Valmontone, gli agricoltori in protesta: “A noi per il latte pochi centesimi, al supermercato prezzi altissimi”
Fuori il casello autostradale di Valmontone, a pochi chilometri da Roma, il presidio degli agricoltori andrà avanti fino al 3 novembre. I rincari sul gasolio sono stati solo l’innesco della protesta. Adesso le ragioni che spingono a rimanere in strada con i trattori sono legate soprattutto al costo del cibo e allo stato di salute del comparto agricolo locale. “Voglio ottenere altro. Se vado al supermercato voglio trovare prezzi normali per la frutta e la verdura. Se una pensionata non riesce a fare una spesa decente, vuol dire che non abbiamo vinto”. Per Mirko Cannella, allevatore di Artena, da più di una settimana fisso al presidio, non ha senso sciogliere la mobilitazione se il cibo torna sugli scaffali con prezzi ancora più alti.
Nel suo discorso è facile rintracciare uno dei problemi strutturali della filiera agroalimentare: a imporre le condizioni lungo la catena di fornitura è da sempre la grande distribuzione organizzata. “Il prezzo di vendita lo dobbiamo decidere noi, perché dentro il sistema attuale non è più sostenibile lavorare. Tra un po’ nella zona toglieranno tutti le pecore, gli allevatori venderanno tutto per passare al fotovoltaico e sarà la morte delle campagne”, continua Cannella, 36 anni, uno dei pochi allevatori di ovini rimasti in zona. Non è nuovo alle proteste dei trattori: nel 2024 l’allevatore artenese era sulla Nomentana con Riscatto Agricolo di Salvatore Fais, una delle sigle nate dal malcontento per il Green Deal e per le politiche ambientali dell’Unione europea. Gli agricoltori temevano che la svolta ecologista potesse peggiorare le condizioni del comparto; a due anni di distanza, invece, il colpo più duro lo ha sferrato l’energia fossile, tra crisi internazionali, guerre e una forte dipendenza dal petrolio e dal gas che minaccia sia i tir sia le mietitrebbie.
Il gazebo bianco al centro dell’isola di traffico è diventato un punto d’incontro dove si ascoltano storie e rivendicazioni diverse. Ci sono vecchie e nuove generazioni di agricoltori e allevatori, soprattutto di Artena, Valmontone, Colleferro e Zagarolo. Le differenze politiche non ostacolano il dialogo. A ridurre le distanze sono le difficoltà comuni: le conversazioni finiscono spesso sui costi di produzione. “Ormai produrre latte costa più di quanto viene pagato. Per un litro ricevo 45-50 centesimi, parliamo di un prodotto di alta qualità che al supermercato si trova anche a 2,20 euro”, spiega un allevatore.
Oltre alla consapevolezza di lavorare in perdita, gli imprenditori agricoli sentono il peso della burocrazia, della concorrenza sleale e delle politiche agricole europee. Molte delle misure pensate per migliorare i suoli, la biodiversità e i modelli di produzione si traducono in obblighi e pratiche ingestibili per i piccoli e medi produttori. Al centro dei discorsi c’è spesso la Politica agricola comune (Pac), nata nel 1962 come principale forma di sostegno al settore primario in Europa. Per il periodo 2021-2027 lo stanziamento dei fondi della Pac ammonta a 386,6 miliardi di euro, ma le risorse sono distribuite in modo diseguale. Come ricorda spesso Fabio Ciconte, direttore di Terra!, l’80% dei sussidi finisce al 20% dei beneficiari più ricchi, con vantaggi evidenti per i grandi gruppi agroindustriali. Al presidio riassumono così: “Se hai pochi ettari spesso non ti accorgi nemmeno di aver ricevuto il premio economico della Pac”.
Come in tante altre zone di protesta, anche a Valmontone il decreto approvato il 22 ottobre, con gli aiuti per l’autotrasporto, l’agricoltura e la pesca, non è stato accolto con soddisfazione. “Hanno proposto una caramella per addolcire la situazione, un po’ come quando vuoi calmare un bambino agitato e gli prometti qualcosa per farlo stare buono”, sostiene un giovane agricoltore. Ha frequentato l’istituto agrario a Roma, non ha ereditato il mestiere, lo ha scelto. Il fieno e il grano della sua azienda alimentano una filiera corta che tiene insieme piccoli e medi produttori di carne e latticini del territorio.“Per me è sempre stata una passione – continua – e pensavo fosse possibile fare progetti di vita coltivando la terra vicino a casa. Invece finisci per rimetterci soldi e tempo. Se siamo ancora qui, è per chiedere la giusta paga per il cibo di qualità che produciamo”.
A fare i turni al presidio c’è anche qualche studente universitario, come Alessandro D’Amico: vive a Valmontone, frequenta Economia alla Sapienza e nel fine settimana fa il cameriere a Castel Gandolfo. “Il problema più grande è che la politica ha smesso di lavorare per i cambiamenti radicali e a lungo termine. All’inizio sono passato per portare solidarietà, poi ho scelto di fare parte della protesta perché è nell’interesse di tutti. Il carovita lo viviamo in ogni famiglia. Stiamo andando in una direzione che penalizza il futuro dei giovani e sentiamo solo parlare di investimenti in armi. Così non c’è possibilità di crescita. Gli agricoltori sono rimasti qui perché vivono questo sistema sulla propria pelle, con i pochi centesimi che ricevono per il cibo che producono”.
Al gazebo si alternano, e a volte si incrociano, i consiglieri comunali di destra e di sinistra, i sindaci del territorio e anche i senatori della maggioranza di governo. Ma per ora la solidarietà e le rassicurazioni della politica non bastano a far spostare i trattori.