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‘Ndrangheta a Roma, 240 anni di carcere per il clan Alvaro-Carzo: prima “locale” della Capitale

Maxi condanna a Roma nel processo Propaggine: oltre 240 anni a 40 imputati del clan Alvaro-Carzo. I giudici confermano: è la prima ‘ndrina nata in città.
A cura di Francesco Esposito
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Immagine di repertorio (Lapresse)
Immagine di repertorio (Lapresse)

Oltre 240 anni di carcere complessivi per una quarantina di imputati. È la sentenza con cui il tribunale di piazzale Clodio ha certificato, ancora una volta, la presenza strutturata della ’Ndrangheta a Roma, riconoscendo l’esistenza della prima ‘locale' ufficiale dell’organizzazione mafiosa calabrese nella Capitale: il clan Alvaro-Carzo.

Il verdetto arriva al termine del processo nato dalla maxi inchiesta ‘Propaggine', coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma insieme alla Dia. In aula, al momento della lettura del dispositivo, erano presenti anche il procuratore capo Francesco Lo Voi e il pm Giovanni Musarò, oggi alla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, che hanno ricostruito come l'organizzazione sia nata a Roma non come una propaggine di un famiglia calabrese, ma come una ‘ndrina autonoma.

La prima ‘Locale' della ‘Ndrangheta a Roma

Al centro del procedimento, la nascita e il radicamento di una struttura mafiosa stabile nella Capitale. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, tutto avrebbe preso forma nell’estate del 2015, quando Antonio Carzo avrebbe ottenuto dalla ‘casa madre' calabrese il via libera per costituire una ‘Locale' a Roma, guidata insieme a Vincenzo Alvaro. Una presenza che, secondo l’accusa, non era episodica ma organizzata e consapevole. Nelle intercettazioni, gli indagati parlavano apertamente della loro struttura come di una "Propaggine" della ’ndrangheta, mostrando piena coscienza del ruolo e dei legami con l’organizzazione d’origine.

Le condanne e i reati contestati

La pena più alta, 24 anni di reclusione, è stata inflitta a Vincenzo Alvaro, ritenuto tra i vertici del gruppo. Antonio Carzo era già stato condannato a 18 anni in un procedimento parallelo. Agli imputati, nel corso delle 108 udienze, sono stati contestati reati che vanno dall’associazione mafiosa al traffico di droga, dalle estorsioni aggravate alla detenzione illegale di armi, fino alla truffa ai danni dello Stato e al riciclaggio. Tutti aggravati, secondo l’impianto accusatorio, dalla finalità di favorire l’organizzazione.

Le intercettazioni e il clima dell’organizzazione

Le conversazioni captate dagli investigatori hanno restituito uno spaccato del funzionamento interno del gruppo e del clima in cui operava. Gli indagati facevano riferimento anche a magistrati e forze dell’ordine impegnati nel contrasto alla criminalità organizzata tra Calabria e Roma, segno di una piena consapevolezza del contesto in cui si muovevano.

La solidità dell’inchiesta aveva già trovato un primo riscontro nelle scorse settimane, quando la Corte di Cassazione ha confermato l’esistenza di una struttura stabile di ’ndrangheta nella Capitale, respingendo i ricorsi contro le condanne emesse in appello con rito abbreviato. Per la Direzione distrettuale antimafia di Roma, l’indagine ‘Propaggine' rappresenta uno dei casi più significativi per dimostrare la capacità della ’ndrangheta di espandersi oltre i territori d’origine, radicandosi nel tessuto economico e criminale di una grande città come Roma.

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