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La newsletter di Fanpage.it contro il silenzio

Ciao,
oggi ti rubo pochissime righe perché voglio solo festeggiare con te il centesimo numero di Rumore. Siamo partiti due anni fa, ormai, sull’onda di Gioventù Meloniana e del tuo bisogno di risposte. E siamo arrivati al centesimo numero di questa newsletter, che ha migliaia di iscritti e che è una piazza di conversazioni bellissime e stimolanti, ogni lunedì.
Quindi sono io che ringrazio te, oggi. Che sei ancora qua. Che pungoli ogni settimana la nostra curiosità. E che ci offri, con le tue domande, l’occasione di porne altre a noi stessi.
Lo dico senza piaggeria: ci stai aiutando a diventare un giornale migliore.
Grazie, quindi. E ora spazio a domande e risposte
Ma perché viene dato tanto spazio a figure così insignificanti per la vita delle persone, quando invece si dovrebbe insistere nella focalizzazione dei veri problemi che affliggono le persone?
Maria
Lo dico per chi ci segue da casa: questa domanda di Maria è riferita al generale Vannacci. E – credo – sia figlia di una convinzione secondo cui personaggi come il leader di Futuro Nazionale siano assurte a fenomeni politici spinti, o addirittura costruiti, dai media. In altre parole: che se non ce ne fossimo occupati, ora non esisterebbe nessun Roberto Vannacci.
Via il dente, via il dolore: è una tesi che non mi trova d'accordo, e provo a spiegare perché con un contro-esempio. Prendete un qualunque leader centrista, che sia Renzi o Calenda, o Marattin, o Picierno, o chi volete voi. Lo spazio che questi leader politici sui giornali o nelle trasmissioni televisive è enormemente superiore al consenso elettorale dei loro movimenti. Chi cerca la loro opinione, legittimamente, ne riconosce un valore che va oltre il tema della rappresentatività politica, ma – ne converrete – non ha aumentato di un decimale le loro percentuali.
Allo stesso modo, da quando il generale Vannacci ha lasciato la Lega è stato ostracizzato dai giornali e dai talk show di area governativa, ma il suo consenso è comunque cresciuto. Così come del resto era a suo tempo accaduto al Movimento Cinque Stelle, ignorato e irriso dai media mainstream fino a che non se lo sono trovati in Parlamento col 25% dei consensi.
Questo per dire che ok, forse il fenomeno Vannacci è stato spinto anche dal peso che è stato dato al successo editoriale de "Il mondo al contrario", inizialmente. E forse la sua figura e le sue sparate solleticano l'interesse dei media e dell'opinione pubblica a prescindere dal valore politico della sua proposta. Ma Vannacci, così come ogni altro leader politico, è il sintomo, non la malattia. E no, i media non hanno tutto questo potere, men che meno oggi.
Francesco Cancellato, direttore Fanpage.it
Ora che Meloni e Trump stanno litigando, ci dobbiamo aspettare conseguenze per l’Italia?
Elisabetta
Ciao Elisabetta e grazie per la tua domanda, anche se non è affatto semplice rispondere. Perché quando c’è di mezzo Donald Trump, fare previsioni è pressoché impossibile. Dopo giornate di attacchi incrociati e botta e risposta sui social – con modalità che sarebbero più adatte a un dissing tra influencer, che a una discussione tra due leader mondiali – Giorgia Meloni ha smesso di rispondere al presidente statunitense. Giusto per ricapitolare: tutto è cominciato venerdì, con l’intervista a un giornalista di La7 in cui Trump ha cercato di umiliare Meloni, raccontando che lei lo avesse supplicato per una foto insieme al G7. La premier aveva risposto di getto, con un video sui social in cui smentiva la ricostruzione di Trump e metteva in chiaro che né lei né l’Italia supplicano mai. Trump aveva poi fatto un post su Truth in cui rincarava la dose, dicendo che Meloni stesse avendo bassissimi livelli di consensi in Italia, proprio a causa del suo voltafaccia alla Casa Bianca sulla guerra in Iran. In particolare, il casus belli sarebbe stato il diniego all’uso delle basi militari italiane ai caccia statunitensi. “Ora che abbiamo sconfitto l’Iran Meloni vuole essere di nuovo amica, per alzare i suoi consensi. No grazie!!!”, aveva scritto. E ancora una volta Meloni rispondeva sui social, dicendo che la sua popolarità in Italia semmai avesse risentito dell’amicizia con Trump e che comunque non fosse affar suo. “La mia popolarità non ti riguarda, ti consiglio di concentrarti sulla tua”, per la precisazione. Poi Meloni aveva chiarito che non avrebbe più parlato di questo scontro, “perché credo ancora nell’unità dell’Occidente”. Una replica che suggerisce una strategia ben precisa: cioè che in un primo momento Meloni abbia deciso di non incassare il colpo, ma di rispondere per le rime per poi – dopo la risposta eclatante che ha messo al sicuro i consensi (e infatti nelle ore dopo il primo video ha anche avuto un boost di followers sui social) – lasciar lavorare la diplomazia. Trump invece è tornato ad attaccare, sempre sul suo social, anche ieri sera, con l’ennesimo post in cui criticava Meloni per non essere intervenuta nella guerra nel Golfo, nonostante gli Stati Uniti “spendano i miliardi” per “difendere il Paese”. Ma, appunto, a questa ultima stoccata non c’è stata risposta. Probabilmente adesso il governo vuole lavorare per abbassare i toni perché, al di là di tutto, non si vogliono certo mettere in discussione i rapporti con gli Stati Uniti. Ed ecco, dopo questo lunghissimo preambolo, che arriviamo alla tua domanda: nel concreto, cosa potrebbe cambiare adesso? Come dicevo, è complesso fare previsioni quando si tratta di Trump, ma se dovessi scommettere risponderei così: non cambierà niente. I dossier caldi tra Italia e Stati Uniti, dall’uso delle basi militari all’aumento della spesa in difesa, ci sono sempre stati, sia che Meloni cercasse in tutti i modi di ingraziarsi Trump, sia che si scontrasse con lui. E, a vedere i precedenti che hanno riguardato altri leader europei, da Emmanuel Macron a Pedro Sanchez, alla fine Trump si è sfogato sui social, senza però prendere misure concrete. Quando la Spagna si rifiutava di aumentare le proprie spese militari, Trump tuonava che avrebbe tagliato tutti i rapporti commerciali con Madrid. Quando Macron lo sfidava apertamente sul diritto internazionale – erano le settimane in cui Trump voleva prendersi la Groenlandia – il presidente statunitense pubblicava screen di conversazioni e minacciava ritorsioni contro la Francia. Ma alla fine, Trump non è mai andato fino in fondo. Che è un po’ il motivo per cui i critici negli Stati Uniti lo definiscono TACO: Trump always chickens out, Trump si tira sempre indietro. Ovviamente le statistiche possono sempre riservare sorprese, ma forse, in fin dei conti, prendere le distanze da Trump non è stata una mossa sbagliata per Meloni. Il problema è che sia arrivata così tardi. E in questo modo, molto social, ma poco adatto a una leader mondiale.
Annalisa Girardi, vice capo area Video Fanpage.it
In tutta l'Europa si sta attuando il rimpatrio dei soggetti non aventi diritto di ospitalità. Allora tutta l'Europa è razzista?
Luciano
Ciao Luciano,la questione è più complessa del semplice “allora tutta l’Europa è razzista?. No, non esiste una deportazione omogenea e immediata in tutta Europa. Però è vero che negli ultimi anni l’Unione Europea ha scelto una linea più dura sui rimpatri. Il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo e il nuovo Regolamento rimpatri vanno proprio nella direzione di rendere più rapide le espulsioni di chi non ottiene il diritto di restare nell’UE.
Questo non significa che tutti i governi europei siano diventati improvvisamente razzisti. Significa piuttosto che, sotto la pressione elettorale delle destre e della crescita dei partiti anti-immigrazione, una parte delle loro politiche è stata progressivamente assorbita anche dal centro e da governi di orientamento diverso. La vera domanda allora non è se i rimpatri esistano: esistono da sempre in tutti gli Stati europei. La domanda è come vengono fatti, con quali garanzie, verso quali Paesi e con quale rispetto dei diritti umani. C’è poi un altro aspetto. Quando alcuni esponenti politici, da Vannacci ad altri leader della destra europea, parlano di espulsioni di massa, spesso danno l’impressione che basti una decisione politica per rimpatriare milioni di persone. In realtà non è così. I rimpatri dipendono dall’identificazione delle persone, dagli accordi con i Paesi d’origine, dalle decisioni dei tribunali e dal rispetto di norme internazionali. Per questo, nonostante la stretta europea, la distanza tra gli ordini di espulsione e i rimpatri effettivamente eseguiti continua a essere molto ampia in quasi tutti i Paesi dell’Unione. Insomma, non è che tutta l’Europa sia diventata Vannacci. È che molte proposte che fino a pochi anni fa appartenevano quasi esclusivamente alla destra radicale oggi sono entrate, in forme diverse, nel linguaggio e nelle politiche dell’Europa istituzionale.
Francesca Moriero, redattrice area politica Fanpage.it
Direi che è tutto, anche per oggi.
Grazie per averci accompagnato fino a qua.
Francesco Cancellato