Due detenute del carcere di Rebibbia sono risultate positive al coronavirus. Insieme a loro, anche due giovani agenti penitenziari e un infermiere. Quest'ultimi sono al momento in isolamento fiduciario nella loro abitazione, mentre le detenute (entrambe sulla cinquantina) sono state messe in quarantena nel reparto Covid. La notizia è riportata da la Repubblica, che ha intervistato in merito Aldo Di Giacomo e Gina Rescigno, rispettivamente segretario generale del Sindacato di Polizia Penitenziaria e segretaria generale aggiunta e responsabile sindacale nazionale del comparto Polizia Penitenziaria femminile. Entrambi hanno denunciato la mancanza di dispositivi di protezione individuale come mascherine, guanti e plexiglass. Sempre secondo quanto riportato da la Repubblica, otto bambini sarebbero a rischio. Si tratta dei figli delle detenute che si trovano nella sezione nido del carcere.

"Servono tamponi per personale e detenute"

"Servirebbero controlli a tappeto e che tutto il personale di polizia penitenziaria in servizio preso la Struttura di Rebibbia Femminile sia sottoposto a test sierologico o tampone, stessa cosa per le detenute presenti", hanno dichiarato gli esponenti del sindacato di polizia penitenziaria a la Repubblica.

Le rivolte a inizio lockdown

Il 9 marzo nel carcere di Rebibbia, così come in altri penitenziari in tutta Italia, ci sono state proteste da parte dei detenuti che chiedevano misure a tutela della loro salute. Mentre tutta Italia era in lockdown, dal carcere lamentavano la mancanza di misure di distanziamento, e la l'assenza dei dispositivi di protezione individuale. In seguito alle rivolte, ad alcuni detenuti sono stati concessi gli arresti domiciliari. Oggi, con i contagi in aumento da settimane nel Lazio, la notizia del focolaio. Che in una struttura come il carcere, dove mantenere le distanze è molto difficile, potrebbe essere rischioso per la salute dei detenuti e del personale che lavora nel penitenziario.