
Andrea Pucci a Sanremo, parliamone. Dei dubbi sulla partecipazione del comico alla co-conduzione del Festival di Sanremo 2026 ne abbiamo già parlato qui, ma se ne sta parlando ovunque sui social network. Il solito gioco delle parti accelerato soprattutto dalla reazione muscolare del Partito Democratico che ha tuonato in Vigilanza, scatenando i partigiani dell'una e dell'altra fazione.
Ribadiamo il concetto: Andrea Pucci è liberissimo di essere di destra. È liberissimo di votare per chi vuole, è liberissimo di fare tutte le battute che vuole su gay, terroni, immigrati, è liberissimo finanche di spernacchiare il suddetto Pd in caso di sconfitta elettorale. La Rai, servizio pubblico e quindi di tutti, è libera di portarlo nella platea più ampia, il posto dove ci sono mediamente dodici milioni di telespettatori, tra cui anche quelli che votano a sinistra e anche quelli che si sentono discriminati dalle sue battute? Ma soprattutto: Pucci fa ridere?
Andrea Pucci e il sud
Il folklore di Napoli secondo Pucci: gente che ti tratta come un amico di vent'anni dopo cinque secondi, che urla incomprensibilmente, che infila quattro persone in una Smart perché "non rompere il cazzo", che ti suona al semaforo rosso perché quello è "rosso fresco, abbiamo ancora venti secondi". L'accoglienza calorosa che diventa invasione, il caos spacciato per vivacità, il dialetto come marchio di inaffidabilità.
C'è anche la variante Bari. Più o meno come Napoli, ma con focus su una maggiore rozzezza dei suoi abitanti. Dettagli di camicie sbottonate, peli ispidi che fuoriescono dal petto, collane d'oro con crocifissi da un chilo e mezzo, riso con le cozze, ristoranti gestiti da balordi, linguaggio incomprensibile.
La variante Sicilia è uguale. Ma con l'aggravante del ritardo. Entra in un bar per un caffè alle 9.30 ed esce alle tre meno un quarto del pomeriggio senza neanche averlo preso.
Il problema non è la provocazione, è la pigrizia.
Perché questo è il punto: Pucci non è Lenny Bruce che sfida i tabù della sua epoca. Non è nemmeno Zelig che ha fatto satira con gli sketch dei Fichi d'India. Pucci è uno che nel 2026 fa ancora battute sui napoletani chiassosi, sui baresi rozzi, sui gay effeminati, sugli albanesi che arrivano coi gommoni. Roba che faceva ridere forse trent'anni fa, quando Berlusconi raccontava barzellette sui cinesi al G8. Ma per l'appunto Pucci non è Berlusconi, che faceva ridere in quanto Berlusconi.
La comicità stereotipata è la forma più pigra di intrattenimento: non richiede osservazione, non richiede intelligenza, non richiede originalità. Basta pescare nel catalogo dei pregiudizi condivisi e ricamarci sopra. Il pubblico ride non perché la battuta sia brillante, ma perché riconosce lo schema, perché si sente confermato nelle sue convinzioni, perché ridere di "quelli diversi da noi" è sempre il gioco più facile. E, aggiungo, anche la comicità stereotipata tocca saperla fare. E la perdoni a Massimo Boldi, a Christian De Sica, a Lino Banfi, a Gigi e Andrea. A gente che è appartenuta a quel tempo e che non ha eredi. Pucci prende di forza quell'eredità, profanandola e travasandola in un'epoca che – per quanto sia rivolta a destra – non è più quella.
E qui sta il cortocircuito: la Rai può portare Pucci a Sanremo? Certo. Dovrebbe? È un'altra questione. Perché il servizio pubblico ha una responsabilità che va oltre l'auditel. Scegliere Pucci significa mandare un messaggio preciso: va bene ridere così, va bene questo tipo di comicità, va bene confermare gli stereotipi invece che sfidarli.
Non è censura chiedere qualità. Non è politically correct pretendere che un comico di prima serata faccia ridere per intelligenza e non per pigrizia. È semplicemente aspettarsi che il nostro servizio pubblico non si accontenti del minimo sindacale dell'intrattenimento. L'egemonia culturale, per usare una parola tanto cara all'amministratore delegato Rossi, si può fare meglio anche con un peto e un rutto, purché sia sincero. Sincerità non è sinonimo di pigrizia.