La storia di Moretto, il pugile ebreo che a Roma ha preso a pugni fascisti e nazisti

Il pugile Moretto, all’anagrafe Pacifico Di Consiglio, il boxeur ebreo che prese a pugni fascisti ed nazisti. Oggi è ricordato per le sue fughe e per le risse contro fascisti e tedeschi.
A cura di Beatrice Tominic
Foto da Facebook.
Foto da Facebook.

Esiste una storia di ribellione che spesso non viene raccontata: è quella degli ebrei che durante il periodo del nazifascismo si sono opposti al regime nazifascista. A Roma uno fra i personaggi di questa resistenza è stato il pugile Moretto, all'anagrafe Pacifico Di Consiglio. Nato nel 1921 in una famiglia povera e orfano di padre, con l'entrata in vigore delle Leggi Razziali il 17enne Pacifico Di Consiglio è stato licenziato dal negozio di abbigliamento in cui lavorava e ha deciso di iscriversi in una palestra in piazza Lovatelli, insieme all'amico Angelo Di Porto. L'allenamento di Moretto, però, è continuato anche fuori dal ring, sul terrazzo di casa. Quando non si esercitava, invece, si aggirava per le strade della città vestito sempre molto elegante, in completo e con la pipa in bocca.

Foto dalla pagina Facebook "Fondazione Museo della Shoah Onlus".
Foto dalla pagina Facebook "Fondazione Museo della Shoah Onlus".

Il rifiuto del saluto al duce

Il pugile Moretto, dall'animo ribelle, nel corso della sua vita, si è sempre rifiutato di fare il saluto romano. Un giorno del luglio 1943, come dichiarerà in un'intervista per la Shoah Foundation, mentre stava passeggiando per via Arenula, uno dei fascisti presenti gli ha chiesto perché non facesse il saluto al duce. La sua risposta è stata: "Non l'ho fatto mai e non lo faccio ora." A queste parole, gli è arrivato un pugno: Moretto, a quel punto, non soltanto è riuscito a parare il colpo, ma ha anche reagito, stendendo la guardia. Lo stesso destino è toccato anche ad altri due fascisti che avevano provato a picchiarlo, invano.

Il rastrellamento del ghetto di Roma

Quando i tedeschi sono arrivati a Roma, Moretto si trovava con alcuni amici in viaggio nelle Marche, ma, una volta saputo del rastrellamento a Roma, ha deciso di rientrare nella sua città. Alle 5,15 di mattina del 16 ottobre del 1943, le SS tedesche hanno invaso le strade del Portico d'Ottavia e hanno rastrellato tutto il ghetto ebraico. In seguito si scoprirà che in quell'occasione sono state catturate 1024 persone, fra cui oltre 200 bambini: due giorni dopo, il 18 ottobre, alle ore 15,05, dalla stazione Tiburtina sono partiti 18 vagoni piombati per Auschwitz.

Le fughe di Moretto dai tedeschi

Dopo l'8 settembre Moretto, non essendo riuscito ad arruolarsi con i partigiani fuori dalla città, ha continuato con determinazione la lotta contro i nazifascisti nella sua città, cercando di sabotare i loro piani e contro i collaboratori italiani. Rientrato in città, ha iniziato a frequentare spesso il ristorante "Il Fantino" nel ghetto ebraico, famoso all'epoca perché frequentato dai fascisti e da spie: una delle stesse cameriere, Celeste Di Porto, passerà alla storia come "la Pantera Nera" per il fitto rapporto collaborazionista con i nazifascisti, pur essendo lei stessa ebrea.

Molti, fra cui Ada, la ragazza di cui Moretto è innamorato, erano convinti che il pugile non sarebbe mai stato catturato: poco dopo, invece, sono stati due tedeschi a bloccarlo, caricarlo in automobile e a portarlo in una strada deserta: uno, sceso dalla macchina con una pala, stava probabilmente già scavando la fosse in cui gettare il corpo, l'altro aveva in mano un mitra e una faccia da esaltato. "Pensai che se non avessi fatto qualcosa quelli mi avrebbero finito lì", dichiarerà in una futura intervista il pugile. Per salvarsi Moretto, allora, ha preso un oggetto che era nel retro della macchina, un tubo di ferro o una chiave inglese e lo ha scaraventato sulla nuca del tedesco che si trovava ancora con lui all'interno del veicolo. È saltato fuori dal veicolo ed è fuggito tornando a casa.

In questo periodo, è stato spesso incarcerato, ma ogni volta è riuscito a scappare: una volta si è lanciato dalla caserma di via Farnese; un'altra, rovesciando una scrivania, è riuscito a fuggire dal Comando di Servizio di Sicurezza delle SS di via Tasso, dove si trovava il colonnello nazista Kappler (oggi sede del Museo Storico della Liberazione); infine, a Regina Coeli, si dice che sia riuscito ad aprire le sbarre della cella utilizzando un cucchiaio di legno.

Il salto dal camion verso il nord

Un giorno di maggio del 1944, dopo i continui episodi di ribellione quotidiana nei confronti del regime nazifascista, Moretto è stato arrestato ancora e, insieme a suo cugino e al pugile Leone Efrati, con suo figlio Romolo di appena 7 anni, è stato costretto a salire su uno dei camion diretti al nord.

Nel corso di questo viaggio, Moretto ha suggerito a Efrati di gettare suo figlio dal camion per poterlo salvare: il piccolo Romolo Efrati, una volta lanciato dal camion, incalzato dal padre, è riuscito a fuggire. Anche lo stesso Moretto, però, ha iniziato a pensare di poter provare a salvarsi nello stesso modo: così, insieme al cugino, ha lanciato l'allarme aereo (in quel periodo, con l'avanzata degli Alleati, spesso anche i nazisti erano spaventati all'idea di percorrere lunghe distanze durante la notte quando, più visibili con i fari accesi, potevano rischiare di finire sotto ad un bombardamento). Al suo grido "aerei", tutti hanno guardato verso l'alto, in cerca del pericolo: Moretto ha approfittato del momento di distrazione per tirare un pugno alla guardia, buttarsi giù dal camion insieme al cugino e iniziare a fuggire sotto ad una pioggia di colpi. Il pugile, in quel momento, in una tasca conservava un coltello di legno, su cui compaiono i nome della ragazza amata e del suo amico, Ada e Angelo,  realizzato con il cucchiaio che gli avevano dato a Regina Coeli per mangiare, e, nell'altra, per paura di non sopravvivere, aveva scritto su un biglietto il proprio nome e cognome, la data di nascita e l'indirizzo, insieme a qualche riga di accompagnamento: "Scrissi questo indirizzo in cella perché avevo progettato di scappare. Se mi riusciva male e mi ammazzavano i miei venivano a saperlo".

Nella fuga, il cugino di Moretto è stato raggiunto da un colpo ed è morto, lui invece è riuscito a rientrare nella città di Roma, dove si è unito ai partigiani del Partito di Azione. Su ordine del Comitato di Liberazione, si è messo a presidiare Ponte Sublicio per evitare che i tedeschi potessero piazzarci le mine prima dell'arrivo degli Alleati, avvenuto un paio di settimane dopo, con cui avrebbe iniziato presto a collaborare.

Dopo la Liberazione

Dopo la Liberazione dall'occupazione nazifascista, anche al termine della guerra, Moretto si è occupato di salvaguardare la sicurezza all'interno del ghetto ebraico, reagendo alle aggressioni dei fascisti che sono continuate anche nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta. La vita di Pacifico Di Consiglio è terminata il 31 dicembre del 2006, ma non è mai stato dimenticato.

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