Cinque bombe in una settimana a Roma Est: “È mafia. La gente ha paura, ma non si rassegna”
"C'è paura, ma non c'è assuefazione alla violenza". Così Pasquale Grosso, presidente di Antimafia Pop Academy, commenta a Fanpage.it il clima che si respira a Don Bosco e nei quartieri circostanti dopo l'ondata di esplosioni che sta scuotendo le notti della periferia Est di Roma. Cinque in una settimana. L'ultima nella tarda serata di ieri, giovedì 8 ottobre, davanti una concessionaria di Centocelle. Una sequenza che si allunga volgendo lo sguardo agli scorsi mesi. Tutti episodi su cui sono in corso le indagini delle forze dell'ordine, ma su cui da Antimafia Pop hanno almeno un'idea chiara: "I fatti degli ultimi giorni non sono figli del degrado. Sono mafia", si legge nel comunicato con cui hanno chiamato a presidio la cittadinanza di Don Bosco e le istituzioni per le 18 di venerdì 9 ottobre in viale San Giovanni Bosco.
"Ordigni legati a organizzazioni mafiose"
Su almeno tre ordigni, esplosi a poche ore di distanza e nel raggio di 2 chilometri fra Tor Bella Monaca e l'Alessandrino lo scorso 30 agosto, indaga la Divisione Distrettuale Antimafia della procura di Roma. "Mi sembra del tutto evidente che si tratti di una questione legata alle organizzazioni mafiose", continua Pasquale Grosso. "Anche per le modalità, che sono state molto spregiudicate. Pensiamo agli ordigni esplosi negli androni dei palazzi, a quello che sarebbe potuto succedere. L'altro giorno una bomba è esplosa alle 5:15 del mattino, quando le persone cominciano a uscire di casa per prendere la metropolitana". Anche quella di Centocelle della scorsa serata è detonata poco dopo le 23, quando molti sono ancora in giro specialmente in un quartiere con tanta vita notturna.
"Abbiamo avuto fortuna che nessuno abbia perso la vita e credo sia necessario chiamare le cose con il loro nome. Soprattuto perché non stiamo parlando di un campo neutro", sottolinea Grosso. Quest'area, fra Quadraro, Don Bosco, Cinecittà, è il territorio in cui si è radicato per primo il clan Senese. A poca distanza, sull'asse della Casilina, c'era la roccaforte dei Casamonica. A meno di un chilometro si è verificato l'omicidio di mafia che più ha segnato la storia recente della criminalità romana, quello di Fabrizio ‘Diabolik' Piscitelli il 19 agosto 2019 su una panchina all'ingresso del parco degli Acquedotti.
"Non c'entra il pizzo, è militarizzazione delle piazze di spaccio"
La gran parte degli ordigni esplosi di recente ha preso di mira attività commerciali. Alcuni dei titolari avevano precedenti ed erano stati coinvolti in inchieste passate, ma altri no. Ma per Grosso è difficile che questi attentati possano essere legati a un'attività sistematica di estorsione ai commercianti. "Il pizzo rappresenta una fonte di guadagno minima rispetto agli interessi economici di cui stiamo parlando", spiega. "Roma è una delle piazze di spaccio più importanti d'Europa. Quello che conta in questa città è il flusso della droga. Gli altri interessi economici, rispetto a questo, sono di secondo, terzo o quarto livello. Basta guardare i dati sui flussi di droga dal Sud America verso l'Italia e l'Europa: parliamo di numeri da capogiro. È un fenomeno enorme, del quale i cittadini subiscono le conseguenze ‘a valle', quelle delle piazze di spaccio e del consumo", aggiunge.
"Bisogna chiamare le cose con il loro nome: mafia"
Un'attività che si gestisce anche con la militarizzazione delle zone contese e con la riduzione di queste strade e di questi cortili a luoghi oscuri, separati dal resto della vita cittadina. "C'è una narrazione che insiste sul degrado delle piazze di spaccio, quasi che il degrado dipendesse dal colore della pelle degli spacciatori. Bisogna invece riconoscere che qui il tema è quello delle mafie", continua Grosso, che fa riferimento a un episodio particolare su come parlare di ‘degrado' senza puntare il dito contro le mafie che lo alimentano sia inutile se non dannoso. "Quando abbiamo aperto la nostra sede al Pigneto, una signora una volta ci disse: ‘Li arrestano, ma il giorno dopo ce ne sono altri dieci'. Il punto è proprio questo: il problema non sono i singoli spacciatori, è strutturale".
Per combatterlo serve prima volerlo affrontare, e per fare questo, aggiunge Grosso, "bisogna chiamare le cose con il loro nome. E c'è bisogno che la politica si assuma questa responsabilità, perché è la politica che orienta lo sguardo dei cittadini. Se chiami un fenomeno con un nome piuttosto che con un altro, orienti il modo in cui le persone lo interpretano". Il nome può essere quello di Cosa Nostra, Camorra, ‘Ndrangheta, o in sintesi ‘Mafia'.
"La politica deve parlare di mafia"
"Noi ci occupiamo di antimafia sociale e crediamo che sia necessario costruire comunità territoriali attraverso un'alleanza strategica tra cittadini, istituzioni, associazioni e politica di buona volontà. Bisogna creare un corpo unico, capace di generare pratiche quotidiane che vanno dalla buona amministrazione alla convivenza civile – spiega il presidente di Antimafia Pop Academy -, ma, come diceva Pio La Torre già cinquant'anni fa, le mafie sono un fenomeno di classi dirigenti. Non è una vicenda che riguarda soltanto questo territorio, ma la Capitale e l'intero Paese. E non si tratta di un'emergenza: è un fenomeno strutturale e come tale dovrebbe essere affrontato".
Cosa che non avverrebbe ultimamente in Italia, secondo Grosso: "Non mi pare che chi governa il Paese si sia particolarmente impegnato, in questi anni, a parlare di mafia e antimafia. Mi sembra che il dibattito delle classi dirigenti sia diventato molto sterile. A volte mi chiedo persino se siano preparate ad affrontare un contrasto sistemico alle organizzazioni mafiose". Non basta il lavoro della magistratura, di carabinieri, polizia e guardia di finanza se, anche con lo strumento del 41bis (il carcere duro per i mafiosi), il fenomeno si riproduce. "Poi ci si rivolge ai cittadini – aggiunge – chiedendo loro di fare qualcosa. E un cittadino potrebbe anche giustamente rispondere: ‘Ma devo occuparmene io?'. Un cittadino ha prima di tutto il diritto di vivere in un posto sicuro".
"La comunità è spaventata, c'è senso di impotenza"
Un diritto negato di questi tempi fra queste vie, dove si respira paura ma non assuefazione o rassegnazione. "C'è tanto dispiacere nel vedere le persone e un'intera comunità spaventate. Si prova un senso di impotenza davanti a certe situazioni", precisa Grosso, per cui anche l'antimafia sociale di comunità può fare qualcosa: "Stare insieme è l'unico strumento che abbiamo. Per questo abbiamo pensato a questa iniziativa in piazza, insieme al coordinamento per la legalità, su impulso anche del presidente del Municipio Francesco Laddaga. C'è voglia di stare insieme, di dialogare, di fare comunità e soprattutto di dare un nome alle cose. Tutti hanno il sacrosanto diritto di tornare a casa in pace. Ma chi governa ha il dovere di occuparsi del fenomeno mafioso e non può scaricare questa responsabilità sui territori".