Si sono chiude le indagini sulla morte di Elena Aubry ed è un caso giudiziario che potrebbe fare scuola. L'accusa nei confronti di sei persone è  quella di omicidio stradale, e non più di omicidio colposo come inizialmente formulato all'apertura del fascicolo, per la mancata manutenzione del piano stradale, nel tratto di via Ostiense dove  il 6 maggio del 2018 la 25enne di Ostia ha perso il controllo della sua Honda Hornet cadendo e rimanendo uccisa. La colpa dell'incidente, secondo i periti, sarebbe degli avvallamenti e delle radici che hanno sformato l'asfalto rendendolo una trappola, e qualcuno avrebbe dovuto garantire che invece la strada fosse sicura.

In tutto le persone indagate sono sei. Si tratta di tre dipendenti del SIMU, il Dipartimento Sviluppo Infrastrutture e Manutenzione Urbana del comune di Roma, e tre privati. Sono loro i responsabili, secondo ls pm Laura Condemi titolare delle indagini, di quanto accaduto. È la prima volta che l'accusa di omicidio stradale viene formulata contro dipendenti pubblici per la mancata manutenzione stradale e dell'impresa che avrebbe dovuto garantirla. Un caso che potrebbe fare scuola.

La morte di Elena ha spinto la mamma, Graziella Viviano, a battersi per la sicurezza stradale non solo per avere giustizia per la morte della figlia, ma per tutte le vittime della strada, intraprendendo campagne e battaglie. Graziella ha cominciato disegnando di giallo le buche pericolose ed è finita a essere ascoltata nei palazzi delle istituzioni, denunciando instancabilmente giorno e notte le condizioni delle strade della capitale che hanno provocato, ora anche secondo la procura, la morte della sua unica figlia con quella passione per le due ruote che gli è stata fatale.