Gabriele Corsi: “Perdo follower ogni volta che parlo di UNICEF. È più facile essere contro che fare qualcosa”

Gabriele Corsi si prepara a una serata speciale: questa sera sarà una delle voci della Partita del Cuore su Rai1, al fianco di Marco Franzelli e Andrea Perroni.
Con Fanpage.it, Corsi ha parlato anche della sua vita sportiva tra padel e boxe, raccontato la genesi del suo nuovo romanzo "Un uomo da poco": la storia molto attuale di un uomo che decide di diventare, per un anno, la peggior versione di se stesso. Non sono mancati un passaggio sull'ascesa di Vannacci nei sondaggi e, per l'ultima volta e ormai a un anno di distanza, un commento diretto sulla vicenda Domenica In.
Prima di guardare avanti, verso Buy It Now (il nuovo programma con Mara Maionchi, Giorgio Mastrota e Stefano D'Onghia in arrivo su Nove) Corsi si è raccontato senza filtri, tra ironia e qualche affondo più personale.
Questa sera sarai una delle voci della Partita del Cuore. Parliamone.
Sì, questa sera sarò con Marco Franzelli e Andrea Perroni. Per me stare accanto a Franzelli è emozionante: è uno di quelli che mi ha raccontato il calcio da ragazzino. Noi nati negli anni '70 abbiamo avuto il calcio con le voci di Riccardo Cucchi, di Sandro Ciotti, dello stesso Galeazzi, e anche con quella di Marco Franzelli. E poi c'è Andrea, che farà i suoi meravigliosi personaggi, le sue imitazioni, quindi in cronaca potrebbero arrivare tanti personaggi, da Luciano Spalletti a chi deciderà di essere lui di volta in volta. Sarà una bellissima serata. E poi c'è l'UNICEF, che ha un valore sempre più grande nella mia vita: cerco di dedicarci sempre più energie.
Andate in onda un giorno prima della semifinale tra Francia e Spagna. Direi che è un ottimo slot.
Esatto, magari il livello calcistico in campo sarà leggermente inferiore [ride, ndr]. Anche se, per dire, Ubaldo Pantani gioca bene, gioca benissimo, ma forse farà solo l'allenatore. Roberto Mancini, dall'altra parte, tutto sommato la palla la tocca ancora bene. C'è il mio amico Sal Da Vinci, che per me gioca come Haaland, te lo dico: su di lui sarò totalmente parziale, non aspettatevi una cronaca imparziale perché non lo sarò. Con Sal abbiamo fatto insieme l'esperienza dell'Eurovision, ed è una delle persone con cui mi sono divertito di più al mondo: è stata una settimana bellissima.
Hai citato Ubaldo Pantani: mi pare sia un appassionato di padel. Proprio come te.
Sì, è molto sportivo, Ubaldo. Ma anche io del resto. A Roma ho aperto una palestra di boxe, poi ho un padel club a Milano, dove sono socio con Max Giusti, Alessandro Borghese, Diletta Leotta, c'è mia moglie e altri amici, tra cui il nostro agente Umberto Chiaramonte.
Ma chi è più forte a padel, tu o Max Giusti?
Max, tutta la vita. Ha avuto anche una carriera da tennista di tutto rispetto, viene dal circolo della Pisana, dove sono cresciuti tanti talenti. Ma il più forte in assoluto è Junior Cally, anche lui è uno dei soci del club: non lo diresti mai, ma è fortissimo. Io credo di essere il più scarso, insieme a Borghese: il più "pippa", diciamo. Persino mia moglie è più forte di me in quasi tutti gli sport, mi asfalta, ma lei ha fatto tennis, quindi non vale.
La gente di spettacolo non è tutta dissipazione: non è più "sesso, droga e rock'n'roll". O forse non lo è stata mai per davvero?
Guarda, penso che chi fa questo lavoro da tanti anni, ad alti livelli, a un certo punto deve trovare un modo per tenersi in forma anche per scaricare la tensione. Tutte le persone che conosco, che fanno il mio mestiere, hanno una vita molto rigorosa da sportivi. Leggevo che Haaland dorme undici ore a notte, e dico sempre: "Guarda, su questo siamo identici". Io, per dire, con la sveglia alle sei al massimo, vado a dormire tutte le sere alle 21:30. Fino al venerdì manco una birra: se bevo una birra vuol dire che è arrivato il weekend. Le persone che ho visto lavorare davvero, oltre al talento, mettono il rigore — e visto che parliamo della Partita del Cuore, penso sia molto simile al calcio: Inzaghi beve solo acqua e mangia petto di pollo, quello è il suo pranzo. Pensiamo a Maradona: ce n'è stato uno solo, uno che poteva permettersi di non allenarsi perché aveva quel talento lì. Ma, per restare nello spettacolo, anche Fiorello, che ha un talento smisurato, è comunque uno che si tiene fisicamente in una forma quasi perfetta.
E cosa pensi delle nuove generazioni? Sono disciplinati?
A loro dico sempre: "Ma scusa, io ho lavorato con Gigi Proietti, con i più grandi, e questi avevano una vita integerrima, si tutelavano anche fisicamente, stavano attenti: tu pensi di essere meglio di loro?". Il lavoro, purtroppo, è diventato anche molto più fisico: prima avevi altri tempi per registrare un programma, adesso magari fai tre puntate al giorno, come è capitato a me con Don't Forget the Lyrics. Per dirti, anche per fare il Prima Festival, che sono diciassette-venti minuti di televisione, ti prepari una o due settimane prima. Penso che non ci sia nulla di speciale in questo. In tutti i campi — nella ristorazione, nel giornalismo, nello spettacolo, perfino nell'edilizia — la perfezione e la professionalità nascono da una preparazione enorme. Anche per la Partita del Cuore non è che ci arrivo e basta: mi sono già scritto delle battute, delle definizioni, ho fatto le mie ricerche. Magari non userò tutto quello che ho preparato, ma non è che arrivo, accendo il microfono e sparo cose a caso. E questo vale anche per la radio: la gente pensa che accendiamo il microfono e diciamo la prima cosa che ci viene in mente, ma mica funziona così. Arriviamo, leggiamo, decidiamo se c'è qualcosa che ci stimola, ci prepariamo su quell'argomento. Sembra tutto improvvisato, ma non lo è.
Con la Partita del Cuore si chiude la tua stagione televisiva?
Sì. Ma sono ancora in giro con tante presentazioni del libro: "Un uomo da poco: Sei disposto a peggiorare per migliorare la tua vita?".
Di cosa parla?
È un romanzo che ho scritto guardandomi un po' intorno: il protagonista lavora in un'agenzia pubblicitaria, si occupa anche di organizzazione eventi, un ambiente che conosco bene, perché quando vai alle riunioni con i creativi c'è da studiare. Io dico sempre "Vieni avanti creativo", è il mio slogan. Il protagonista è una persona normale, mediamente una brava persona. Vede come va il mondo, soprattutto nel nostro Paese ma non solo, e vede che viene scavalcato in continuazione da persone che valgono meno di lui, eticamente discutibili, disoneste, che se ne fottono della morale e non hanno scrupoli. E allora decide scientemente di fare un esperimento: per un anno diventa la peggior versione di se stesso, si comporta come quelle persone, e sta a vedere come va.
Cosa significa in concreto diventare "la peggior versione di sé"?
Comincia a fregarsene anche di cose a cui prima teneva. Lui, per esempio, era uno che quando sentiva una battuta scorretta, un umorismo furbescamente razzista, ci restava male. È una cosa che capita spesso anche a me: quando sento ancora certe battute nel 2026, mi cascano le braccia. È vero che la commedia scollacciata degli anni '80 era un altro contesto, ma sono passati quarantasei anni, anche la schiavitù sembrava normale, a chi la viveva. Forse un ragionamento andrebbe fatto.
In che senso?
Lo vedo con i social: se fai qualcosa contro una certa parte politica sei di un colore, se becchi l'altra sei dell'altro colore. Tu capisci che perdo follower ogni volta che pubblico qualcosa sull'UNICEF. Capito? E mi domando: ma se mi segui e poi ti scandalizzi per quello, vuol dire che non mi hai capito per niente. E tutta la mia vita è rivolta alla coerenza, a difendere valori che per me non sono negoziabili. Purtroppo, però, viviamo in un momento storico in cui basta poco per essere presi in giro, per essere bollati come "il buonista" di turno.
E nel libro questo tema torna?
Sì: al protagonista, per scherno, lo chiamano proprio così, "il buonista". E lui a un certo punto dice "sai che c'è?", e comincia a dire cose orrende e gli va tutto bene. Comincia ad avvelenare i pozzi, perché pensa che tanto il mondo sia già andato in vacca e lui gli dà solo la spinta finale. È un libro che sta andando molto bene. Ricevo tantissimi messaggi da persone che lavorano negli ambienti più diversi. Sai chi mi scrive spessissimo? Chi lavora nella sanità. Mi dicono: "Guarda, questa cosa che hai scritto da noi esiste, fortissima", in riferimento al fatto che uno viene nominato perché è amico di quell'altro, quel genere di dinamiche.
Ti è mai capitato di incontrare persone come il tuo protagonista nella realtà?
Sì, mi è capitato di incontrare gente e dire: "Ma tu non eri così". E sentirmi rispondere: "Eh, ma ci sono diventato". Secondo me hanno ceduto al lato più brutto della contemporaneità. C'è una frase, bellissima, che ho visto su un muro a Roma, che mi ha ispirato molto per il libro: diceva più o meno che, se i tempi sono peggiori, bisogna proporre la versione migliore di se stessi. Il mio protagonista fa l'esatto contrario: vuole essere la peggior versione di sé.
Non posso non chiederti: questo lato peggiore lo vedi anche nell'avanzata di Vannacci nei sondaggi?
Non voglio entrare troppo in politica, ma credo che questo sia un processo che va avanti da tanti anni, non comincia con Vannacci. C'è sempre terreno fertile quando succede qualcosa di eclatante e in pochissimo tempo si crea consenso attorno a quello. È successo con l'antipolitica dei Cinque Stelle, con la storia della "casta" ed è successo anche con Mani Pulite. Se guardi i grandi fenomeni della storia italiana, c'è sempre una certa determinazione dietro, e bisognerebbe chiedersi perché quel terreno è così fertile.
Nel libro c'è anche un personaggio comico, "Sbrocco".
Sì, nel libro, il protagonista viene incaricato di seguire un comico romano, Sbrocco, il classico macchiettista che fa i pezzi sulla "suocera", "il traffico", "guarda questo quant'è ciccione". Il protagonista, a un certo punto, dice: non voglio andare a vedere Sbrocco, voglio andare a vedere il pubblico che guarda Sbrocco. Il ragionamento è anche il mio: perché non penso che tutti quelli che votano cose che sento lontane da me siano persone sbagliate. Mi chiedo dove si sia interrotto il dialogo. Sicuramente c'è un'adesione sincera a certi valori, che restano comunque distanti da quello che sono io. Ma è anche facile dire "la colpa è degli altri".
E invece com'è?
Se guardi queste esplosioni politiche così forti, poi cosa propongono, in concreto? Quasi sempre qualcosa "contro". A essere contro siamo bravissimi tutti. Se io dico che sono contro qualcosa, sicuramente troverò consenso. Pensa alla beneficenza: se provi a fare qualcosa, arriva sempre qualcuno che ti dice "Ah, quindi hai risolto il problema della fame in Africa?". No, sto solo provando a fare qualcosa. È molto più facile, più bello, più comodo stare sul divano di casa e dire "sono contro lo straniero, sono contro l'altro".
L'idea del libro comunque è intrigante, "molto attuale" come dicono quelli bravi. Mi pare perfetta per una serie.
Guarda, ci sono già diverse idee, ci sono due case di produzione interessate. Mi farebbe piacere. La cosa a cui tengo di più non è l'aspetto economico, ma capire chi riesce a fare una versione più fedele possibile all'idea del libro.
Dovesse realizzarsi, ti piacerebbe fare un cameo nella tua serie?
Ovvio, anche perché nel libro c'è pieno di pezzi di m***a che mi piacerebbe interpretare, almeno sullo schermo. Sbrocco è mio, diciamo.
Volevo chiederti di Domenica In. Di quello che è successo ormai un anno fa, più o meno.
Tutti mi hanno sempre chiesto di Domenica In, ma io non credo sia così interessante. Capisco che per chi fa televisione sia interessante capire le motivazioni, e le ho comunque spiegate in tutte le salse. Semplicemente: mi è stato proposto un programma, e poi quel programma è diventato un'altra cosa. Tutto qui. Quando ti invitano a un progetto e poi, in corso d'opera, ti accorgi che quel progetto non ti corrisponde più, penso sia onesto tirarsene fuori, non è che devi per forza portarlo a termine. È anche una posizione privilegiata, la mia: tanti colleghi e colleghe mi chiedono spesso quale sia stato il "no" che mi è pesato di più dire. La verità è che non mi è mai pesato dire un no, perché li ho sempre detti convinto. Mi sono pesati, semmai, alcuni sì, ed è proprio per questo, per non ritrovarmi più in una situazione che sento non mi corrisponda, che di no ne dico tanti.
Cosa succede invece nella prossima stagione di Gabriele Corsi?
Guarda, io cerco sempre di scegliere i programmi, non le reti. Ho registrato un programma che reputo anche un omaggio allo straordinario Enzo Tortora e al suo Portobello: sarò in compagnia di Mara Maionchi, Giorgio Mastrota e Stefano D'Onghia. Si chiama Buy It Now, che vuol dire "Compralo subito", il sottotitolo è "Mai più senza". È un viaggio tra inventori non professionisti, gente che si è inventata qualcosa per risolvere piccoli problemi quotidiani o familiari, non parliamo dei grandi inventori del tergicristallo o delle ruote sotto la valigia, ma di chi trova soluzioni pratiche a problemi di tutti i giorni. Ed è bellissimo, perché abbiamo questa giuria composta da tre personaggi straordinari, più un gruppo di cinquanta shopper che decidono se l'idea è "comprabile" oppure no. Chi vince la puntata si porta a casa diecimila euro. Sono tutte storie divertenti o commoventi, che raccontano anche perché nasce una certa idea.