto che sei riuscita a far diventare cool, il fatto di fare una una foto con una persona in carrozzina?". Ed è vero, le persone mi fermano, ma io non sono un'atleta. A pensarci non esistono dei fan di una persona in carrozzina. Non mi rendo conto delle persone che mi seguono, perché continuo a fare la mia vita. Ho gli amici di sempre, faccio la spesa nei posti di sempre, la mia routine non è cambiata.

Qual è la cosa che ti viene chiesta più di frequente?

Mi chiedono spesso come facciamo con i bambini, a viaggiare, come ci organizziamo. Ma in realtà siamo molto disorganizzati, siamo bravi a cambiare i piani. Mi chiedono come faccio ad accettarmi e vale tanto per la disabilità quanto per la gravidanza, dove il tuo corpo cambia. Il fatto di avere una disabilità ha fatto in modo che la gente si aprisse con me. Non mi seguono solo donne, anche uomini e mi confidano difficoltà su certi aspetti. Paradossalmente, la maggior parte del mio pubblico non ha disabilità. Ma passiamo dai racconti più intimi ai consigli sulla ristrutturazione, soprattutto sul come abbiamo fatto a non lasciarci (ride ndr)

E allora parliamo di Andrea. Dopo dieci anni di matrimonio avete rinnovato le vostre promesse, c'è qualcosa che vorresti restasse sempre uguale anche a distanza di anni?

La voglia di stare insieme e scherzare, è giusto avere i propri spazi, ma è anche giusto avere degli spazi insieme, se si perde la voglia di fare delle cose insieme è un problema. Poi prendersi in giro. Io e Andrea scherziamo tantissimo, lui fa battute continue su di me. La risata per me è terapia veramente, sia nella coppia che nella vita, ridere insieme è il più grande antidoto contro la vecchiaia. E poi anche la voglia di riinnamorarsi, perché siamo cambiati tantissimo, siamo cresciuti insieme e ci siamo innamorati di nuovo di noi, delle stesse persone, perché non è vero che la gente non cambia.

Immagine

La vostra è un po' una storia da film. Vi siete incontrati poco dopo il tuo incidente, in ospedale, lui seguiva un corso di fisioterapia. Lui ha avuto la forza di sostenerti in un momento difficile, tu hai capito che potevi lasciarti andare. Vi siete forse riconosciuti?

Io e Andrea ci compensiamo completamente, siamo due persone tendenzialmente opposte che si sono trovate, non ci saremmo potuti incontrare se non lì, in ospedale, avevamo proprio giri differenti. Ci siamo compensati, funzioniamo così da sempre, certo questo ti porta anche a chiederti "cosa so fare senza di lui?", anche se poi non è vero, perché le cose le fai lo stesso.

Quest'estate hai girato un video, molto delicato, in cui hai raccontato di quando tua figlia ti ha chiesto perché non potesse vederti in piedi. Hai provato un po' di rabbia?

L'ho girato a caldo, ho pensato molto se pubblicarlo o no perché era molto intimo, nonostante io cercassi di frenarmi, provavo a rifarlo ma ero talmente intimo che alla fine mi usciva sempre emotivo. Ho subito pensato che lei stesse provando le stesse coda che ho provato io, questo senso di ingiustizia che ho provato a 19 anni, lo vedevo su di lei. Questa cosa mi faceva male, più tristezza e più dolore forse che rabbia. Pensavo che non avrei potuto evitarglielo, non potrò salvarla dal non viverlo. Quest'estate abbiamo sentito proprio la presenza di questo tema.

C'è qualcosa che vorresti i tuoi figli prendessero da te?

La voglia di provarci, provare a fare le cose.

Ed è una cosa che hai sempre avuto o hai dovuto allenare questa capacità?

È sempre stata un po' innata, poi è diventata un mantra di vita.

autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views