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Capito cosa ci tocca fare? Prendere sul serio la remigrazione e parlarne come se fosse una proposta  come tutte le altre. E non invece il simbolo di tutto ciò che improvvisamente sembra essere diventato argomento legittimo e accettabile di cui discutere. Se lo facciamo è perché a quanto pare dire semplicemente che una proposta dai connotati razzisti – e la remigrazione lo è – non dovrebbe nemmeno essere oggetto di dibattito in una democrazia evidentemente non basta più. E quindi va discussa ed eventualemtne smontata, come ogni altra proposta. Su questo tema, però, mi farebbe piacere sapere come la pensiate voi: si può davvero discutere di tutto? Esiste una linea di accettabilità oltre la quale non si dovrebbe andare? Parliamone. Rumore è qua per questo.

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A parte la questione ideologica: ma questa remigrazione di cui parla Vannacci è una cosa oggettivamente possibile?

Andrea

Allora, Andrea. Proviamo a prendere la questione della remigrazione spogliandola da ogni considerazione etica, come fosse una proposta politica come tutte le altre. E chiediamoci tre cose: se è fattibile, se è economicamente sostenibile e se raggiunge gli scopi che si propone.

Partiamo dalla proposta in sé, però. Leggiamo dal sito internet del comitato proponente che la remigrazione “è un programma nazionale, strutturato e volontario, che offre incentivi economici e logistici agli immigrati regolarmente presenti in Italia per tornare nel proprio Paese di origine, reinserirsi socialmente e professionalmente, e non fare ritorno in Italia salvo casi eccezionali autorizzati”. In pratica, se sei un immigrato regolare, ti diamo dei soldi se accetti di tornare a casa. E li diamo ai diversi Paesi d’origine per reinserirti socialmente e professionalmente nel tuo Paese d’origine.

Partiamo dalla fattibilità. L’Italia ospita circa 5 milioni di residenti stranieri appartenenti a circa 200 Paesi diversi. Per assurdo, dovremmo stipulare un patto bilaterale con ciascuno di quei 200 Paesi, negoziando un accordo che convenga a ciascuno di quei Paesi e destinando un’ipotetica cifra per il rimpatrio in ciascuno di essi. Volessimo anche solo farlo per il 70% degli stranieri residenti in Italia dovremmo stipulare un accordo bilaterale di questo tipo con 15 Paesi. Questi accordi sono tutti da costruire perché per ora l’Italia ha stipulato accordi di rimpatrio per i cittadini irregolari, non per quelli regolari. Immaginiamo ci vorrà un po’ di tempo. E pure un bel po’ di soldi

E qui siamo al punto due. Quanto ci costa? È una stima piuttosto complicata da fare, ma a venirci in soccorso è l’istituto, attualmente vigente, del rimpatrio volontario assistito, che è di fatto un meccanismo che assiste il migrante che per qualche motivo vuole tornare nel suo Paese d’origine. Lo scorso anno, ci informa il ministero dell’interno che hanno fatto domanda circa 6mila migranti, per un costo complessivo di 25 milioni di euro. Se volessimo crescere a circa 300mila remigrazioni l’anno, coi soldi che offre lo Stato oggi per ciascun rimpatrio, arriveremo a 1 miliardo di euro. Il problema è che non funziona così. Chiaramente, se vuoi incentivare il rimpatrio devi offrire di più. Non arrivo a dire che per rimpatriare 50 volte i migranti che rimpatri oggi devi offrire 50 volte tanto, ma comunque devi crescere un bel po’. Facciamo 5 volte tanto? Ogni anno la remigrazione ti costerà circa 5 miliardi.

Conviene? No, per nulla. Primo: perché il contributo degli immigrati regolari al bilancio pubblico è positivo, con un saldo di 4 miliardi di euro. In altre parole, contribuiscono all’Italia più di quel che costano. A quei 5 miliardi di costi devi anche aggiungere gli introiti che perdi. E devi anche mettere in conto che avrai lavoratori in meno in quei settori in cui le persone straniere operano e sono strategiche per il nostro sistema economico e il nostro welfare: una su tutte, l’assistenza agli anziani. Non solo, ma c’è anche una ragione di costo opportunità: se devi spendere quei 5 miliardi, da dove li togli? Oltre al contributo demografico dei migranti, la cui età media è più giovane di quella italiana, così come la propensione a fare figli. Oggi magari il nostro welfare non crolla senza migranti. Domani, invece, sì.

Arriviamo alla fine: è una politica che raggiunge gli scopi che si propone? Dipende. Se l’obiettivo è risparmiare soldi per dargi agli italiani, no. Anzi, gliene togli. Se l’obiettivo è costruire un’Italia senza migranti, nemmeno, visto che il decreto flussi prevede l’ingresso di circa 500mila persone l’anno in Italia, necessarie a far funzionare la nostra economia. Ogni anno, comunque, il saldo migratorio sarebbe positivo. Quindi, no, mi spiace: ma anche l’obiettivo dell’Italia bianca e cristiana è destinato a infrangersi a meno di non voler chiudere  ogni canale di immigrazione regolare in Italia. Se invece l’obiettivo è prendere qualche voto e solleticare la pancia dell’elettorato razzista in Italia, allora è una proposta a costo zero.

Basta dirla, e non farla.

Francesco Cancellato, Direttore Fanpage.it

Quante probabilità ci sono che l’accordo tra Stati Uniti e Iran salti?

Lucia

Ciao Lucia, sono passati oltre 100 giorni da quando è scoppiata la guerra nel Golfo e Donald Trump aveva già annunciato un accordo con gli Ayatollah una quarantina di volte. Letteralmente, non è una cifra a caso o un modo di dire: questa è la quarantesima volta che il presidente statunitense dice che la guerra con l’Iran è finita e che il conflitto è stato risolto. Queste statistiche impongono cautela. Sappiamo che ci sono ancora molte incognite, però oggettivamente questa è la prima volta che viene fissata una data per la firma, in una città europea. Non una città qualunque, ma Ginevra, simbolo di accordi internazionali e di patti bilaterali. L’appuntamento è per il 19 giugno, a quasi quattro mesi dallo scoppio del conflitto, lo scorso 28 febbraio. Nei giorni prima, probabilmente a Doha in Qatar, dovrebbero esserci dei colloqui preparatori. Del resto il Qatar, insieme al Pakistan, è stato il principale mediatore dell’accordo.

Secondo quello che ha raccontato l’agenzia di stampa iraniana Mehr nelle ultime ore, nel memorandum di intesa ci sarebbero 14 punti, che vanno dalla riapertura dello stretto di Hormuz, allo stop alle sanzioni petrolifere e lo scongelamento degli asset iraniani bloccati all’estero, fino alle basi per i negoziati sul programma nucleare di Teheran. Il tutto va comunque preso con le pinze, perché ci sono ancora diverse incognite da chiarire. Principalmente tre:

Il Libano: sia l’Iran che i mediatori pakistani hanno subito messo in chiaro che con l’accordo di pace deve immediatamente scattare la cessazione delle ostilità su tutti i fronti della guerra, quindi Libano compreso. Il presidente statunitense, parlando dell’accordo non ha menzionato questo tema, che sappiamo essere delicato per Washington. Il motivo? Israele. Benjamin Netanyahu, nonostante ufficialmente dallo scorso 16 aprile ci sia in piedi una tregua con Beirut, non ha mai terminato i bombardamenti contro Hezbollah, che hanno ucciso anche centinaia di civili, e non sembra in alcun modo intenzionato a farlo ora.

Lo stretto di Hormuz: da quello che ha detto Trump domenica sera, nel momento in cui verrà posta la firma di entrambe le parti, lo stretto dovrebbe essere riaperto entro 30 giorni e la libera navigazione assicurata. I traffici marittimi dovrebbero riprendere, ma è davvero tutto così facile e immediato? Il presidente statunitense dimentica un elemento, che probabilmente sarà oggetto di discussione in queste ore di pre-colloqui: il fatto che i Pasdaran reclamano per sé stessi il controllo di quella rotta. Al di là che lo stretto sia minato o meno, che i missili iraniani siano pronti a colpire le navi di passaggio o meno, il regime ritiene che spetti comunque a Teheran dirigere il traffico in quel canale. Anche imponendo pedaggi, all’occorrenza. Una cosa su cui ovviamente l’Occidente non è affatto d’accordo.

Il programma nucleare iraniano. Se per la riapertura dello stretto di Hormuz le due parti si sono date un mese di tempo, dalla firma degli accordi, per i negoziati sul programma nucleare iraniano si prevede il doppio: 60 giorni per discutere come gestire questa partita. Per gli Stati Uniti è parte fondamentale dell’accordo assicurarsi che Teheran non entri mai in possesso di un’arma atomica, per cui questo punto è decisamente centrale. Se a parole gli Ayatollah hanno sempre assicurato che il loro programma nucleare avesse fini puramente civili, i livelli di arricchimento dell’uranio a cui sono arrivati raccontano altro. Senza contare il problema della trasparenza, con le missioni scientifiche e di controllo che sono sempre state ostacolate dal regime iraniano. Infine, non è chiaro che fine abbia fatto tutto questo materiale da quando è cominciato il conflitto, ma sicuramente è una domanda a cui la delegazione statunitense cercherà risposta.

Annalisa Girardi, vicecapo area Video Fanpage.it

Direi che è tutto, anche per oggi.
Grazie per averci accompagnato fino a qua.

Francesco Cancellato

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