
La pubblicità fa parte della televisione e questo è chiaro, oltre che ampiamente noto, quando poi è associata a un evento di portata nazionale come Sanremo, è chiaro che gli spazi pubblicitari diventano contenitori più che ambiti, soprattutto se introdotti in quella che, di fatto, dopo 76 anni è ancora la vetrina della tv. Ciò che passa per Sanremo ha un suo valore e, soprattutto, viene visto da un certo numero di telespettatori che, soprattutto dopo il ritorno in auge dello show negli ultimi anni, è piuttosto seguito (nonostante il calo, piuttosto significativo, di quest'anno rispetto alla scorsa edizione sempre a guida di Carlo Conti).
Scaletta alla mano, la prima serata del Festival dura complessivamente cinque ore, nelle quali rientrano ovviamente anche i momenti dedicati alla pubblicità e alla promozione. Perché, come ci ricordano il momento Tim, il momento Costa Crociere e quello Suzuki, non esistono solo gli spot, ma anche i brand che supportano il Festival e che, quindi, si ritagliano la giusta valorizzazione all'interno di un programma televisivo dalla macro durata. La prima serata ha visto esibirsi ben trenta cantanti, un numero considerevole, che richiede tempi ristretti, ma nemmeno troppo se ci si vuole godere lo spettacolo e d'altra parte, quella della velocità, è una delle caratteristiche della conduzione di Carlo Conti che non solo cerca di chiudere la diretta in tempi decenti, ma ha delle scadenze da rispettare e si tratta proprio del minutaggio previsto per la pubblicità. In un programma la cui durata è di cinque ore, sono previsti otto spazi pubblicitari di cinque minuti ciascuno, quindi circa 40 minuti sono dedicati agli spot, a cui si aggiungono circa 20 minuti di collegamenti con i vari brand partner del Festival. Totale: sessanta minuti di pubblicità. E questo è un fatto, non si tratta più di interruzioni vere e proprie, quanto di una modalità di stravolgere il racconto televisivo che, ormai, è legato a doppio filo alle strategie commerciali.
Cosa c'è da meravigliarsi, ci si potrebbe chiedere, e se in termini di marketing oltre che economici è normale che le aziende, come la Rai, facciano accordi di questo tipo, è in termini di show televisivo che c'è una perdita significativa. Sanremo è diventata una staffetta serrata di canzoni e spazi pubblicitari, i veri momenti di intrattenimento dove sono finiti? È un vero peccato, anche perché nel primo Sanremo costruito nel ricordo di Pippo Baudo, sarebbe stato bello godersi non solo il Festival della canzone italiana, ma anche un varietà, di quelli che esistevano ai tempi del conduttore che ha fatto la storia della kermesse, cambiandone le regole e trasformandolo in quella che è oggi la kermesse. Quello che manca, forse, in un contenitore che dovrebbe valorizzare la musica, seppur alternata dall'ormai onnipresente pubblicità, è un po' di coinvolgimento, di presenza in più, perché la vera domanda è: alla fine, tra un break e l'altro, ricordiamo qualcosa delle trenta esibizioni di ieri? Forse non abbastanza.