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Attentato alla Sinagoga del 1982, chiusa l’inchiesta: cinque indagati per la morte di Stefano Taché

A oltre 40 anni dall’attacco al Tempio Maggiore di Roma, la procura ha chiuso le indagini e individuato cinque presunti responsabili. La Comunità ebraica: “Verità tardiva, ma necessaria”.
A cura di Francesco Esposito
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Largo Stefano Gaj Taché, davanti al Tempio Maggiore di Roma (Lapresse)
Largo Stefano Gaj Taché, davanti al Tempio Maggiore di Roma (Lapresse)

Era il 9 ottobre 1982 quando, poco prima di mezzogiorno, il Tempio maggiore di Roma, dai più conosciuto come la Sinagoga, fu teatro di un attentato terroristico. A colpi di mitra e bombe a mano, un commando di cinque uomini del gruppo palestinese Consiglio rivoluzionario di al-Fath colpì la comunità ebraica romana ferendo quaranta fedeli e uccidendo il piccolo Stefano Gaj Taché, di soli due anni. Oggi, dopo oltre quarant'anni, la procura di Roma ha chiuso l'inchiesta su quanto accaduto quella mattina e ha emesso cinque avvisi di conclusione d'indagine per altrettante persone che sarebbero coinvolte nell'attacco.

Cinque indagati dalla procura di Roma per l'attentato del 9 ottobre 1982

I cinque uomini sono: Abou Zayed Walid Abdulrahman, 68enne, attualmente detenuto in Francia ed a giudizio per la strage del 2 agosto del 1982 di Rue des Rosiers a Parigi; Abed Adra Mahmoud Khader, 71enne cittadino palestinese residente in Cisgiordania; Al Abassi Souheir Mohammad Hassan Khalil, 74enne di origine palestinese residente in Giordania, Hamada Nizar Tawfiq Mussa, 65enne di origine palestinese residente in Giordania; Abu Arkoub Omar Mahid Abdel Rahman, 66enne di origine palestinese, residente in Giordania. "Si ipotizza che abbiano agito in concorso anche con Alhamieda Rashid Mahmoud alias Fouad Hijazy, Maher Said Al Awad Yousif alias Arabe El Arabi Tawfik Gamal ora deceduti", si legge in una nota della procura di Roma.

Fadlun: "Resta sconcerto per il tempo trascorso e l'omertà"

Oggi vengono resi pubblici i nomi di cinque indagati per aver attuato o pianificato l'attacco. Una notizia che la Comunità Ebraica di Roma ha accolto con soddisfazione ma anche amarezza. "Resta forte lo sconcerto per il tempo trascorso e per il muro di omertà, reticenze e ostacoli che ha rallentato per decenni la piena emersione della verità, prolungando il dolore delle famiglie e della nostra Comunità", ha dichiarato il presidente, Victor Fadlun.

"Oggi si compie un passo avanti, ma resta il dovere di andare fino in fondo – ha aggiunto Fadlun -. Chiediamo che la ricerca della verità prosegua senza esitazioni e che tutti i responsabili vengano finalmente portati davanti a una corte di giustizia. È un diritto delle vittime e delle loro famiglie, ma è anche un dovere dello Stato. Non ci fermeremo finché non sarà fatta piena luce su ogni responsabilità. La giustizia, anche dopo tanti anni, è l'unico modo per restituire dignità alle vittime e forza ai valori democratici su cui si fonda il nostro Paese", ha concluso il presidente della Comunità Ebraica di Roma invitando le autorità a monitorare le attività di antisemitismo attuali.

L'attentato in un giorno di festa

Gli autori di quello che è stato il più grave atto di antisemitismo in Italia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale non hanno mai affrontato la giustizia nel nostro Paese. Non si conosce neanche l'identità della maggior parte di coloro che la mattina di quel 9 ottobre si presentarono in abiti eleganti nei pressi della Sinagoga, forse per mimetizzarsi nel clima di festa della giornata. Si celebrava infatti lo shabbat, ma anche lo Sheminì Azeret, ottavo giorno della festa del Sukkot, e il bar mitzvah di circa cinquanta adolescenti, accompagnati dalle loro famiglie.

Tre bombe a mano vennero lanciate contro la folla di fedeli. Fu la scheggia di uno di questi ordigni a colpire e uccidere Stefano Taché. Rimase ferito in gravi condizioni, invece, il fratellino di 4 anni Gadiel. Cinque minuti di terrore puro che terminarono solo con la fuga degli attentatori a bordo di un'auto Volkswagen bianca e di una moto Austin rossa.

L'apice di un periodo di tensioni

Il crudele attentato provocò l'indignazione della comunità ebraica anche contro le autorità e in particolare contro il ministero dell'Interno per la mancanza di vigilanza nell'area. Un corteo sfilò per le vie del Ghetto intonando slogan anche contro il Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, accusato di aver tradito il popolo ebraico accogliendo il leader palestinese Yasser Arafat.

L'uccisione di Stefano Taché fu l'apice – superato tre anni dopo dall'attentato all'aeroporto di Fiumicino in cui morirono tredici persone oltre a tre attentatori – di un periodo di tensione in cui il conflitto israelo-palestinese sembrava essersi spostato in Italia e in particolare a Roma.

Nei mesi successivi all'invasione del Libano da parte dell'esercito israeliano e al conseguente massacro di Sabra e Shatila in cui furono uccisi migliaia di profughi palestinesi e cittadini libanesi, una ondata di indignazione si riversò sulle comunità ebraiche di tutto il mondo. Il Ghetto di Roma fu luogo di varie intimidazioni e messaggi minatori, mentre il 7 giugno 1982 a Roma vennero uccisi due militanti palestinesi: il giornalista Nazim Mathar, 20 anni, assassinato sotto casa nel quartiere di Montesacro, e il vice responsabile dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina in Italia, Kamal Youssef Hussein, ad Appio-Latino.

Uno degli indagati arrestato a settembre in Cisgiordania

L'attentato alla Sinagoga fu preceduto da quello al ristorante ebraico Jo Goldenberg a Parigi del 9 agosto dello stesso anno. Entrambi sono stati rivendicati e attribuiti al Consiglio rivoluzionario di al-Fath e il loro pianificatore è stato individuato in Abed Adra Mahmoud Khader, uno degli indagati, arrestato lo scorso settembre dalle autorità palestinesi in Cisgiordania.

L'unico attentatore di cui finora si conosceva l'identità era invece Osama Abdel Al Zomar, che fu arrestato il 20 novembre 1982 in Grecia per traffico di armi. Al Zomar, scontata la condanna, fu liberato nonostante le richieste di estradizione dall'Italia, dove era stato condannato in contumacia per strage nel 1991. Riparò in Libia, dove sarebbe rimasto fino alla caduta del regime di Mu'ammar Gheddafi nel 2011. Dopo troppi anni, nei prossimi mesi, forse, si riuscirà a fare un inedito passo verso la verità e la giustizia.

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