L’avvocato spiega cosa rischia chi ha stuprato la gattina: “Non c’è un reato specifico, è maltrattamento”

Il caso della gattina Rosi stuprata nel Parco di Tor Tre Teste a Roma è un episodio di violenza grave e preoccupante, che ha attirato molto l'attenzione pubblica. Fanpage.it ha intervistato Michele Pezone, avvocato dell'associazione animalista LNDC Animal Protection, che segue Rosi molto da vicino. Al legale abbiamo chiesto cosa rischia la persona che ha abusato della micetta di Roma Est, qualora venga identificato.
Avvocato, cosa rischia penalmente chi ha stuprato la gattina Rosi qualora venga trovato?
Il reato che può essere contestato è quello di maltrattamento di animali. Purtroppo, non esiste un reato specifico, si applicherebbe l’articolo 544 ter del codice penale, con le pene aumentate a seguito dell'entrata in vigore della cosiddetta legge Brambilla (Legge n. 82 del 6 giugno 2025) entrata in vigore il primo luglio 2025. Questa normativa inasprisce le pene per il maltrattamento e l'uccisione di animali: prevede per il maltrattamento la reclusione da sei mesi a due anni (mentre prima si arrivava a 18 mesi) e una multa fino a 30mila euro (prima prevista come alternativa alla detenzione).
Sul fronte delle indagini come ci si sta muovendo e cosa può rivelarsi decisivo?
I carabinieri hanno acquisito le immagini riprese dalle telecamere di sorveglianza dei commercianti e le stanno passando al vaglio per verificare se abbiano immortalato il momento in cui si è consumata la violenza, l'autore in fuga oppure movimenti sospetti. Chi indaga è in cerca di elementi per identificare il responsabile. Di fondamentale importanza sarebbero eventuali testimoni che abbiano notato o sentito qualcosa tra sabato 21 e lunedì 23 marzo nell'area del Parco di Tor Tre Teste tra via Francesco Tovaglieri e via Vittorio Olcese. Rinnovo l'appello a farsi avanti, perché ogni dettaglio può rivelarsi utile.
Non esiste un reato specifico di violenza sessuale su animali…
No, sono state presentate in passato e sono tuttora pendenti in Parlamento delle proposte di legge specifiche, che prevedano appunto la fattispecie del reato di zooerastia o violenza sessuale su animali originate da altri casi di abusi che, come quello di Rosi, hanno scosso fortemente l'opinione pubblica. Proposte, però, che ad oggi non sono state ancora concretizzate. Per quanto la condotta di chi compie violenze del genere sia ripugnante, come reato rientra all'interno di una norma più ampia e generica, che è appunto quella di maltrattamento sugli animali.
Le pene sugli animali sono adeguate oggi? A livello legislativo qual è la recente evoluzione?
Le pene per chi maltratta gli animali ad oggi in Italia non sono adeguate: il massimo è di due anni di reclusione con 30mila euro di multa, ancora troppo basse. Prima dell'entrata in vigore della riforma del 2004 il maltrattamento sugli animali era punito solo con l'ammenda, al suo interno rientravano tutti i tipi di reati contro gli animali, perfino la morte, e non era prevista alcuna aggravante. La Legge 20 luglio 2004, n. 189 ha trasformato in un delitto ciò che prima era una contravvenzione. Si tratta di una normativa fondamentale in Italia che ha introdotto nel codice penale il Titolo IX-bis, "Dei delitti contro il sentimento per gli animali".
Essa ha introdotto specifiche pene per il maltrattamento, l'uccisione, l'abbandono e l'organizzazione di combattimenti tra animali, vietando anche il commercio di pelli di cani e gatti. Successivamente, nel 2025 la legge c.d. Brambilla ha inasprito le pene e ha modificato il titolo IX-bis, che ora è intitolato “Dei delitti contro gli animali” e non più solo contro il sentimento di pietà nei loro confronti, riconoscendo gli animali direttamente come soggetti da tutelare. Il problema è che anche qualora venga individuato l'autore di un maltrattamento sugli animali, come nel caso attuale di Rosi, cosa che speriamo fortemente accada, in caso di processo le soglie di pene così basse spesso consentono agli imputati di uscirne facilmente con degli istituti come la messa alla prova.