Fabio De Nunzio: “Lo scandalo a Striscia il dolore più grande della mia vita. Oggi aiuto le vittime di violenza”
Fabio De Nunzio, per diciotto anni, è stato "il buon Fabio" di Striscia la Notizia. Oggi racconta la sua storia in un'intervista rilasciata a Fanpage.it. Ha 61 anni e alle spalle un cammino talvolta in salita. Durante l'infanzia ha fatto i conti con il bullismo e con la malattia. Soffriva di asma bronchiale e i farmaci che assumeva lo portavano a prendere peso. I suoi compagni lo tormentavano. Al liceo ha conosciuto Domenico De Pasquale ed è nato il duo Mingo e Fabio. Poi la notorietà raggiunta grazie al programma Striscia la Notizia e i servizi con cui tentava di aiutare gli spettatori fino allo scandalo che lo ha travolto suo malgrado.
Nel 2015 il Gabibbo, in diretta su Canale5, ha annunciato il licenziamento di Mingo e Fabio. L'accusa era quella di avere prodotto servizi falsi spacciati per casi reali. Si parlava di truffa. Per De Nunzio un colpo al cuore: "Mi è crollato il mondo addosso. La mia vita, la mia reputazione e la mia dignità sembravano distrutte. Mi sono ritrovato senza lavoro. Non auguro a nessuno di provare ciò che ho provato io". Ma la legge ha fatto il suo corso e "il buon Fabio" ha dimostrato la propria estraneità ai fatti. Tutta la sofferenza provata avrebbe potuto distruggerlo, ma lui è riuscito a trasformarla nel motore che oggi lo spinge ad aiutare il prossimo. Da anni, infatti, assiste bambini e ragazzi vittime di violenza e bullismo: "Avendo sofferto riconosco una persona che sta provando lo stesso dolore e mi prodigo per dare una mano".
Chi era Fabio De Nunzio prima di diventare un personaggio pubblico?
Ambivo a lavorare nel mondo dello spettacolo. Ai tempi del liceo facevo lo speaker radiofonico e una volta diplomato ho iniziato a lavorare nei villaggi turistici. Inoltre, ero nell'Azione Cattolica e mi impegnavo ad aiutare le persone bisognose.
Al liceo hai conosciuto Mingo, Domenico De Pasquale. Con lui è nato il duo Mingo e Fabio.
Sì, con Mingo andavamo nella stessa classe al liceo scientifico. Abbiamo iniziato a fare delle cose insieme su Telenorba e Antenna Sud. Anche Emilio Solfrizzi e Antonio Stornaiolo (Toti e Tata, ndr) e Pio e Amedeo hanno iniziato così. Per fortuna esistono le emittenti regionali che danno spazio ai giovani e permettono loro di crescere.
Nel 1997 sei approdato a Striscia la Notizia. Eri il buon Fabio. Come è nato il tuo personaggio?
Fu un'intuizione di Antonio Ricci. Però devo ammettere una cosa. Facevo lo speaker radiofonico, lavoravo nei villaggi turistici, conducevo sfilate di moda e serate in giro per l'Italia quindi ero abituato a parlare di continuo. All'inizio l'idea di un Fabio muto non riuscivo a digerirla, diciamo che non mi rendeva particolarmente felice. Però eravamo finalmente arrivati in una trasmissione nazionale e decisi di provare anche se pensavo che saremmo durati al massimo un annetto.
Il silenzio del buon Fabio di Striscia la Notizia però aveva un grande valore simbolico.
Rappresentavo la gente che osservava quello che accadeva. Questa sua peculiarità entrava nella testa della gente. Quando uscivo di casa, le persone mi fermavano per chiedermi: "Perché non parli?". Addirittura c'era chi pensava che fossi muto. All'epoca tutti gli inviati del programma avevano una particolarità per essere riconosciuti dagli spettatori. Osservare in silenzio era la mia. Ancora oggi, quando conduco degli eventi, c'è chi si stupisce: "Ma allora parli!".
Il pubblico ti amava.
Forse perché ero pacioccone. Mi trovavano simpatico con il mio cappellino rosso.
In che modo contribuivi alla realizzazione dei servizi?
Non eravamo giornalisti. Cercavamo le storie spulciando i giornali locali in cerca di notizie curiose che non avessero già avuto risalto a livello nazionale. Poi abbiamo deciso di puntare un riflettore sui disagi che ogni giorno vivevano le persone diversamente abili. Ad esempio, le difficoltà a circolare per la città o a raggiungere il piano terra senza l'ascensore e così via. Insomma, provavamo ad aiutare la gente. Il pubblico si è affezionato a noi e abbiamo iniziato a ricevere tante segnalazioni, quindi lavoravamo su quelle. Coprivamo quasi tutto il Sud Italia: Calabria, Campania, Puglia, Basilicata.
Nel 2015 scoppia uno scandalo che ti travolge. Il Gabibbo annuncia in diretta la sospensione e poi il licenziamento del duo Mingo e Fabio. Mediaset e Antonio Ricci vi accusano di truffa perché due servizi in particolare – su una maga e un finto avvocato – erano risultati falsi. Cosa hai provato in quel momento?
Non ne sapevo niente, quindi all'inizio ho pensato che fosse uno scherzo di Antonio Ricci. Una sorta di esperimento. Pensavo volesse diffondere una fake news per dimostrare come si propagava rapidamente senza verifiche. Quando ho capito che era tutto vero, è stata molto dura. Tutti i giornalisti d'Italia ci inseguivano. Si parlava solo di quello. Mi è crollato il mondo addosso. La mia vita, la mia reputazione e la mia dignità sembravano distrutte. Mi sono ritrovato senza lavoro e con questa spada di Damocle sulla testa. Non auguro a nessuno di provare ciò che ho provato io. In questi momenti è facile commettere dei gesti estremi se non hai le spalle larghe e qualcuno che ti sta vicino, come fortunatamente è successo a me. Ma è stata davvero dura. Il dolore più grande della mia vita, paragonabile solo a quando a cinque, sei anni, soffrivo di asma bronchiale e non riuscivo a respirare. Non riuscire a respirare vuol dire sentirsi morire. Ecco, anche quella situazione è stata così per me.
Dal pubblico e dalle persone attorno a te hai percepito fiducia nella tua innocenza o ti hanno puntato il dito contro?
Chi mi conosceva non aveva alcun dubbio su di me. Ho ricevuto tante chiamate da persone che lavoravano in TV, anche da operatori. Mi esprimevano la loro vicinanza perché sapevano che non potevo aver fatto niente. Quando per strada la gente mi accusava, mi fermavo e con pazienza spiegavo che ero innocente. E loro lo capivano che io non c'entravo con quella faccenda.
Le indagini della Procura di Bari hanno stabilito la tua estraneità ai fatti. Striscia, in un comunicato, disse che Mingo aveva agito a tua insaputa. Ritieni sia bastato a riscattare la tua immagine?
Purtroppo non tutti leggono le notizie, quindi per molti ero ancora colpevole. Diciamo che sarebbe stato molto meglio invitarmi in trasmissione.
Ti aspettavi un reintegro?
Posso dire che mi sarebbe piaciuto tornare a lavorare a Striscia perché è stata una parte importante della mia vita.
Dopo che è stata chiarita la tua posizione, hai risentito Antonio Ricci?
No, non c'è stata occasione, io spero che prima o poi capiti di fare una chiacchierata.
Con Mingo, invece, avete ricucito l'amicizia?
Abbiamo preso due strade diverse. Ormai sono anni che non lo vedo e non lo sento.
Adesso come ripensi a quella vicenda? L'hai metabolizzata?
Se ci ripenso mi ferisce ancora e credo che mi ferirà fino all'ultimo giorno della mia vita perché, ripeto, è stata molto, molto dura. È stato un lungo periodo di sofferenza.
Come hai accolto la notizia della chiusura di Striscia?
Mi è dispiaciuto. Secondo me una trasmissione così, che dà una mano a tante persone, non dovrebbe chiudere. Era un punto di riferimento per coloro che volevano lottare contro le ingiustizie. Quando arrivava Striscia, le cose si risolvevano. L'ho visto succedere innumerevoli volte negli anni in cui ho lavorato nel programma. Questo è il mio pensiero.
Come sei riuscito a ricominciare dopo lo scandalo?
Mi sono rimboccato le maniche e ho ricominciato a camminare per ricostruire la mia vita e la mia carriera. Fortunatamente ho incontrato una persona meravigliosa, l'autore Andrea Di Consoli, che mi ha offerto di fare l'inviato per la trasmissione Il Caffè di Rai1. Sulla nostra strada, anche nei momenti bui, si presentano persone che ti tendono una mano. Mi ha dato la possibilità di andare avanti.
Oggi sei il presidente dell'associazione "Bullismo, no grazie" con cui ti impegni ad aiutare i giovani contro ogni forma di violenza. Il bullismo è un tema che conosci bene perché lo hai vissuto sulla tua pelle.
Alle scuole elementari e medie ho subito bullismo perché questi chili di troppo li avevo già da bambino. Soffrendo di asma bronchiale ero bombardato di cortisone. A causa della mia malattia, non riuscivo a respirare e quindi assumevo il cortisone che mi faceva lievitare. Ero facile preda dei bulli. Ho sofferto tanto. Ne parlo anche nel libro "Sotto il segno della bilancia".
Cosa ti ha aiutato ad andare oltre gli insulti?
Lavorare in radio e nei villaggi turistici. Mi sono spogliato da quelle cattiverie ascoltando le persone che si complimentavano con me per la mia simpatia e perché li facevo divertire.
Aiuti le vittime di violenza e di bullismo e incontri i giovani nelle scuole.
Negli ultimi 5 anni, insieme all'associazione, abbiamo incontrato oltre 200.000 ragazzi in Italia. Parliamo anche con i genitori e i docenti. Sono veramente troppi i ragazzi che subiscono atti di bullismo. Ci siamo imbattuti in situazioni pesanti, con episodi di autolesionismo innescati dalle violenze subite dai bulli. So cosa si prova quando vieni isolato e sono tutti contro di te, ridono di te, ti prendono in giro.
C'è una storia che ti è rimasta particolarmente impressa?
È capitato che piangessi nel vedere i tagli sulle braccine di una bambina delle medie. E quando mi ha chiesto il perché di quelle lacrime, ho detto una bugia: "Sono felice perché me l'hai detto". Dentro soffrivo, ma ora che conoscevo il suo problema potevo aiutarla. Nell'associazione abbiamo grandi professionisti pronti a dare una mano e ad aiutare i bambini e le loro famiglie.
Cosa possono fare concretamente i genitori per aiutare i loro figli?
Ritornare a parlare con loro. Il dialogo oggi manca in tante famiglie. Per vari motivi, spesso i genitori vanno via la mattina e tornano la sera. Rientrano stanchi, si mangia qualcosa e si va a dormire. No, bisogna fermarsi e parlare, bisogna ritornare al dialogo, bisogna capire se ci sono delle sofferenze, far vedere ai nostri figli che anche se lavoriamo tutto il giorno, per loro ci siamo sempre. Qualsiasi cosa dovesse accadere, bella o brutta che sia, devono sapere che possono venire a raccontarcelo e ricevere aiuto.
Vorresti tornare in TV magari per portare queste tue battaglie?
Sì, perché se ne parla poco o solo quando succedono casi di cronaca legati al bullismo. Bisogna dare voce alle famiglie, sentire le loro storie e poi parlarne con esperti che possano dare dei consigli utili anche a chi guarda la TV in quel momento. Mi piacerebbe molto portare questo argomento in una rete televisiva, che sia Rai, Mediaset, La7 non ha importanza. Aiutare o salvare anche una sola persona per me è un traguardo importantissimo. E poi ho scritto anche un programma divertente, spero che un giorno qualcuno voglia rendere concreta questa idea.
Vuoi aggiungere qualcosa?
Se ci fosse meno cattiveria, sarebbe un mondo diverso. Oggi non riusciamo a vedere neanche la persona che soffre sul nostro stesso pianerottolo. Ognuno è rinchiuso nella sua campana di vetro. Bastano anche un sorriso e una pacca sulla spalla per cambiare la vita a qualcuno. Sono un ottimista e farò sempre tutto ciò che posso per aiutare gli altri. Con gli abbracci e l'amore salveremo il mondo.