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La newsletter di Fanpage.it contro il silenzio

Ciao,
c’è un distributore di carburanti, a Milano, in cui lo scorso weekend la benzina è arrivata a costare 2,6 euro a litro. È una situazione al limite del grottesco, se pensi che questo aumento è figlio di una guerra senza senso voluta da Trump e Netanyahu, a un blocco dello stretto di Hormuz che prima di quella guerra era libero e a una tregua tra Usa e Iran che in teoria era stata raggiunta settimane fa. Ma è anche una situazione al limite del grottesco perché chi ha provocato questa crisi, e chi l’ha sostenuto anche qui da casa nostra, erano i grandi sostenitori dei combustibili fossili, ritenuti più economici e a portata delle tasche degli italiani rispetto alle fonti rinnovabili o ai motori elettrici. E sono gli stessi, pure, che fino a che non sono andati al governo, dicevano che avrebbero tagliato tutte le accise sui carburanti. E che adesso, dopo quattro anni di governo, non sanno che pesci pigliare.
Che fare, quindi? Semplicemente, parlare di una rapina di cinque anni fa, di quattordicenni da mandare in galera e di quel che accade all’estero. Abbastanza per alzare il fumo e distrarci tutti quanti. Sai mai che il prezzo dell’energia torni a scendere
E ora, passiamo alle domande
Nel caso Roggero ciò che c'è di tremendamente sbagliato è che la presidente del consiglio Meloni e il ministro Salvini abbiano in forme diverse tra loro, preso posizione a favore della grazia immediata a Roggero, e qualche critica alla sentenza dei giudici, che ha determinato il giusto richiamo al ministro della Giustizia Nordio che era partito arrogandosi un potere non suo, e immediatamente richiamato dal Presidente Mattarella, al rispetto della Costituzione che attribuisce solo al Presidente della Repubblica questo potere. Continua l'attacco alla Magistratura e al Presidente della Repubblica da parte di questo governo in modo arrogante e incompetente
Giampaolo
Ciao Giampaolo,
vedi, quello che è successo col caso Roggero, non è nulla di nuovo. Abbiamo assistito al solito refrain della destra, che come ha ricordato bene il nostro direttore, non perde occasione per tuffarsi sul fatto di cronaca del momento e strumentalizzarlo a fini elettorali. Ti ricordi cos’è successo dopo l’attentato a Modena? E con la famiglia nel bosco? Per non parlare di Garlasco… Tutti casi cavalcati per sostenere la propria narrazione, per proporre l’ennesima misura securitaria, per delegittimare la magistratura. L’abbiamo visto nelle settimane che hanno preceduto il referendum sulla riforma della giustizia e lo vediamo ora, mentre la destra è alle prese con l’inarrestabile avanzata di Roberto Vannacci. Fratelli d’Italia, Lega e Futuro Nazionale lottano per strapparsi qualche consenso e la strategia adottata è sempre la stessa: prendi il fatto, depuralo dalla sua complessità e trasformalo in un simbolo, in una battaglia di partito. È una dinamica ormai ricorrente nella comunicazione politica e che probabilmente verrà sempre più esasperata man mano che ci avviciniamo alle prossime elezioni. La vicenda del gioielliere in questo senso è esemplare. Dopo la sua condanna in via definitiva, tutto il centrodestra, in blocco, è piombato sul caso e ha cercato di appiccicarci sopra il simbolo del proprio partito, alimentando un racconto fallace dei fatti e facendo promesse irrealizzabili. Così alla fine Matteo Salvini, messo davanti all’evidenza dell’impossibilità di candidare Roggero anche nell'eventualità in cui dovesse ricevere la grazia, è stato costretto a capitolare rivelando l’inconsistenza delle sue sparate. “Valuteremo”, si è limitato a rispondere alla collega di SkyTg24 che lo aveva incalzato. Intanto però, anche questo dibattito politico è stato irrimediabilmente annacquato.
Giulia Casula, redattrice area Politica Fanpage.it
Nel caso Roggero vedo che si fa cenno ai due banditi ammazzati quasi fossero caduti sul lavoro. Erano due delinquenti che sono entrati in una gioielleria per rapinare pistole alla mano minacciando e picchiando chi stava lavorando onestamente. Dall'altra parte una famiglia che stava facendo il loro lavoro ,non stavano facendo male a nessuno. Le chiamiamo vittime? ormai qui si stanno invertendo le cose le vittime sono gli assalitori e gli aggressori gli aggrediti. Li chiamate vittime di che? di fare male al prossimo di uccidere ? Il fatto che molti italiani, me compreso, siano dalla parte di chi ha sparato la dice lunga. Vox populi vox dei
Carlo
Ciao Carlo, ti rispondo volentieri, proprio perché la pensiamo in modo piuttosto diverso. A mio parere, c’è un errore in tante ricostruzioni simili alla tua ed è quello di sovrapporre i piani, tenendo insieme due questioni distinte in modo strumentale. Nessuno “difende” la condotta dei rapinatori che si sono introdotti armati nella gioielleria di Roggero per portargli via i frutti del proprio lavoro. Nessuno confonde aggressori e aggrediti, nel caso della rapina. E nessuno intende garantire alcun diritto di rubare, assaltare, minacciare chi fa il proprio lavoro in modo onesto e rispettoso del prossimo.
Non è questo il punto, non lo è mai stato.
Ma nel nostro ordinamento, per fortuna, la pena di morte non è un’opzione, tanto più per punire un crimine come la rapina. Men che meno a pronunciare sentenze di morte può essere un cittadino, ancorché vittima del furto. Né, soprattutto, possiamo confondere il diritto alla legittima difesa con la possibilità di fare ricorso alle armi senza che vi sia un pericolo attuale o una risposta proporzionale alla minaccia. A stabilirlo sono le leggi della nostra nazione, nel caso in questione addirittura una che è stata voluta e votata da quella parte politica che ora urla all’ingiustizia. Nel caso Roggero, è evidente come manchi qualunque presupposto perché si possa parlare di legittima difesa, come si evince in modo inequivocabile dalle sentenze. Ed è questo che noi dobbiamo rispettare: non la tolleranza per rapine e aggressioni, ma il senso di giustizia, che è incompatibile con la dinamica dei fatti che hanno portato il gioielliere a uccidere due persone e ferirne gravemente una terza.
Perché in una società civile, i cittadini devono sentirsi protetti e tutelati dalle istituzioni (e qui hai ragione, troppo spesso la sensazione di insicurezza ci assale…), ma non possono sostituirsi allo Stato nel monopolio della forza, con un uso illegittimo delle armi per farsi “giustizia” da soli. È un confine che non possiamo superare, per il bene dell’intera collettività.
Adriano Biondi, condirettore Fanpage.it
Se non fossero stati smantellati I servizi di psichiatria territoriale insieme a tutto il SSN il personale sanitario non sarebbe stato più preparato ad affrontare il caso? Si è ridotto tutto a problema di ordine pubblico?
Maria Teresa
Ciao Maria Teresa, la tua domanda apre ad un tema con radici profonde e troppo spesso ignorato e sottovalutato, fino a quando non spunta un caso mediatico finito in tragedia. La morte di Fakir ci porta sicuramente ad una riflessione molto più ampia sul tema, tralasciando per un attimo le critiche e le polemiche sulla preparazione delle forze dell’ordine nel contenere una persona in stato di agitazione.
Voglio invece mettere sul tavolo qualche dato e qualche numero per riflettere insieme sullo “stato di salute” del nostro Paese quando parliamo di salute mentale.
Un allarme è stato lanciato a fine 2024 dal Collegio Nazionale dei Direttori dei Dipartimenti di Salute Mentale. La salute mentale viene definiva la Cenerentola della sanità pubblica.
E guardando i numeri possiamo capire come ci sia qualcosa che non va
Nel 2024, oltre 16 milioni di italiani lamentano disturbi psicologici di media e grave entità, con un incremento del 6% rispetto al 2022. Sappiamo inoltre secondo Rapporto sulla salute mentale del Ministero della Salute uscito ad aprile 2026 e riferito sempre all’anno 2024 che i servizi specialistici territoriali hanno preso in carico esattamente 845.516 persone. Non serve essere un genio della matematica per capire che c’è un enorme sommerso, un numero enorme di cittadini che non hanno accesso alle cure. A pesare è la paura dello stigma, ma anche la difficoltà stessa dei servizi nel prenderli in carico. Infatti, sempre secondo il Collegio Nazionale dei Direttori dei Dipartimenti di Salute Mentale, il nostro Paese spende appena 3.6 miliardi l’anno(circa il 2,7 – 3% del Fondo Sanitario Nazionale) per la salute mentale. Una spesa che ci colloca agli ultimi posti in Europa tra i Paesi ad alto reddito. E i fondi recentemente stanziati nella Legge di Bilancio 2026 sono purtroppo una goccia nel mare e non ci fanno avvicinare alla soglia del 5% di spesa considerata minima dagli esperti per raggiungere degli standard di assistenza degni di un paese europeo. Ma questi dati non sono solo numeri ma pazienti, famiglie troppo spesso lasciate sole ad affrontare un disagio mentale. Tutto resta troppo spesso sulle spalle dei caregiver, costretti a gestire un figlio, un genitore, un parente di fatto ingestibile senza una diagnosi e una cura. “Siamo un popolo di invisibili lasciati al caso” dice Francesca Rizziello, una donna che nel 2019 è stata accoltellata diciannove volte dal fratello affetto da un grave disturbo psichiatrico. Solo pochi giorni fa, spinta anche dalla più recente vicenda di Modena di Salim El Koudri, ha fondato l’associazione “Mai Più Soli” lanciando una proposta di riforma normativa sul tema della salute mentale. L'associazione attiverà uno sportello multidisciplinare gratuito che offrirà alle famiglie tutela legale specializzata, supporto psichiatrico di rete e percorsi psicoterapeutici per i familiari. Questo perché troppo spesso le istituzioni arrivano troppo tardi e in situazioni già di emergenza ed è quindi la società civile a doversi attivare per tendere una mano alla famiglia in difficoltà.
Chiudo con un’ultima piccola riflessione. Dall’approvazione della legge Basaglia in poi, tanto è stato fatto per dare dignità ai pazienti psichiatrici ma lo smantellamento dei manicomi non ha portato purtroppo ad una rete così capillare da poter curare e accogliere tutte e tutti.
Simona Berterame, videoreporter Fanpage.it
Non si parla più di risparmio energetico e di conseguenza di lavori di coibentazione dei condomini. Che prezzo hanno pagato le piccole e medie imprese edili per la cattiva gestione del "110" che era in realtà un ottimo incentivo e dava un po' di respiro a una parte importante dell'economia?
Giuliana
Ciao Giuliana, la tua domanda sollecita, ma solo in prima battuta, una riflessione semplicissima: non si parla più di risparmio energetico e dei lavori relativi alla sua realizzazione perché secondo il governo non ci sono più risorse economiche nel bilancio dello Stato in grado, come nel decennio precedente, di innescare procedure virtuose. Come sappiamo, tutti gli incentivi predisposti dai governi hanno subito già a partire dal 2024 una decisa riduzione, limitando ancora di più l’iniziativa dei privati.
La situazione geopolitica attuale e le enormi conseguenze sul piano politico-finanziario non lasciano ben sperare per il futuro. È chiaro che l’aumento esponenziale dei costi delle materie prime che alimentano il nostro sistema energetico (gas e petrolio soprattutto) non avrà conseguenze soltanto sulla nostra mobilità ma colpirà, sicuramente in modo più diretto e pesante, anche il nostro comfort ambientale nella vita di tutti i giorni. Davanti a tutto questo, è difficile che l’Italia riesca a raggiungere gli obiettivi fissati dall’Europa sull’efficientamento energetico degli edifici, se consideriamo che al massimo della partecipazione dello Stato nella spesa relativa (Superbonus 110%, introdotto nel 2020 con il decreto Rilancio, con il meccanismo della cessione dei crediti e dello sconto in fattura) solo il 4,1% degli edifici ne ha effettivamente usufruito. Il governo Meloni sull’argomento è stato chiarissimo già nel 2024: la stagione dei bonus facili è definitivamente chiusa. Dunque a me pare che la questione degli incentivi sia, al momento, congelata.
Passando alla questione che poni, innanzitutto il prezzo pagato per la “cattiva gestione” del Superbonus non ha coinvolto solo le piccole e medie imprese ma ha gravato anche sui proprietari degli immobili interessati. Già nei primi mesi del 2023 il Governo si è reso conto che gli oneri finanziari a carico dello Stato stavano assumendo proporzioni non sostenibili per il bilancio statale, e con il decreto blocca cessioni (dl n. 11/2023) ha introdotto una pesante limitazione all’utilizzo del 110%, salvaguardando solo per particolari contesti e secondo particolari specifiche tecnico-amministrative la possibilità di continuare ad usufruire del meccanismo fiscale del 110%. Poi il decreto Superbonus 2024 (Decreto-Legge n. 39/2024, convertito in Legge n. 67/2024) ha cancellato ogni opzione di sconto in fattura e cessione del credito per le nuove spese, bloccando ulteriori deroghe. Per le spese ammesse nel 2024, la detrazione del Superbonus è scesa al 70%, rispetto al 110% precedente. Al 65% per il 2025. Quindi già a partire dal maggio 2023 le imprese, soprattutto quelle piccole e medie, hanno subito una pesante battuta d’arresto per la mancata acquisizione di provviste finanziarie utili al prosieguo dei lavori, accumulando nel loro cassetto fiscale una montagna di crediti non più (o difficilmente) cedibili. A questa situazione si sono sommate le difficoltà economiche per l’esplosione dei costi di approvvigionamento dei materiali e dei servizi in edilizia, che hanno determinato gli abbandoni dei cantieri e situazioni di fallimento. Ma c’è di più. Le imprese che hanno resistito sul mercato e che sono riuscite a completare i lavori, venendo meno la possibilità di cessione dei crediti agli istituti finanziari abilitati, sono state costrette a cedere i loro crediti a intermediari finanziari o privati, con un onere che è via via aumentato fino a raggiungere talvolta il 30% del credito. Una situazione che ha di fatto azzerato (sicuramente compromesso) l’eventuale ricavo ottenuto alla fine dei lavori, a vantaggio, come spesso accade, della speculazione finanziaria.
Annalisa Cangemi, capo area Politica Fanpage.it
Alla prossima settimana, come sempre aspettiamo le vostre domande!
Francesco Cancellato, direttore di Fanpage.it