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Perché C’è ancora domani di Paola Cortellesi è un film che non termina con i titoli di coda

C’è ancora domani di Paola Cortellesi è una battaglia per la rivendicazione della parola in un momento storico in cui le donne si esigevano mute e obbedienti. È un film che non termina con i titoli di coda, che ritorna negli echi di un presente ancora molto segnato dalla violenza di genere e invita all’applauso collettivo in sala come atto dovuto.
A cura di Eleonora D'Amore
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Entri in sala, ti siedi. Improvvisamente sei catapultata in una Roma del 1946 in bianco e nero. Non ne uscirai più per diverse ore. L'assenza di colore ti sembra più che giusta, motivata dall'assenza di vita alla quale Delia è costretta ogni santo giorno. Paola Cortellesi decide di descrivere a modo suo la violenza sulle donne, psicologica e fisica, quella che lascia segni evidenti sul corpo o si insinua, subdola, nella mente, svuotando la percezione del proprio io.

Lo sa bene Marcella (Romana Maggiora Vergano), figlia adolescente di Delia e sua naturale evoluzione, nemica del patriarcato impostole da un padre che non riesce a riconoscere. La ragazza detesta l'apparente mollezza della madre, non riesce a leggere tre le righe delle sue strategie di sopravvivenza e la condanna, ritenendola il fallimento del genere al quale appartiene. Fa lo stesso Marisa (Emanuela Fanelli), la migliore amica di Delia, pur riservandole uno sguardo più maturo e gentile, addomesticato all'idea che osteggiarla non servirà a farle cambiare idea su Ivano (Valerio Mastandrea), marito farabutto e continuamente assolto perché "un po' nervoso dopo aver combattuto due guerre".

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C'è ancora domani è un film sull'autodeterminazione femminile, ambientato sì nel secondo Dopoguerra ma con strazianti echi di questi tempi ancora così profondamente segnati da femminicidi e violenza di genere. L'occhio di Paola Cortellesi dietro la macchina da presa sceglie, stavolta, di non mostrarli gli abusi, di trasformare in un musical le scene più cruente e di dissolvere sangue e lividi come se le vittime fossero delle supereroine repellenti alle barbarie. Ovviamente non è così, quei segni scavano solchi sempre più profondi e spingeranno Delia ad affrontare un suo enorme limite: l'incapacità di sentirsi meritevole della felicità.

Perché lei è tutt'altro che una debole, vive la segregazione in un angusto sottoscala come se fosse l'unica possibilità che le resta e l'unico posto di cui è degna, ma ha i suoi espedienti per non soccombere del tutto. Solo il suo primo amore Nino (Vinicio Marchioni) sembra donarle colore, ravvivare il grigiore che le contorna il viso e rimetterla in contatto con la sua parte femminile senza sensi di colpa. È il simbolo di un sentimento sano, capace di amplificare ciò che di bello è già presente e fatica a venire fuori poiché minato nel profondo. Un'infusione di coraggio necessaria quando non ci si vede più e si è diventati sordi ai propri richiami.

Nino è l'unico capace di riabilitare la figura maschile, schiacciata dalla gretta ignoranza di Ivano e di suo padre Ottorino. Perché la violenza è qualcosa che può essere tramandata con grande determinazione, un germe coltivato con dovizia di argomentazioni, che lo rendono resistente a qualsiasi forma di corruzione affettiva. "Non glie poi menà sempre, sennò se abitua", gli dice il genitore infermo, come promemoria per le lezioni future da dare a sua moglie. Un mondo alla rovescia, dove lo scontro è continuo ma non vince mai nessuno.

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Ed è in questa guerra di perdenti che Paola Cortellesi inserisce la battaglia per la rivendicazione della parola, in un momento storico in cui le donne si esigevano mute e obbedienti. Delle ancelle condannate al bavaglio, costrette alla prossimità con mariti che assomigliano più a dei secondini.  Dentro c'è il bianco e nero di un mondo svuotato di significato e tutto il colore dell'ironia come antidoto alla brutalità dell'uomo. Una rivoluzione a bocca chiusa, come cantava Daniele Silvestri nel video della canzone sanremese del 2013, diretto proprio da Valerio Mastandrea. "Con solo questa lingua in bocca e se mi tagli pure questa io non mi fermo, scusa. Canto pure a bocca chiusa", era già scritto. Nessuna meraviglia nel vedere la sala gremita alzarsi in piedi e applaudire, un atto dovuto.

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Casertana di origine, napoletana di adozione. Laureata in Lingue e Letterature Straniere all'Università L'Orientale di Napoli, lavora a Fanpage.it dal 2010, anno in cui il giornale è nato. Caposervizio dell'area spettacolo.
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