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La newsletter di Fanpage.it contro il silenzio

Anche questo numero della nostra newsletter giunge in un momento piuttosto complesso, con i venti di guerra in Iran che hanno ripreso a soffiare, sempre ammesso che si fossero placati. Sono giorni in cui è ancora più urgente riflettere sulle trasformazioni delle nostre società, consapevoli dello stress informativo cui siamo continuamente sottoposti e che spesso finisce con il lasciarci disorientati e confusi. Ed è per questo che uno spazio come Rumore è così importante per noi di Fanpage, perché ci consente di prenderci il tempo per ascoltare, riflettere e dialogare con te.
E quindi, passiamo alle domande
- Basta essere nati in Italia per definirsi italiani? Io sono veneziano ma per essere tale, secondo vecchie tradizioni, bisognerebbe esserlo da 8 generazioni. Mio nonno è padovano, mia nonna di Rovigo: io pur essendo nato a Venezia non posso definirmi tale. Dietro la nascita c'è la cultura trasmessaci dai nostri genitori, ci sono valori che vengono dalle generazioni che abbiamo alle spalle. Quindi per cortesia non meravigliarti se tutti vedono l'accoltellatore come gambiano e non come italiano. Carlo
Ciao Carlo, permettimi di dire che trovo la tua riflessione interessante, anche se troppo rassegnata. La verità è che chi fa il nostro lavoro dovrebbe essere in grado di fornire una copertura più completa e attenta, come fosse un antidoto alla superficialità con cui spesso si reagisce alla cronaca di fatti cruenti e tragici. È diventato quasi un riflesso, un automatismo, quello di concentrarsi sulla nazionalità o la provenienza dell’autore di un crimine, invece che sul fatto in sé, sulle conseguenze, sulle ragioni e persino sulle povere vittime. Nel caso di reati che coinvolgono persone straniere, immigrati o irregolari, concentrarsi sulla nazionalità serve non solo a rilanciare l’allarme per “l’invasione”, per le “città fuori controllo” (cito dai titoli dei giornali di questi giorni), ma anche a far passare in secondo piano le condizioni che determinano la “devianza”, le cause profonde dell’insicurezza reale o percepita che sia. È individuare una soluzione semplice a questioni complesse, cosa che è sempre un errore.
Se non altro, è un buon sistema per riconoscere subito un tentativo di strumentalizzazione e speculazione ai fini politici.
Adriano Biondi, condirettore Fanpage.it
- Ma perché è ricominciata la guerra in Iran? Non stavano negoziando dopo l’accordo firmato un mese fa? Fabio
Ciao Fabio! Sì, sulla carta siamo ancora nei tempi tecnici dell’accordo, che prevedeva un mese di tempo – dallo scorso 17 giugno – per trovare una quadra sullo stretto di Hormuz. Il problema è che da giorni continua a cadere una pioggia di missili e droni per tutto il Golfo. Il che rende difficile credere che la macchina della diplomazia possa continuare a fare il suo lavoro. Un conto sono i toni piccati di Donald Trump o degli Ayatollah: spesso colloqui e negoziati proseguono al di là delle minacce o degli insulti che vengono scambiati pubblicamente, ma in questo caso le cose sono un po’ più complesse. Gli Stati Uniti da giorni lanciano raid su larga scala contro l’Iran, colpendo anche Teheran, e in risposta i Guardiani della Rivoluzione hanno attaccato le basi USA in diversi Paesi del Golfo, compreso il Qatar. Compresi, cioè, i mediatori dell’accordo.
Il punto è che una mediazione appare sempre più complessa. L’Iran ormai punta a una prova di forza per assicurarsi il controllo di Hormuz. E si sente legittimato a farlo proprio in base a quanto era stato scritto nel Memorandum d'Intesa ratificato lo scorso 17 giugno. Precisamente in base all’articolo 5, che è quello in cui Teheran si impegnava ad assumere tutte “le misure necessarie per garantire il passaggio sicuro delle navi commerciali, senza alcun costo per 60 giorni”. E poi ad avviare “un dialogo con l’Oman per definire la futura gestione amministrativa e i servizi marittimi nello stretto di Hormuz, in discussione con gli altri Stati del Golfo persico, in conformità del diritto internazionale”.
Secondo gli Ayatollah proprio questi passaggi dimostrerebbero come da accordi debba essere loro riconosciuta la gestione dello stretto e non accettano interferenze che vadano in senso contrario. Gli Stati Uniti, a loro volta, accusano Teheran di non rispettare il principio di libertà di navigazione che – almeno per due mesi – non dovrebbe prevedere alcun pedaggio o dirottamento. Ed è così che si è arrivati allo stallo. Per ora non si vedono vie d’uscita. Nessuno vuole davvero riprendere una guerra su larga scala, ma non sembra esserci modo di trovare un’intesa che duri più di qualche settimana.
Annalisa Girardi – vice capo area Video
- È corretto che la pubblica amministrazione finanzi concerti e spettacoli con i soldi pubblici che devono dare Servizi e strutture pubbliche. Gli spettacoli e i concerti sono servizi Culturali? Salvatore
Ciao Salvatore, grazie per la domanda. La risposta breve è: sì, ritengo che sia giusto finanziare la cultura con risorse pubbliche.
La risposta più articolata parte da una domanda di fondo: che cosa consideriamo un bene per la comunità e per la sua crescita culturale? Ogni anno migliaia di concerti, spettacoli e iniziative culturali sono sostenuti da Comuni, Regioni e altri enti pubblici, quindi con risorse della collettività.
Come scrive lei, questi eventi sono servizi culturali: contribuiscono a creare comunità e, allo stesso tempo, portano musica, teatro, letteratura e altre forme d'arte anche nei territori più periferici. L'obiettivo è rendere la cultura accessibile a tutti, soprattutto a chi avrebbe meno possibilità di parteciparvi, attraverso biglietti a prezzi calmierati o eventi gratuiti.
Nelle diverse comunità, questi investimenti servono anche a mantenere vive le tradizioni, a mostrare come linguaggi artistici e identità locali dialoghino con il presente e, allo stesso tempo, a far conoscere culture e realtà diverse dalla propria.
C'è poi un aspetto economico spesso sottovalutato: gli eventi culturali generano un indotto importante. Chi partecipa soggiorna negli alberghi, mangia nei ristoranti, utilizza i trasporti e acquista nei negozi del territorio. In questo senso, una parte dell'investimento pubblico ritorna all'economia locale.
Infine, si può discutere di come reperire le risorse. Ad esempio, come suggeriva Alberto Guidetti su Fanpage, si potrebbe prevedere una maggiore tassazione dei grandi eventi privati, destinando quel gettito aggiuntivo al finanziamento delle politiche culturali della città. Spero di aver risposto alla sua curiosità.
Francesco Raiola, capo area Musica
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Anche per oggi è tutto. Prima di salutarvi vi segnalo solo che è appena uscita anche l'ultima puntata di Abisso, il nuovo vodcast di Fanpage che esplora i fondali della rete: racconta come i peptidi vengono venduti online, con la promessa di migliorare qualsiasi tipo di prestazione del nostro corpo, ma senza controlli rigorosi. Per cui gli acquirenti finiscono per essere qualcosa di simile a delle cavie umane. Abbiamo comprato una fiala e l'abbiamo fatta analizzare in laboratorio. La puntata è riservata ai nostri abbonati e la trovate a questo link.
A lunedì prossimo, con una nuova puntata di Rumore!