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Dal primo febbraio nel Lazio le ricette mediche scadranno prima. D’Amato: “Per i pazienti sarà un dramma”

Nel Lazio l’88% delle prestazioni sanitarie non viene garantito nei tempi di legge e, dal primo febbraio, la riduzione della validità delle impegnative rischia di peggiorare la situazione. Secondo Alessio D’Amato (Azione), la misura della giunta Rocca è un “bluff” che scarica su cittadini e medici il peso delle liste d’attesa e spinge verso la sanità privata.
A cura di Natascia Grbic
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"Intanto partiamo dalla situazione reale. La situazione reale, ad oggi, è che l’88% delle prestazioni richieste non viene eseguito entro i termini stabiliti dalla legge. Solo una minima parte, il 12%, rientra in ciò che è previsto a livello legislativo". È quanto dichiara a Fanpage.it Alessio D’Amato, consigliere regionale e responsabile Welfare della segreteria nazionale di Azione. Il punto di partenza è la denuncia di Lara, la donna che ha denunciato di non aver potuto accedere alle ecografie in gravidanza tramite il Servizio sanitario nazionale, dovendo rivolgersi per forza di cose al privato. Dal primo febbraio, nella Regione Lazio, le impegnative per visite ed esami specialistici avranno una validità più breve, con scadenze differenziate a seconda della classe d'urgenza. Una decisione della giunta Rocca che, secondo D'Amato, sarà un problema per cittadini e personale sanitario.

Assessore, in termini pratici cosa cambierà dal primo febbraio per chi deve prenotare visite ed esami?

Partiamo dall'inizio: lo Stato italiano prevede quattro classi di priorità: urgente, breve, differita e programmata, che vengono scelte dal medico in base ai livelli di complessità. Fino a oggi, per tutti, la durata della ricetta prescritta dal medico era di sei mesi, cioè 180 giorni. Dal primo febbraio questa durata verrà ridotta. Cosa accade nel concreto? Prendiamo un cittadino che deve fare, per esempio, un’ecografia considerata urgente, quindi da effettuare entro 10 giorni. Il medico gli prescrive una classe di priorità B. Se questa prestazione non viene effettuata entro i termini, al ventunesimo giorno la ricetta scade, cioè viene tolta dal sistema. A quel punto il cittadino è costretto a scegliere tra due strade: o tornare dal proprio medico per farsi rifare la prescrizione – con un aggravio burocratico evidente, pensiamo a una persona anziana che deve tornare dal medico, rifare la fila e rientrare in una sorta di girone dantesco – oppure rivolgersi al privato. Quello di cui avete parlato nell'articolo che denuncia la storia di Lara corrisponde esattamente alla situazione attuale, ma peggiorerà molto con questo ulteriore carico burocratico che scatterà dal primo febbraio a causa della riduzione della validità delle ricette. Questo è quanto deciso dalla Giunta, uno degli ultimi atti adottati nel 2025 dalla Giunta regionale. Va detto che questa misura viene introdotta in una regione che, tra il 2023 e il 2024, ha registrato un incremento di oltre il 6% della spesa sanitaria totalmente privata. È il tasso di crescita più alto in Italia.  Non certo perché il cittadino abbia piacere di spendere. È vero, c’è chi è più facoltoso e non ha problemi, ma nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di persone che non trovano risposta nel pubblico – e questo avviene nell’88% dei casi – e sono quindi costrette a rivolgersi a strutture private per soddisfare un bisogno primario come quello delle cure.

Lei ha parlato di ‘bluff' della Regione Lazio per ripulire le liste d'attesa. Cosa intende?

Una volta che non si riesce a prenotare la visita in tempo (e succede la maggior parte delle volte), la ricetta scade e perde validità, quel cittadino viene tolto dal sistema, e non risulta più nel denominatore delle prestazioni da erogare. Oggi il controllo sulle regioni viene fatto confrontando ciò che viene prenotato con ciò che viene richiesto. Se una richiesta viene cancellata perché la ricetta è scaduta, automaticamente cala il numero di persone in attesa e migliorano in modo fittizio le performance. È un escamotage per dire che le liste d’attesa si sono ridotte, ma in realtà non si sono ridotte affatto: si è semplicemente ridotta la validità delle ricette. Questo porterà una gran parte dei cittadini a rivolgersi al privato. Il cittadino va una prima volta dal medico, la ricetta scade. Torna una seconda volta, scade di nuovo. Alla terza probabilmente non ce la fa più e tira fuori i soldi per fare la prestazione, risonanza, RX, ecografia, quello che serve. Questo ha anche un impatto diretto sull’aumento della burocrazia e del carico di lavoro per i medici di medicina generale. Oggi una prescrizione dura sei mesi; domani durerà molto meno, a seconda della classe di priorità: 20, 40 o 60 giorni. È chiaro che il cittadino, spesso ignaro del cambiamento perché non c’è stata una campagna di comunicazione, tornerà dal medico quando allo sportello CUP o al ReCUP gli diranno che la ricetta non è più valida. E quel cittadino sarà anche comprensibilmente arrabbiato, perché deve rifare la fila, magari è anziano, magari fa freddo, e deve tornare dal medico solo perché la ricetta è scaduta. È un aggravio burocratico assolutamente inutile per medici e cittadini, perché il problema non si risolve diminuendo la validità della ricetta, ma erogando le prestazioni. Rispetto alle altre regioni italiane, questo meccanismo non ce l’ha nessuno. Il Lazio, su questo fronte, si colloca purtroppo all’ultimo posto. Io lo chiamo bluff proprio perché serve più a “pulire” le liste togliendo le persone che ad erogare realmente le prestazioni.

Ci sono esempi virtuosi in Italia che potrebbero essere seguiti?

Il tema è complesso, ma sicuramente ci sono regioni che hanno una gestione migliore delle liste d’attesa: per quanto riguarda il centrosinistra penso all’Emilia-Romagna, ma anche al Veneto, governato dal centrodestra.

Quella a cui stiamo assistendo è una tendenza alla privatizzazione della sanità. Si può riuscire a tornare indietro o ci troviamo su una china irreversibile?

Serve investire risorse adeguate nel Servizio sanitario nazionale. Nell’ultima legge di bilancio, l’Italia si colloca all’ultimo posto tra i Paesi OCSE: investiamo meno del 6,3% del PIL in sanità. La spesa sanitaria privata ha raggiunto un record storico di 40 miliardi di euro: mai prima d’ora si era speso così tanto. È il segnale evidente di un sistema che si sta progressivamente privatizzando, e questo non va bene.

Cosa si può fare concretamente?

Bisogna potenziare il territorio, investire nella prevenzione e avere strutture territoriali che eroghino prestazioni anche la sera, e non solo gli ospedali h24. Ma per farlo servono più personale, più medici e più infermieri. E su questo abbiamo grandi difficoltà, sia a livello regionale che nazionale, perché gli investimenti in sanità si stanno contraendo. Dopo il Covid si diceva ‘nulla sarà come prima', che bisognava investire e migliorare i sistemi sanitari. In realtà le risorse destinate alla sanità sono scarse e l’Italia è tra i Paesi peggiori anche per numero di infermieri in rapporto agli abitanti. Tutto questo influisce sulle prestazioni e sulle liste d’attesa. E influisce anche sulle condizioni di lavoro del personale sanitario: serve un vero cambio di paradigma, che deve partire dal governo nazionale e poi da quelli regionali. Quello che sta facendo il governo del Lazio con la riduzione della validità delle ricette va nella direzione opposta: porterà inevitabilmente a una maggiore richiesta di sanità privata e alla cancellazione dei cittadini dalle liste di prenotazione senza aver dato loro una risposta.

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