Non è successo niente di nuovo ieri. Niente. Salvini è passato all'incasso mettendo su carta ciò che ha biascicato per tutta la campagna elettorale nei suoi tweet, nelle dirette e a margine del suo ragù e delle partite di Champions League. Aveva promesso di sdoganare il cattivismo e l'ha fatto, aveva promesso di combattere l'inclusione e l'integrazione e l'ha fatto, ha sparso bile sui 35 euro al giorno e continua a concimare la sua propaganda, aveva garantito che la paura sarebbe passata rendendo più difficile ai neri l'essere neri e lo sta continuando a fare, ha strizzato l'occhio ai razzisti garantendogli uno sdoganamento sociale e politico e l'ha fatto, ha accettato di fingersi socio di minoranza di un governo che sapeva bene di poter ingoiare con poca fatica e ci è riuscito. Non solo: Salvini per esistere ha bisogno di clandestini che riempiano le panchine dei parchi e gli incubi dopati dei cittadini e anche su questo è riuscito a fare bingo: chiamare decreto sicurezza un decreto che aumenterà gli irregolari è un capolavoro possibile solo in un Paese che ha perso la misura delle parole, la capacità di lettura delle riforme e che ha appiattito la politica a una quotidiana, lunghissima, diretta social. Ci indigniamo per Fedez e la Ferragni eppure abbiamo ministri che competono sullo stesso campo, con danni infinitamente peggiori.

La giornata di ieri è stata lo zenit del salvinismo. Una vittoria rotonda, schiacciante e che può tranquillamente capitalizzare in solitaria. Non è un caso che i suoi alleati di governo (che velocissimamente si usurano ogni giorno che passa) siano ingolfati nella rivendicazione della riforma sulla prescrizione e nelle beghe interne di partito (che sarebbero normale diversità di opinione ma che di questi tempi si chiamano tradimento dissidenza).

Ciò che invece continua a mancare in quel Parlamento svuotato dal governo di alleati con contratto stagionale è la rappresentazione di un bel pezzo che sta qui fuori, quelli che ancora inorridiscono ogni volta che sentono parlare di immigrazione e sicurezza come unica formula indissolubile, quelli che con un po' di memoria si ricordano ancora le facce sconcertate dei francesi che ascoltarono Sarkozy sdoganare l'orrendo assioma nel 2010. Bruciano ancora, qui fuori, le incaute forzature del fu ministro Minniti che agevolò i dubbi sulle ONG che oggi sono diventati secchiate di fango e i gli amichevoli rapporti con i libici che sulla carne viva dell'immigrazione continuano a fondare il proprio peso internazionale.

Non è successo niente di nuovo ieri nemmeno quando i senatori di PD, probabilmente dopo una convulsa riunione tutta creatività e tutta comunicazione, hanno pensato bene di posare sorridenti (sì, sorridenti, mannaggia a loro) con cartelli e magliette che urlavano #menosicurezza #piùclandestini come dei leghisti qualsiasi, appena appena più urbani, più composti e più potabili nel portamento e nel lessico. Non c'è niente di nuovo: farsi trascinare nel campo avversario, tutti fieri di insozzarsi nello stesso fango e addirittura attingendo dallo stesso vocabolario è un costume che i democratici ormai praticano da un bel po'.

E non stupisce, no. Per fare opposizione, perché da fuori appaia veramente qualcosa di diverso e di alternativo piuttosto che la brutta copia sbiadita, bisognerebbe essere capaci di elaborare idee opposte, soluzioni diverse, immaginare mondi che non trovano spazio nella discussione generale, avere il coraggio di non inseguire le pulsioni generali (che è cosa ben diversa dal minimizzarle e addirittura percularle) e guardare negli occhi la realtà percepita per smontarla pezzo per pezzo. Ci vuole coraggio, certo, e servono anche idee ben chiare, direzioni precise e concordate e soprattutto la voglia di correre il rischio di essere sostanzialmente diversi rispetto alla corrente dei benpensanti popolari che non portano mai nulla di buono. Del resto non è un caso che finanche gli scrittori, categoria solitamente dimessa e inascoltata, improvvisamente abbiano assunto ruoli che spetterebbero anche a qualcuno lì dentro al Parlamento.

Se i democratici puntano a essere la copia educata di quelli che governano sarà difficile trovare un buon motivo per non preferire a quel punto l'originale rispetto alla copia, per quanto bella sia.