“Licenziata dopo 17 anni, mia figlia è disabile, la sorellina morta: a 56 anni non ho più trovato lavoro”

Donna e mamma single, con una figlia di undici anni e mezzo ed entrambe tutelate dalla legge 104/1992, il principale riferimento normativo italiano per le persone con disabilità. Ma da nove anni Isabella non lavora. Non per sua volontà, ma perché è stata licenziata all'improvviso dall'azienda dove è stata occupata per 17 anni, i primi quattro con un contratto di collaborazione coordinata e continuativa e poi, dal 2004, altri 13 con l'indeterminato. Nel 2017 è arrivata la doccia fredda: "Dobbiamo ridurre il personale" ha raccontato la 56enne a Fanpage.it.
La storia di Isabella, innamorata di sua figlia e del suo lavoro
Per capire meglio la condizione di Isabella è utile ripercorrere alcuni episodi della sua vita: "Io ho la 104 perché a 38 anni ho avuto il mio primo attacco epilettico e poi altri tre nel giro di tre anni. Per fortuna dal 2013 non ne ho più avuto nessuno, ma ovviamente sono seguita da una neurologa e prendo un farmaco. Dopo il licenziamento è arrivato il diabete. Mentre mia figlia è nata prematura insieme a sua sorella a 24 settimane, più o meno al sesto mese: pesavano poco più di mezzo chilo, ma lei ce l'ha fatta dopo essere state in terapia intensiva e ad oggi soffre di ipoacusia, cioè ci sente un po' di meno. Per questo porta gli apparecchi acustici", ha spiegato la donna.
"Ho avuto le bambine con una fecondazione in vitro, dopo tre tentativi tra la Grecia e la Spagna. Ovviamente avevo ancora un contratto a tempo indeterminato come grafica in quel periodo, ma ero riuscita ad ottenere due anni di congedo straordinario retribuito dall'Inps, perché io avevo bisogno di stare con mia figlia 24 ore su 24 e soprattutto lei aveva bisogno di me. Ho fatto la mamma. A ottobre sarei potuta tornare a lavorare ed ero felicissima, ma ad agosto ho ricevuto lettera di licenziamento". La causa intentata da Isabella però non è bastata a riottenere il suo posto: "Ero stufa, si andava per le lunghe e non si parlava di reintegro, quindi ho chiuso un accordo per dieci mensilità e ho detto basta".
"E per fortuna che io ho mia madre alle spalle e una casa di proprietà, avendo finito di pagare il mutuo, altrimenti non so come avrei fatto — osserva la 56enne — Altre persone con disponibilità economiche peggiori delle mie, come fanno? E ce ne sono tante: noi siamo stati licenziati in otto in una sola volta. Non sto raccontando tutto questo per essere autoreferenziale, ma per denunciare la condizione in cui versano molte persone con contesti familiari e background diversi".
"Studio come una 20enne e mando curriculum, ma ricevo solo proposte di lavoro precario"
"Da quando ho perso il lavoro, quando di anni ne avevo 47, cerco un impiego. Invio curriculum e portfolio ai privati, ma il mio il campo è molto inflazionato. Lo è da anni e lo sarà sempre di più. Per questo nel frattempo ho partecipato a sei concorsi pubblici, studiando tra le altre cose Diritto dell'Unione Europea e Contabilità di Stato — prosegue la donna — Lo scorso anno, a quello per il Comune di Roma sono risultata idonea e sono rientrata in graduatoria, che però è bloccata fino allo stanziamento di nuove risorse economiche. Nel frattempo mi sono iscritta ad altri tre concorsi".
Una storia di caparbietà, quella di Isabella, che tuttavia racconta: "Nelle poche risposte che ho ricevuto dai privati c'era chi mi chiedeva la partita Iva o di avere una collaborazione occasionale. Sono cose che non posso permettermi con una figlia così piccola. Ho capito che nel mio campo non c'era molta possibilità, per questo sin da subito mi sto applicando, studiando e mandando curriculum come se fossi una ragazza di 20-30 anni".
L'esperienza della 56enne si inserisce in quadro in cui molte aziende nel settore dei servizi usano formule contrattuali flessibili, come i contratti a chiamata (on-call), il lavoro stagionale o la somministrazione: pur registrando un segno positivo nelle statistiche ufficiali degli occupati — basta aver lavorato un'ora nella settimana di riferimento per essere considerati occupati dall'Istat —, la continuità del reddito per questi lavoratori è minima. Una condizione impensabile per Isabella.
La beffa delle liste di collocamento per le categorie protette
"Il giorno dopo il licenziamento sono anche andata a iscrivermi ad un centro per l'impiego, rientrando nelle categorie protette. La mia speranza era quella di poter beneficiare delle liste di collocamento mirate, almeno per i concorsi pubblici che vi attingono. Ma i posti sono limitati, siamo oltre 65mila persone in attesa solo a Roma e dintorni, ma prendono solo i primi sette. Poi la graduatoria decade e si ricomincia da capo. Fai prima a morire".
Prima di concludere Isabella ha raccontato un ultimo aneddoto: "A distanza di 7 anni sono tornata nella mia vecchia società per chiedere se c'era la remota possibilità di essere riassunta. Ovviamente la risposta della direttrice è stata ‘No, no, noi non assumiamo, però mi ci faccia pensare, lei era brava'. A prescindere dal fatto che sono passati 3 anni e non si è fatto sentire nessuno, nemmeno per dirmi ‘Mi dispiace, ma non si fa nulla', il punto è che quando eravamo lì per salutarci, la direttrice mi fa ‘Ma lei è sposata, no?', come se la dignità del lavoro non fosse una priorità per una donna dei nostri tempi. Io ho risposto che no, non sono sposata, non ho un marito né un compagno. Non perché non l’abbia voluto, ma perché non ho trovato l’uomo che desideravo. Poi ho concluso dicendo che ‘Sono una mamma e basta'. Ma in Italia evidentemente una donna non si può permettere determinate cose".