Nessun passo indietro da parte della clinica Città di Roma: i lavoratori del reparto maternità saranno tutti mandati via. Chi ha un contratto sarà trasferito momentaneamente all'ospedale San Camillo, mentre con chi ha una partiva iva (ma presta servizio come ostetrica o ginecologa nella struttura da anni) il rapporto di lavoro è stato interrotto immediatamente. Una trentina di lavoratrici sono rimaste senza impiego da un giorno all'altro, proprio in occasione delle feste di Natale e dell'emergenza economica. La clinica Città di Roma diventerà Centro Covid: una decisione perfettamente legittima vista la pandemia globale in atto. Come sono legittime le rivendicazioni di chi vuole sapere perché è stato mandato via senza nemmeno una comunicazione.

Nessuna comunicazione ai lavoratori con partita iva

Eh sì, perché se ai lavoratori con contratto è stata data comunicazione della cessazione dell'attività con una nota scritta, alle partiva iva non è stato detto nulla. Non un messaggio, non una telefonata, non un foglio. "Ci hanno trattate come se non fossimo mai esistite – si sfoga una lavoratrice a partita iva del reparto maternità – Semplicemente abbiamo saputo che da lunedì non avremmo più lavorato. Non ci hanno detto nemmeno grazie, eppure siamo noi che abbiamo mandato avanti il reparto nascite in questi anni. Non ci hanno mai fatto un contratto, ma lavoravamo su turni, come chi era regolarizzato. Non ci saremmo mai aspettate un trattamento del genere". I lavoratori con contratto, che al momento saranno trasferiti all'ospedale San Camillo, sono stati informati tramite una nota che da domenica 6 dicembre il reparto maternità avrebbe cessato le attività. Fino al 9 dicembre, usufruiranno di riposi e permessi retribuiti.

Annullati i parti di chi aveva preso appuntamento

Non solo i lavoratori: la chiusura del reparto maternità di Città di Roma ha influito anche anche sulle donne che avrebbero dovuto partorire nella clinica. "Il mio parto era programmato lì tra cinque giorni, mi hanno chiamata oggi annullando tutto", commenta una signora sui social. E non è l'unica: la struttura privata convenzionata, infatti, è sempre stata considerata una clinica all'avanguardia in questo settore. Con 1300 parti l'anno, era una delle strutture scelte di più dalle donne per un momento delicato come quello del parto.

I sindacati chiedono incontro alla Regione Lazio

A fronte di questa situazione, i sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil hanno chiesto un incontro urgente all'assessore regionale alla Sanità Alessio D'Amato. Sia per discutere della conversione della clinica in un centro covid, sia per affrontare il problema occupazionale. "La struttura non è dotata di pronto soccorso ma, fino a ora, solo di pronto soccorso ostetrico e anche strutturalmente, a nostro avviso, poco si presta alla creazione dei percorsi interni necessari a garantire l'assenza di promiscuità tra aree sporco/pulito", scrivono i sindacati in una nota. "È già evidente come tutta questa situazione stia creando disagi all'utenza, si possono già leggere sui social le legittime preoccupazione di chi, di qui a poco, avrebbe dovuto partorire a Città di Roma e sta apprendendo in queste ore che dovrà spostarsi altrove. Aggiungiamo che oltre al personale strutturato che temporaneamente verrà ricollocato al San Camillo, vi sono una serie di liberi professionisti, medici e professionisti sanitari, a cui è stata comunicata l’interruzione del rapporto di lavoro". "Ricordiamo che i lavoratori di questa struttura – spiegano – assieme alle altre due strutture del gruppo, sono già passati per ben due procedure di licenziamento, è immaginabile pertanto la necessità di garanzie nella gestione di questo processo di riconversione". Al momento, i sindacati stanno ancora aspettando una risposta.