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Checco Zalone ha superato il suo record perché è sempre uguale, lo guardiamo illudendoci che non ci somigli

Il comico pugliese supera il record di incassi più alto della storia che prima apparteneva a Quo Vado?, un altro suo film. Un successo incredibile ma prevedibile, perché Zalone non cambia mai, dimostrando di avere su di noi un effetto molto simile a un altro eterno personaggio del nostro cinema: Fantozzi.
A cura di Andrea Parrella
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Ce l'ha fatta di nuovo, ha superato il suo stesso record e non ci sono definizioni alternative a "successo clamoroso" per descrivere i risultati conseguiti da Buen Camino, specie per i tempi che corrono e per la situazione precaria in cui versa il cinema oggi. Come ogni fenomeno che si rispetti, siamo qui a scervellarci per definirlo, tracciarne i confini, capirne le sfumature e, come ogni fenomeno che si rispetti, la ricetta sfugge proprio perché, in caso contrario, sarebbe replicabile.

Da dieci anni, ormai, l'Italia vive un fenomeno culturale che ha rimpiazzato i cinepanettoni, altrettanto criticati e ugualmente imperanti per più di un ventennio, con Luca Medici che domina quel che resta dei botteghini e la percezione comune di essere l'ancora di salvezza del cinema popolare, con tanto di critiche riservate a questo genere.

C'è una cosa evidente che pare nascondersi nelle pieghe delle discussioni sui film del comico pugliese: Zalone è sempre uguale. Non cambia mai, invariato negli anni non solo per i risultati, ma proprio per la ripetitività sistematica con cui questo personaggio di fantasia si impossessi dei vari tipi umani prescelti. Attenzione, non si tratta di Luca Medici che si cala nei panni di un personaggio diverso ogni volta, ma proprio del fatto che Zalone diventi, ogni volta, una persona diversa pur rimanendo Checco.

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Il cantante neomelodico in cerca di fama, la guardia giurata in un museo, il venditore di aspirapolveri, l'imprenditore fallito, il multi milionario in stile Gianluca Vacchi di Buen Camino. Mancano all'appello solo il politico, il professore in una scuola, il prete. Tutti diversi, tutti identici, tutti Zalone. Ogni film con una storia autoconclusiva, un Checco alla volta che impara dalla vita, diventa una persona migliore nel corso del film, ma riparte da zero in quello successivo, come ci fosse un Che Cozzalone in ognuno di noi, anche se faremmo fatica ad ammetterlo o riconoscerlo.

Con i film di Zalone si innesca una dinamica dissociante tra spettatore e protagonista non nuova al cinema: chi guarda un personaggio che incarna alcuni dei valori peggiori dell'italiano e dice l'indicibile, non si identifica col personaggio. Sa che esiste, lo capisce, forse è anche d'accordo con le atrocità pronunciate da Zalone, ma si consola col fatto di non essere come lui. O meglio si convince.

Succede con Zalone oggi, accadeva con Fantozzi nei decenni scorsi. Tempi diversi, temi diversi, ma la stessa capacità dei personaggi di incarnare un tempo storico. Quando Villaggio descriveva Fantozzi, non a caso, sottolineava che gli spettatori, osservandolo, tendessero a sottolineare di avere visto in quel personaggio il vicino di casa, il collega della scrivania a fianco: "Mai una volta che qualcuno mi abbia detto di vedere in Fantozzi se stesso", diceva in una celebre intervista del '75 alla Tv svizzera. Checco Zalone è sempre uguale e noi torniamo al cinema ogni volta, lo guardiamo sperando non cambi e rivedendoci il vicino di casa, il collega della scrivania a fianco, il dirimpettaio. Soprattutto producendo dentro di noi la solita illusione: che non ci somigli per niente.

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"L'avvenire è dei curiosi di professione", recitava la frase di un vecchio film che provo a ricordare ogni giorno. Scrivo di intrattenimento e televisione dal 2012, coltivando la speranza di riuscire a raccontare ciò che vediamo attraverso uno schermo, di qualunque dimensione sia. Renzo Arbore è il mio profeta.
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