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quindi a Ceuta, a Ferragosto, non c’è stata nessuna invasione. E non c’è stata, a quanto pare, perché a differenza di quanto è accaduto il 30 luglio, il Marocco ha presidiato le frontiere, come aveva sempre fatto fino a qualche settimana fa. Che sia da promemoria a chi ha approfittato di quell’anomala giornata per dare addosso alle politiche sull’immigrazione di Pedro Sanchez, per soffiare sul fuoco della paura, per dividere l’Europa più di quanto non sia già divisa ora. Fiumi di chiacchiere, di polemiche, di incidenti diplomatici per arrivare a un punto di una semplicità disarmante: che basta un piccolo incidente provocato da uno dei Paesi cui abbiamo delegato la gestione dei nostri confini per mandare in tilt le opinioni pubbliche europee. A questo è arrivata la psicosi dell’immgrazione in Europa. A questo è arrivata la nostra incapacità di gestirla. E oggi su Rumore affrontiamo soprattutto questo tema

A Ceuta ho visto centinaia di giovanissimi in cerca di speranza, come non capire che la questione immigrazione va urgentemente gestita da tutti gli stati europei con raziocinio e senza egoismi e nazionalismi. Come non capire che l'Europa tutta sta invecchiando nelle sue decadenze e che presto, molto presto le future generazioni, inferiori di numero, pagheranno assai caro il comportamento attuale degli europei? I mignanto sono più numerosi e più giovani, l'ONU stima che oltre 100 milioni di persone saranno interessate dalle migrazioni e almeno 20 milioni riguardano il mediterraneo, solo i ciechi non capiscono. Che fare?
Sergio

Hai detto tutto tu, Sergio. Io posso solo limitarmi a dare qualche numero. In Italia l’età media è di quasi 50 anni, la più alta in Europa, e ci sono meno di tre persone in età lavorativa ogni over 65. Dall’altra parte del Mediterraneo c’è un continente che, si stima, avrà circa 4 miliardi di abitanti entro la metà del secolo, e il 40% degli abitanti della Terra sotto i 18 anni. Di fatto, hai una società del benessere e dello stato sociale che non è più sostenibile da un lato. E una nuova generazione che può sostenerla, dall’altro. Una classe dirigente lungimirante dovrebbe lavorare su questo. Oppure – volesse rallentare questo processo, per gestirlo meglio – dovrebbe investire nella cooperazione e nello sviluppo dei Paesi da dove partono le migrazioni, come ad esempio sta facendo il Regno Unito in Nigeria, un Paese che sta crescendo a ritmi vertiginosi, così come del resto molti altri Paesi africani. Viverla solo come un incubo, come qualcosa che terrorizza, che si governa solo con respingimenti, centri di detenzione e accordi con scafisti e torturatori, per racimolare qualche voto in più, è pura follia. Ma, come con la crisi climatica, lo capiremo solo quando è troppo tardi.

Francesco Cancellato, direttore Fanpage.it

 Il centro costruito in Albania a cosa serve? I paesi terzi dove vanno a costruire altri  centri di accoglienza sono quelli da cui questi esseri umani fuggono per fame, guerra..?
Anna

Anna, è un po’ lo stesso discorso che facevamo con Sergio poche righe fa. I centri in Albania non servono a nulla se non alla propaganda securitaria del governo. Il ragionamento alla base è: se esaminiamo le richieste d’asilo tenendo gli stranieri fuori dall’Italia e dall’Unione Europea, disincentiviamo le partenze. La realtà è che non esistono fattori di deterrenza tali da disincentivare a partire chi mette in conto di affrontare il deserto e il mare pur di arrivare in Europa, e lo sanno benissimo anche Meloni, Vannacci & co. Questi accordi coi Paesi terzi, tipo l’Albania o il Ruanda sono semplicemente delle grandi messinscene per rassicurare le opinioni pubbliche che i governi stanno facendo qualcosa. Quando capiremo che le uniche vie per gestire le migrazioni si chiamano integrazione a casa nostra e cooperazione e sviluppo a casa loro sarà un grande giorno.

Francesco Cancellato, direttore Fanpage.it

Ho sentito che Trump (che aspira al Nobel per la pace, che proclama di voler cancellare l'Iran, che dispensa giudizi sui militari altrui) è stato un imboscato della guerra del Vietnam, con un certificato che attestava una malformazione podalica dubbia. È vero?

Maria Antonietta

Cara Maria Antonietta, Donald Trump negli anni ha scatenato polemiche per il modo in cui ha parlato del servizio militare. A gennaio ha sminuito il ruolo dei soldati alleati degli Stati Uniti in Afghanistan (c’erano anche gli italiani, ne morirono 54). Nel 2015 derise il senatore repubblicano John McCain, prigioniero di guerra per cinque anni in Vietnam, dicendo: “Preferisco quelli che non si sono fatti catturare”.

È vero, come dici, che proprio durante la guerra del Vietnam Trump ottenne un differimento del servizio militare. Anzi, per la precisione ne ottenne cinque. Erano anni in cui, notoriamente, non era difficile per i più benestanti aggirare la leva.

I primi quattro furono per motivi di studio: nel 1964 e nel 1965, quando studiava alla Fordham University di New York; nel 1966 e nel 1968, quando frequentava la prestigiosa Wharton School della Pennsylvania.

Il differimento più discusso è l’ultimo, per motivi medici. A luglio del 1968, pochi mesi dopo la laurea, Trump tornò ufficialmente tra gli arruolabili. A settembre fu sottoposto a una visita medica militare e, stando a quanto lui stesso ha raccontato, portò una lettera scritta da un medico civile con una diagnosi: sperone calcaneare, una piccola crescita ossea nella zona del tallone. Grazie a quel problema fisico, a ottobre fu inserito tra gli uomini che potevano essere arruolati “solo in caso di emergenza nazionale”. Così evitò la leva. Quell’anno (il 1968) gli Stati Uniti reclutarono circa 300mila soldati.

Un anno dopo, a dicembre del 1969, ci fu una lotteria nazionale per sorteggiare gli arruolati. Trump non fu pescato. In ogni caso, con il suo certificato avrebbe evitato il servizio. Nel 1971  gli USA cancellarono la categoria degli arruolabili “solo in caso di emergenza” e così l’anno dopo il 25enne Trump fu dichiarato ufficialmente esonerato dal servizio militare.

Ti elenco solo alcuni dei dubbi sollevati negli anni dal differimento per motivi medici. Durante la sua prima campagna presidenziale, Trump disse che non ricordava il nome del medico che firmò la sua diagnosi. Il New York Times nel 2018 ha riportato la testimonianza delle figlie di Larry Braunstein, podologo newyorchese morto nel 2007; le due hanno raccontato che il padre parlava spesso del “favore” che aveva fatto al figlio di Fred Trump, il proprietario del locale in cui aveva lo studio. Non c’erano documenti a sostegno della testimonianza, solo ricordi.

Ancora, nel 2015 Trump non seppe dire a quale dei due piedi avesse avuto il problema. Più tardi, il suo team fece sapere con un comunicato che erano entrambi. Molti hanno sottolineato anche che Trump nel 1968 era un giovane atletico, faceva diversi sport, non aveva alcun precedente medico. Infine, nel febbraio del 2019 l’ex avvocato personale di Trump, Michael Cohen, davanti a una commissione parlamentare, ha riferito che il presidente gli avrebbe detto nel 2016, parlando proprio del problema medico: “Pensi che sia stupido? Non sarei mai andato in Vietnam”. Trump ha poi smentito Cohen.

Luca Pons, redattore area politica Fanpage.it

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