Fiorella Pierobon: “Fare gli annunci su Canale 5 mi impedì di lavorare su Rete4. Ricci non voleva che introducessi Striscia”

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Lo storico volto di Canale 5 si racconta a Fanpage.it: “Avrei potuto condurre su Rete 4 e mi bloccarono. Nel 2003 mollai. Lo spazio era diminuito drasticamente. Dalle venti finestre giornaliere si era passati a cinque da 15 secondi”. Il presente nell’arte: “La mia opera più lontana è in Tasmania. La tv mi cerca, ma non mi interessa. I reality? Nemmeno rispondo”.

La voce calda, lo sguardo rassicurante e il sorriso di chi si affacciava nelle case degli italiani in punta di piedi. Un rituale durato quasi vent’anni quello di Fiorella Pierobon, annunciatrice di Canale 5 ininterrottamente dal 1984 al 2003.

“Quella è stata la mia prima vita, adesso sono ampiamente nella seconda”, confessa a Fanpage.it, facendo riferimento alla passione per l’arte divenuta un vero e proprio mestiere che la gratifica e che le ha regalato una certa rilevanza internazionale. “Non avrei mai immaginato che i miei quadri sarebbero circolati in tutto il mondo. Inizialmente dipingevo per me senza pensare alla vendita. Invece è andata così. La mia opera più lontana è in Tasmania”.

Classe 1960, la Pierobon è cresciuta a Corgeno, frazione di Vergiate in provincia di Varese. L’esordio in tv avvenne già a 16 anni, per gioco. “Mi notarono tra il pubblico di una trasmissione. Il direttore di Telealtomilanese mi chiese se fossi libera il venerdì sera e mi ritrovai a condurre ‘Tutto Uncinetto’, inserito all’interno del programma di Raffaele Pisu ‘La ciperita’. Non so che qualità riscontrassero in me, oltretutto a quell’età. Evidentemente ci videro lungo”.

Da lì la scalata fu rapidissima: “Di giorno lavoravo e frequentavo la scuola serale. Una volta diplomata in ragioneria mi assunsero a Telenord e cominciai l’occupazione a tempo pieno. Presentavo e parallelamente facevo la segretaria di redazione e produzione. Mi dedicavo alle scalette, agli annunci, a rispondere al telefono e alle 20 andavo in diretta con ‘Chi di spalle’, un giochino dove la gente doveva chiamare per indovinare chi fosse il personaggio seduto di spalle”.

A quel punto si concretizzò il passaggio a Canale 51 e, in seguito, ad Italia 1, ancora prima che venisse rilevata da Silvio Berlusconi: “Il proprietario era Rusconi. Trovai Licia Colò e Gabriella Golia e con loro facevo i turni per gli annunci. All’epoca i palinsesti erano pazzi, cambiavano da un istante all’altro e ci doveva sempre essere qualcuno a disposizione per andare in video”.

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Con l’avvento del Cavaliere, che unì Canale 5, Italia 1 e Rete 4 fondando così la Fininvest, per Fiorella si aprirono le porte dell’ammiraglia e la possibilità di affiancare nientemeno che Mike Bongiorno. “Presi il posto della Carminati a ‘Bis’ e approdai a ‘Superflash’. Lui non la prese bene, era un abitudinario e per questo era arrabbiato perché gli avevano tolto la sua valletta. Pronti via mi mise subito alla prova”.

In che senso?

Registravamo più appuntamenti al giorno e, dopo la prima puntata, mi invitò ad aprire la seconda. ‘Non te la senti?’, mi disse. ‘Nessun problema’, fu la mia pronta replica. Per fortuna avevo maturato una buona esperienza. Ma restavo una giovane di 22 anni di fronte ad un mostro sacro.

Il suo non fu altruismo.

No. Ti metteva alla prova per capire se potevi o meno stargli accanto. Mi ha forgiato, consentendomi di farmi trovare pronta e priva di timori quando mi ritrovai a lavorare con gente mastodontica come Raimondo Vianello, Sandra Mondaini, Corrado e Nino Manfredi. Mi ha insegnato a capire come vanno le cose. Grazie al cielo la professionalità non mi è mai mancata, ma il confronto con certe figure poteva risultare pesante e Mike ha avuto il grande merito di farmi maturare in fretta.

Affermò: “Mike era molto severo, a volte cinico”.

Con lui non ho mai avuto problemi, ma era un perfezionista all’ennesima potenza e se si imbatteva in qualche negligenza scoppiava il finimondo. Era rigido, poi con gli anni ha smussato il carattere. Fiorello gli donò una umanizzazione che quando ci lavorai io non aveva. Probabilmente invecchiando era cambiato.

Era convinto che avesse una faccia da cinema.

Lo ripeteva in continuazione, anche in presenza di altre persone. ‘Dovevi nascere negli Stati Uniti e fare cinema’. Era sicuro che in America avrei goduto di un enorme successo!

Sandro Pertini la apprezzava particolarmente.

Intervenne a ‘Superflash’. Ero diventata la signorina del detersivo dello sponsor e, prima di congedarsi, disse all’inviato: ‘Mi saluti tanto la vostra Petit Fleur!’. Qualche tempo dopo andai a trovarlo al Quirinale, scattammo una foto e conobbi una persona veramente speciale. Era il numero uno, non solo come Presidente.

Nel 1984 la svolta.

Sostituii Eleonora Brigliadori agli annunci ed ereditai tutte le rubriche annesse. Dovetti pertanto lasciare Mike che, ovviamente, si risentì. Quando glielo comunicarono puoi immaginarti la sua reazione. Provai a spiegargli la situazione: ‘Non sono io a voler andare via, è la rete a chiedermelo’. I cambiamenti lo irritavano, avere a che fare con la stessa persona lo rassicurava, conoscendo la partner e la sua personalità sapeva dove andare a parare.

L’offerta era giunta direttamente da Berlusconi.

Mi telefonarono informandomi che il dottore voleva parlarmi. Pensai di aver combinato qualcosa. ‘Eleonora va via, se la sente di prendere il suo posto?’, domandò. ‘Se se la sente lei, si figuri io’. Andò esattamente così (ride, ndr).

Imposizioni particolari sul fronte del look?

Nessuno mi ha mai obbligato ad avere un determinato taglio o colore di capelli. I vari cambi li sceglievo io. Non ero una punk e ho sempre rispettato determinati criteri, magari differenziando l’acconciatura nell’arco della giornata. Per un periodo andai in onda quotidianamente, non so quanti programmi facessi, fu un casotto anche per gli abiti da indossare.

Aveva il teleprompter o imparava tutto a memoria?

Il primissimo prompter lo vidi nella seconda edizione di ‘Buongiorno Italia’. Lo manovravo io. C’era un testo battuto a macchina che scorreva. Era utile perché evitavi di abbassare costantemente lo sguardo sui fogli. Per gli annunci, invece, imparavo tutto a memoria perché il macchinario arrivò solamente nei primi anni novanta. Fu un grande sollievo. Allora prevedevano che tu imparassi le trame, le informazioni sugli attori e non sai quante volte accadde di sbagliare in coda e di dover ricominciare da capo. Se ci ripenso provo terrore!

Registrava gli annunci di giorno in giorno?

Negli anni ottanta le programmazioni erano ballerine ed era necessario girare più volte a settimana. Col passare del tempo la frequenza calò e si arrivò ad un impegno settimanale. Confezionavo l’intero materiale, ma dovevo comunque farmi trovare pronta ed essere reperibile, come un medico.

Per eventuali imprevisti.

Esatto. Quando morì Pertini ero libera. Mi chiamarono di corsa per farmi annunciare uno speciale a lui dedicato. Quindi rientrai, andai al trucco e registrai. Dipendeva dal contesto. C’erano trasmissioni fisse che erano sempre quelle, ma se ad esempio cambiava in extremis un ospite dovevi aggiornare il filmato e rifarlo.

Era buona la prima?

Col teleprompter sostanzialmente sì. Quando a Sanremo vedo i cantanti che leggono il testo sul gobbo mi imbarazzo per loro. Capisco il conduttore, ma loro hanno un’esibizione di quattro minuti e nemmeno sanno a memoria il brano. Ѐ inconcepibile.

Il titolo o il nome più difficile da pronunciare?

Afef era alla guida di ‘Nonsolomoda’ e non la conoscevo. Chiesi come andasse pronunciato il suo nome e mi garantirono che l’accento andava posto sulla ‘a’. Fu lei stessa a correggermi quando la incontrai. Mi scusai spiegandole che mi avevano istruito male. Per quanto riguarda le difficoltà, a provocarmi fastidio erano soprattutto le partite di Champions League. Spesso c’erano squadre dal nome allucinante.

Non era assunta, ma lavorava a contratto.

Solo la Golia lo era, dai tempi di Italia 1. Quando il canale entrò nella Fininvest volle mantenere l’accordo in essere. Gabriella ha sempre amato il posto fisso! Io rinnovavo di anno in anno, a volte ogni due. Avevo un gradimento talmente alto che non mi preoccupavo. Ero consapevole che se avessero dato lo stop agli annunci avrei fatto comunque altro.

Nel 1985 si prospettò il trasloco in Rai.

Feci un colloquio. Mi proposero di affiancare Luciano Rispoli in ‘Parola mia’ e risposi che ci avrei pensato. Ma io ero a Milano, il programma a Roma e avevo un figlio ancora piccolo. Fui lusingata e ringraziai, spiegai tuttavia che non avrei potuto fare avanti e indietro.

Berlusconi lo seppe e si arrabbiò.

Mi vide ad una festa e si avvicinò: ‘Lei è una donna ambiziosa’, ironizzò. ‘Dottore, sono andata a sentire un’offerta, niente di più. E poi mi parla lei di ambizione?’.

Se avesse accettato forse la sua carriera avrebbe preso tutt’altra direzione.

Probabile. Chissà, sarei potuta finire a ‘Uno Mattina’ seguendo quella strada lì. Chi può dirlo. Non si può sapere, anche perché non tutti i luoghi si addicono alle persone. Senza contare che a Canale 5 avevo conquistato i miei spazi. Non ho rimpianti in tal senso. L’unica cosa che mi è mancata è stata il teatro. Mi venne offerto ma non riuscii a farlo convivere con la tv. Dovendo assicurare presenza su Milano, non potevo permettermi di viaggiare per l’Italia.

Essere l’annunciatrice di Canale 5 la rese, di fatto, prigioniera dell’ammiraglia.

Qualche settimana fa ho incontrato Giorgio Gori e abbiamo parlato. A loro faceva comodo tenermi lì, ma per me fu penalizzante. Ebbi offerte da Rete 4 per andare a condurre dei programmi di Fatma Ruffini e purtroppo mi bloccarono. In compenso, su Canale 5 era tutto occupato dalla De Filippi e Costanzo.

Nel 2003 si stufò. Cosa influì sulla sua decisione?

Gli annunci erano diminuiti drasticamente. Dalle venti finestre giornaliere si era passati a cinque da 15 secondi. Non aveva più senso. Scherzando dissi che avrebbero potuto utilizzare il mio materiale d’archivio e rimontarlo a seconda delle necessità. Se fosse esistita l’intelligenza artificiale scommetto che ci avrebbero ragionato. Allo scarso tempo a disposizione, inoltre, si aggiunsero dei giochini di potere sgradevoli.

Ossia?

C’erano situazioni paradossali e l’azienda per tanti anni si è inchinata a certe persone, ma ultimamente ha fatto a meno pure di loro.

Allude a “Striscia”?

Ricci non ha mai voluto il mio annuncio prima del programma. Sosteneva che gli facesse perdere ascolto. Non per me, ma per via dell’interruzione della continuità. Pretendeva di partire subito dopo il tg.

Mediaset varò le selezioni per scovare la sua erede. La individuarono in Lisa Gritti.

Elessero questa ragazza. Per quanto brava, ebbe oggettive difficoltà ad inserirsi. Io avevo preso il posto della Brigliadori che veniva da un anno di annunci. Nel mio caso erano quasi venti. Si era creata una fidelizzazione col pubblico difficile da sradicare. Intuii che sarebbe rimasta poco, non perché non fosse all’altezza, ma per via di un discorso di abitudine. Infatti dopo nemmeno troppo tempo lo spazio fu soppresso”.

La stessa concezione dell’annuncio televisivo aveva perso significato.

Già con me non godeva più dello spessore del passato. Forse avrebbero dovuto archiviarlo col mio addio, ma è possibile che fossero spaventati dall’idea di non avere più niente, all’improvviso.

Rotta l’esclusiva con Mediaset, proseguì in Rai.

Partecipai a ‘Quelli che il calcio’ come inviata dell’Inter. Essendo io una tifosa nerazzurra dissi immediatamente di sì. Intervenni anche a ‘L’Italia su 2’ come opinionista, ma non era quello che volevo fare. Non mi andava di scaldare la poltrona. Non trovando più progetti nelle mie corde preferii non fare più nulla.

Non tutti sanno che sfiorò Sanremo.

Nel 1993 io e Gianni Bella tentammo di andare in gara. La canzone si intitolava ‘I veri tesori’, tuttora inedita, ed era stata scritta da Mogol. Eravamo più che tranquilli sulla qualità del lavoro, ma quell’anno ci fu la ribellione dei discografici che non volevano più che attori e personaggi della televisione andassero ad esibirsi. Esplose la polemica e Pippo Baudo per evitare rotture non ci prese.

In un’intervista a “Le Iene” raccontò di non possedere la tv in casa.

Ce l’avevo, ma non la guardavo, così come oggi. Vedo solo programmi a tema, che mi interessano. La televisione non è tra i miei interessi, la feci perché me la proposero e divenne un lavoro. Forse in passato c’era qualcosa di interessante, ora proprio niente. Ѐ tutto un gridare, tra cronaca nera, morti e guerre. Quando andai via credevo che avessero raggiunto l’apice del peggio. Sbagliavo.

Nel 2007 aprì il suo atelier d’arte a Nizza.

Avevo una casa là, andavo e tornavo. Durante la ristrutturazione iniziai a dipingere e dei miei amici, stupiti, mi suggerirono di partecipare a delle mostre. Mi accorsi che i miei lavori interessavano e ne vendetti parecchi. L’apertura dell’atelier fu una diretta conseguenza.

Perché in Francia?

Là sono più aperti, ci sono molte più agevolazioni per gli artisti e ti vengono incontro. Capiscono che puoi rappresentare un valore aggiunto. In Italia è molto più penalizzante, ci sono spese esorbitanti.

Ha proseguito per diciassette anni.

Ho concluso l’esperienza nel 2024. Adesso ho il mio negozio ad Imbersago, paese della Brianza affacciato sul fiume Adda. La gestione degli impegni in Francia era diventata troppo faticosa. Ho scelto di stabilirmi qua per avere una mostra permanente per i miei clienti. Apro la sede occasionalmente, ma ci tengo ad avere un luogo fisso dove la gente può ritrovarsi.

Dipinge senza mai utilizzare i pennelli.

Uso le dita, oppure eseguo delle pressioni con le mani. Propongo una pittura gestuale e materica che non rappresenta, ma evoca. Le sculture, al contrario, sono rielaborazioni di busti di resina o lastre alluminio e plexiglass che disegno e taglio con il laser.

Le sue opere hanno acquisito un elevato valore.

Ho ottenuto una mia quotazione ufficiale assegnatami da Drouot e ho partecipato con successo a molte esposizioni personali e collettive in Francia, Inghilterra, Giappone e Vietnam. Parti che non sei nessuno, poi può succedere di vendere un quadro a 200 euro e, a distanza di sei mesi, la stessa opera a 400. La società ha le tue fatture e ti conosce. Se fra tre anni lo vendi a 1500 euro viene certificata la tua crescita. Più interesse c’è e più diventi importante. Non ci si basa sulla quantità di materiale venduto, bensì sull’oscillazione del costo della stessa opera.

Influisce pure il passaparola?

No. Se viene constatato interesse per un medesimo quadro la società ne prende atto e all’uscita del nuovo catalogo ti assegna il nuovo valore.

Il cognome quanto ha pesato?

Zero. In principio nessuno sapeva chi fossi e non misi il mio nome sull’insegna, volutamente. Ho scelto di rientrare tardi da Nizza proprio per non cavalcare la notorietà. Ad ogni modo, la mia clientela non è a maggioranza italiana. Gli italiani sono legati al figurativo, a differenza mia che sono un’astratta. Mi rivolgo soprattutto ad americani e australiani.

“La televisione è finzione, il quadro invece è ciò che sei tu”. Parole sue.

Ѐ così, per forza. Nel quadro ti sveli. Ciò che disegni è il tuo pensiero, è ciò che sei. Chi vede i miei lavori e conosce la mia personalità mi ritrova facilmente nelle mie creazioni.

Se non appari non esisti. E lei, essendo sparita dai riflettori, per molti era come se non esistesse più.

Ho scelto: o l’una o l’altra vita. Sono due mondi diversi, che non stanno bene insieme. E a me non interessa andare in tv a vendere un quadro. Non serve, un dipinto è emozione.

La foto scattata da Emanuela Folliero la scorsa primavera ha generato un gran rumore.

Lo so e l’ho avvertita: ‘Ti voglio bene, ma la prossima volta che vieni niente telefono e foto’.

Nessuna nostalgia della lucina rossa?

Affatto. Continuano a chiamarmi per andare di qua o di là. La D’Urso quando ancora era in onda mi avrà cercata 10 mila volte, ma anche ‘La volta buona’ mi contatta spesso. Devono giustamente riempire ore ed ore di programmi, ma a me non interessava apparire prima, figurati ora.

E i reality?

Non rispondo nemmeno. Quando mi telefonano taglio corto e dico che non ho tempo. Faccio prima, non capirebbero.

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