Casa delle donne Lucha y Siesta e Regione Lazio, la Corte dei Conti: “Nessun illecito nell’acquisto dell’immobile”

Si è chiusa la vicenda giudiziaria sull'acquisto dell'immobile Atac che ospita la Casa delle Donne Lucha y Siesta: confermata la sentenza in primo grado e assolti i dirigenti della giunta Zingaretti che, nel 2021, hanno deciso di comprare lo stabile messo all'asta in via Lucio Sestio, un ex deposito Atac. Secondo i giudici della prima sezione centrale d’Appello della Corte dei Conti, infatti, i dirigenti non hanno commesso alcun illecito, come ipotizzato dalla Procura contabile. Anzi, in realtà hanno agito coerentemente per tutelare l'interesse pubblico.
L'accusa e la richiesta di risarcimento
Ad aprire questo capitolo è stata la Procura contabile secondo cui l'acquisto sarebbe stato "privo di utilità" e un "danno patrimoniale diretto" da 1, 7 milioni di euro, come riportato in un esposto presentato dalle esponenti di Fratelli d'Italia Chiara Colosimo e Laura Corrotti. Ma i giudici hanno rigettato ancora questa tesi.
La Procura regionale della Corte dei Conti ha portato in giudizio quattro ex dirigenti della regione Lazio, per chiedere il risarcimento di quello che era valutato come "danno patrimoniale diretto" per l'acquisto dell'immobile dove, nel 2008, è partita un'occupazione da parte del collettivo Lucha Y Siesta. All'interno di quella struttura è stata realizzata la Casa delle Donne che fornisce assistenza e ospita donne vittime di violenza e minori. Con l'acquisto della struttura è stata garantita la prosecuzione delle attività del centro.
Lucha y Siesta, per i giudici l'acquisto dell'immobile non fu "privo di utilità"
Il caso è finito in tribunale. La prima sentenza è arrivata nel 2024 quando i quattro ex dirigenti regionali sono stati assolti da ogni responsabilità, poiché il loro operato risultava non essere lesivo per l'amministrazione pubblica ma un modo per riconoscere il servizio pubblico svolto dalla struttura.
A quel punto, però, è scattato il ricorso, con un procedimento che si è chiuso solo oggi, con la conferma della sentenza di primo grado che precisava l'assenza di qualsiasi illecito nel caso, come riportato nell'edizione da la Repubblica.