A Botteghe Oscure hotel da 500 euro a notte, Liguori: “Berlinguer sarebbe dispiaciuto per la fine del PCI, non della sede”

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La storica sede del PCI di Botteghe Oscure è diventata un hotel di lusso. Guido Liguori, che lì ha lavorato negli anni Ottanta, ricorda cosa significava vivere quel luogo dall’interno, gli intellettuali che lo attraversavano e il valore politico e culturale che aveva per il Partito Comunista.

Oggi Botteghe Oscure, la storica sede del Partito Comunista Italiano, è diventata un hotel di lusso, che costa 500 euro a notte. Un passaggio dal forte valore simbolico per chi quel luogo lo ha conosciuto e vissuto dall’interno, come Guido Liguori, che dalla metà degli anni Ottanta ha lavorato nella sede del PCI nell’ambito di Critica Marxista, frequentando soprattutto la sezione culturale e incontrando alcuni dei maggiori intellettuali comunisti dell’epoca. Storico del pensiero politico e tra i più importanti studiosi italiani di Antonio Gramsci, Liguori è stato docente di Storia del pensiero politico all’Università della Calabria ed è presidente della International Gramsci Society e della International Gramsci Society Italia. Ha dedicato gran parte della sua attività di ricerca alla tradizione marxista e comunista, curando e pubblicando lavori su Gramsci, Togliatti, Berlinguer, Rosa Luxemburg e Lenin. Con Fanpage.it ripercorre cosa significava vivere e lavorare nel “Bottegone” e riflette su cosa racconti, oggi, la sua trasformazione in un albergo a cinque stelle.

Che effetto ti fa vedere oggi Botteghe Oscure trasformata in un hotel a cinque stelle?

Mi ha fatto un po’ impressione. C’è una cosa che, in realtà, non ho mai capito fino in fondo. Quando fu tolto il finanziamento pubblico ai partiti e cominciò quella che viene chiamata Seconda Repubblica, il PCI e poi i suoi eredi avevano sicuramente dei problemi economici. Anche la forte riduzione del personale richiese un grande esborso in termini di liquidazioni e buonuscite. Però non ho mai capito se il palazzo di Botteghe Oscure sia stato venduto soprattutto per una necessità economica oppure anche per una ragione simbolica. Questa secondo me è una domanda che rimane.

Qualche anno fa Ugo Sposetti, attraverso la fondazione che gestisce molti degli immobili provenienti dalla storia del PCI e dei DS, aveva cercato anche di ricomprare Botteghe Oscure, ma non ci riuscì. Quelle fondazioni hanno conservato molti beni e molte vecchie sezioni, spesso lasciate in uso quasi gratuito al Partito Democratico. Quindi resta da capire quanto nella scelta di abbandonare Botteghe Oscure abbia pesato la necessità economica e quanto, invece, quella furia distruttrice del nuovismo che voleva cambiare tutto ciò che ricordava il passato.

La prima volta che sei entrato a Botteghe Oscure che impressione ti ha fatto?

La prima volta che entrai a Botteghe Oscure fu nel 1985. Non ero proprio un ragazzo, lavoravo per Critica Marxista, la rivista degli Editori Riuniti, che aveva una piccola sede a piazza Grazioli. Il direttore della rivista, Zanardo, aveva però una stanza a Botteghe Oscure e io andavo lì per incontrarlo, decidere i numeri della rivista e impostare il lavoro. Lui viveva a Firenze e veniva a Roma un paio di giorni alla settimana. Entrare lì faceva sicuramente una certa impressione, soprattutto per il significato simbolico che aveva quel palazzo, da sempre identificato con il Partito Comunista. All’ingresso c’era il busto di Gramsci, c’era la bandiera della Comune di Parigi. Era un luogo che ti faceva sentire delle vibrazioni, ti trasmetteva qualcosa. Poi gli Editori Riuniti lasciarono la sede di piazza Grazioli e io cominciai a lavorare direttamente a Botteghe Oscure, dall’86, e sono rimasto lì fino a quando quella sede fu abbandonata. Già nei primi anni Novanta il PDS si era trasferito nella nuova sede di via Nazionale. I giornali la chiamavano il “Botteghino”, proprio perché Botteghe Oscure era il “Bottegone”: la nuova sede occupava pochi piani di un palazzo ed era molto più piccola.

Anche questo, secondo me, rappresentava un passaggio politico. La cosiddetta Seconda Repubblica portava con sé l’idea di partiti progressivamente ridotti quasi ai loro gruppi parlamentari. Il centro delle risorse intellettuali, economiche e politiche si spostava dal partito al Parlamento. Il partito contava molto meno e, di conseguenza, aveva bisogno anche di una sede più piccola e meno costosa. Questa è un’altra chiave possibile per comprendere l’abbandono di Botteghe Oscure. Io non ho mai avuto ruoli politici dirigenti, il mio ruolo era culturale. Però stare lì mi diede l’opportunità di conoscere da vicino persone dalle quali ho imparato moltissimo. Sono arrivato dopo la morte di Berlinguer, ma da quel momento in poi ho conosciuto molti dei grandi intellettuali del PCI di allora: Luporini, Badaloni, De Giovanni, Vacca. Il mio ambiente era quello intellettuale più che quello strettamente politico.

Ci sono incontri o momenti vissuti a Botteghe Oscure che ricordi in modo particolare?

Più che un singolo episodio, ricordo proprio la possibilità di conoscere da vicino molti personaggi dai quali ho imparato tantissimo. Io non facevo parte del Comitato centrale e non avevo ruoli politici, quindi vivevo soprattutto la parte culturale del partito. Essere lì significava però stare dentro un luogo attraversato continuamente da grandi intellettuali, dirigenti e personalità della cultura comunista. Era quella la mia esperienza di Botteghe Oscure.

Se Berlinguer o Togliatti potessero vedere oggi Botteghe Oscure trasformata in un albergo di lusso, secondo te che cosa penserebbero?

Bisogna dire innanzitutto che qualcosa del genere era già successo con la casa dove aveva abitato Gramsci a Torino. Anche quella, già diversi anni fa, è diventata un albergo di lusso. Nonostante le proteste di intellettuali, cittadini e comitati, non ci fu niente da fare: venne lasciato qualche elemento che ricordasse Gramsci, una targa, un piccolo spazio, ma l’edificio diventò un hotel. Sembra quasi una coazione a ripetere. Botteghe Oscure, poi, non passa direttamente dal PCI all’albergo. Poco dopo essere stata lasciata dal partito diventò la sede di una grande multinazionale americana che si occupava di selezionare dirigenti di alto livello, i cosiddetti “cacciatori di teste”. Quindi già allora il palazzo aveva imboccato una direzione completamente diversa. Per una coincidenza, una mia cugina lavorava per quella società e un giorno andai a trovarla proprio per curiosità, per vedere che cosa fosse diventato il palazzo dentro. Era irriconoscibile. Avevano creato pareti, piccoli uffici, spazi molto sezionati, una via di mezzo tra l’ufficio tradizionale e l’open space, come accade nelle grandi multinazionali. Già allora faticavo a riconoscere i luoghi nei quali avevo lavorato. Successivamente è diventata anche la sede dell’Associazione Bancaria Italiana. E anche questo aveva un significato simbolico piuttosto forte: la sede del Partito Comunista occupata dall’associazione delle banche.

Sei tornato a Botteghe Oscure anche dopo la fine del PCI?

Sì, nel 2014, attraverso Futura Umanità, l’associazione per la storia e la memoria del PCI, insieme a Paolo Ciofi riuscimmo a tornare a Botteghe Oscure per presentare un’antologia degli scritti di Berlinguer che avevamo curato. Chiedemmo all’ABI la possibilità di fare la presentazione lì e, inaspettatamente, ce la concessero. Ci diedero un grande salone, probabilmente il vecchio salone del comitato centrale. Quindi sono tornato più volte dentro quel palazzo e ho potuto vedere alcune delle sue diverse trasformazioni. Come sede dell’Associazione Bancaria Italiana gli ambienti erano anche stati sistemati bene, però faceva un certo effetto vedere il busto di Gramsci quasi sull’altare dell’Associazione Bancaria Italiana. Era un contrasto simbolico piuttosto rilevante.

Non credo che Togliatti o Berlinguer si sarebbero scandalizzati perché nel palazzo c’è un hotel di lusso in quanto tale. Credo piuttosto che si sarebbero dispiaciuti per la fine che è stata fatta fare al loro partito. È quello, secondo me, il fatto simbolicamente importante.

La trasformazione di Botteghe Oscure in un hotel di lusso può essere letta anche come una fotografia della trasformazione di Roma, da città della politica e delle organizzazioni collettive a una città sempre più costruita intorno a turismo, rendita e consumo?

Sicuramente sì, anche se distinguerei questa vicenda dal processo più generale di gentrificazione di Roma. Qui parliamo di un albergo estremamente di élite e di un edificio particolare, in pieno centro, difficilmente destinabile ad abitazioni normali. È diverso dal problema dei bed and breakfast, della scomparsa delle case e dell’aumento dei prezzi degli affitti che interessa tutta la città. A me sembra soprattutto una metafora del passaggio da un mondo nel quale i partiti rappresentavano un vero potere nella società a quello attuale, nel quale i partiti sono stati fortemente declassati e hanno acquistato sempre più peso gli affari, il denaro, il fare soldi. E questo processo, nel caso di Botteghe Oscure, era cominciato immediatamente: prima la multinazionale americana dei cacciatori di teste, poi l’Associazione Bancaria Italiana e adesso l’albergo di lusso. È tutto un susseguirsi di poteri economici, che evidentemente sono anche gli unici in grado di permettersi un palazzo di quelle dimensioni, praticamente a piazza Venezia. Da questo punto di vista il significato metaforico è molto forte. Racconta qualcosa di come è cambiata questa società. Ma c’è un’altra cosa che continua a farmi impressione quando passo da quelle parti: la vecchia e gloriosissima libreria Rinascita è diventata un supermercato. Quella era veramente una libreria carica di storia: tutti gli intellettuali e i politici di sinistra che passavano per Roma andavano lì a vedere le ultime novità della politica italiana, i libri di marxismo, le nuove pubblicazioni. Era una libreria bellissima. Anche vedere che oggi al suo posto c’è un supermercato è un altro segno dei tempi.

Che cosa rischia di essere dimenticato oggi di Botteghe Oscure?

Di Botteghe Oscure, come edificio in sé, credo che ormai ci sia poco da salvare. Botteghe Oscure era soprattutto quello che c’era dentro. Quello che rischia davvero di essere dimenticato è il Partito Comunista: il più grande partito comunista dell’Occidente, un partito che in qualche modo ha inventato un comunismo democratico e che rappresenta un’esperienza che, secondo me, ha ancora molto da insegnare. Quella storia può sopravvivere nella memoria soltanto se sopravvive anche la capacità di fare cultura e, in fin dei conti, di fare politica di massa. Se la politica, soprattutto quella di sinistra, diventa soltanto un interesse di piccoli gruppi dirigenti, quella memoria inevitabilmente si perde. Sarebbe bello riuscire a perpetuare la memoria di quel partito, anche se non sono sicuro che ci riusciremo. Questa per me è la cosa importante di Botteghe Oscure: quello che c’era dentro, la storia che vi si è svolta, gli uomini e le donne che l’hanno attraversata, gli incontri che vi sono avvenuti. Lì, per esempio, c’era anche la redazione di Reti, diretta da Maria Luisa Boccia, alla quale partecipavano moltissime femministe, anche non iscritte al partito. Fu una delle esperienze che seppero inventare quel rapporto tra dentro e fuori, l’idea che non fosse necessario essere iscritti al PCI per partecipare a un’esperienza politica e culturale collettiva. A Botteghe Oscure sono nate e sono passate molte esperienze culturali importanti, oltre naturalmente a quelle politiche.

È questo che mi manca. Sento nostalgia di quel tipo di esperienza, non provo nostalgia dell’edificio di Botteghe Oscure in quanto tale. Certo, se oggi esistesse un partito capace di ricomprarlo sarei contento, ma dovrebbe essere un partito veramente di sinistra, per me veramente comunista, non semplicemente un partito post-comunista. Altrimenti il valore puramente simbolico dell’edificio mi interessa fino a un certo punto.

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