Quattro palestinesi uccisi, tre dei quali avevano soltanto 17 anni. E' il bilancio degli ultimi scontri avvenuti nella striscia di Gaza durante il primo anniversario della "Marcia del Ritorno", una serie di manifestazioni volute dalle organizzazioni palestinesi, tra cui Hamas, per reclamare il diritto alla terra ed alla dignità. Vi hanno partecipato e vi stanno partecipando 40mila persone. L'esercito israeliano ha aperto il fuoco sui manifestanti, che lanciavano sassi, usando anche munizioni vere con il risultato che quattro ragazzi sono morti, mentre sono stati centinaia i feriti.

Torna a salire, dunque, la tensione in questo angolo di mondo tormentato, anche in vista delle prossime elezioni israeliane. In tanti hanno parlato di escalation improvvisa di violenza, ma da tempo a Gerusalemme così come in Palestina la tensione era palpabile. Gerusalemme dista da Betlemme pochissimi chilometri, soltanto che la prima è in Israele e la seconda in Palestina. C'è un check point da superare presidiato da soldati giovanissimi e armati di tutto punto che scrutano nelle auto e fermano soprattutto uomini e ragazzi da soli, naturalmente palestinesi. Giovani ebrei contro giovani palestinesi e viceversa. Ragazzi divisi da un odio secolare, che mai cesserà? Betlemme è una città araba, orgogliosa di esserlo, con i suoi vicoli stretti e angusti e i suoi suq dove si mercanteggia. E' più povera della vicina Gerusalemme. Il velo lo portano solo le donne di mezza età, le ragazze mostrano tranquille i loro capelli lunghi e ricci, indossano i jeans a vita alta rotti sulle ginocchia come qualunque adolescente del mondo. Quando termina la scuola, intorno alle due del pomeriggio, un esercito di giovani invade le strade, i libri infilati nello zaino, ostentando una serenità che pare solo apparenza. Proprio a Betlemme c'è il muro che dal 2002 divide Israele dai territori palestinesi.

Betlemme, il muro di graffiti e l'hotel di Bansky

E' coperto di graffiti che inneggiano alla pace: mostrano soldati armati fino ai denti che giocano con bambini presi solo dalla passione di quello che stanno facendo, una corsa con l'aquilone, un salto su un materasso. Anche il filo spinato diventa un gioco per chi è nato vedendo dalle proprie finestre solo quello e alla fine ci si è abituato. A Betlemme, proprio davanti al muro, sorge l'hotel con la peggiore vista al mondo, per ammissione del suo stesso creatore, il celebre e misterioso artista Bansky, che l'ha aperto nel 2017. Si affaccia sul muro e quello vedono le dieci stanze.

Dentro ci sono opere d'arte di artisti palestinesi, c'è un pianoforte che suona da solo, spettrale e angosciante, come il museo della guerra che si apre dietro a una tenda e che mostra dai proiettili di gomma sparati dai soldati israeliani sui bambini, grandi quanto mele, alle maschere antigas usate dai palestinesi, fatte con le bottiglie di plastica. In ogni stanza un filmato racconta la dura vita di questo popolo privato della sua terra mentre le istallazioni ricreano case devastate e giardini rasi al suolo al passaggio delle forze israeliane. C'è un libro dove i visitatori che si spingono fin qui, superando la paura di un luogo militarizzato, possono lasciare il loro messaggio. Si possono sedere sulla sedia con il cuscino con la bandiera d'Israele o quella con il cuscino con la bandiera nera, verde e rossa della Palestina.

Per chi desidera dormire nell'albergo, la stanza più economica offre l'esperienza di una notte sulle brandine delle caserme israeliane, quelle dove devono dormire tutti i giovani ebrei tra i 18 e i 21, perché il servizio militare obbligatorio dura 2 anni e 8 mesi per i ragazzi e 2 anni per le ragazze. Insomma, l'intento è quello di avvicinare e non allontanare. Infatti, Bansky sperava si avere anche clienti israeliani, dato che il suo “The walled off hotel” resta in territorio israeliano, ma per arrivarci bisogna passare su strade palestinesi e gli israeliani non hanno il permesso di visitare Betlemme e i suoi luoghi sacri. Ennesimo divieto, ennesima limitazione.

Nazareth, ragazzi divisi anche al Mc Donald's

Da Betlemme a Nazareth, da una città palestinese a un'altra città, che è israeliana, ma abitata per l'80 per cento da cittadini arabi di Israele che si identificano come di nazionalità palestinese. Il clima non cambia. Gaza, certo, con i suoi problemi dista molti chilometri anche se tanti qui hanno parenti in Cisgiordania. E' venerdì, ma non si sente il muezzin chiamare la preghiera. All'uscita delle scuola la città, che sorge una collina, si riempie di ragazzi e di auto in fila indiana che cercano di affrontare strade strettissime e a doppio senso. Verrebbe da chiedersi che differenza ci sia tra questi ragazzi e quelli che solcano le strade di Gerusalemme sui monopattini elettrici, anche loro in jeans e maglietta, con la musica alle orecchie e il sorriso stampato sui volti, senza nessun riconoscimento religioso, senza la kippah, senza l'hijab. Forse hanno tutti e due lo stesso, identico desiderio di pace. Ma poi ci sono gli altri, quelli, da entrambe le parti, che sono colmi di odio. Le colonie israeliane da fuori sembrano campi di prigionia, con muri alti e filo spinato, identici a quello di Betlemme.

Cambiano solo gli occhi di coloro che guardano questo filo spinato, occhi palestinesi e occhi israeliani. Poi ci sono gli ebrei ultra ortodossi, che girano leggendo la Torah, che non parlano altro che yiddish, chiusi a ogni dialogo, prigionieri nel loro quartiere, il Mea Sheraim di Gerusalemme, con la vita scandita dai ritmi della preghiera. E i palestinesi che sfidano con occhi torvi i soldati di leva. La tensione si può respirare anche al Mc Donald's: da una parte i ragazzi israeliani e dall'altra i palestinesi. Gli occhi di questi ultimi possono trasudare rabbia e povertà, desiderio di vendetta. Tra i soldati c'è anche chi, a fine servizio, non vede l'ora di togliersi la kippah e liberarsi del mitra, dimentico quasi che sopra di lui campeggia la foto di due suoi giovanissimi colleghi morti nell'ultimo attentato alla spianata delle moschee. Forse perché vede quell'immagine tutto il giorno tutti i giorni, non fa più caso ai sorrisi di quei poveretti. Ma accanto a questo giovane ci sono anche soldati che girano sempre con il fucile a tracolla, quasi fossero in guerra. E l'angoscia non può che serpeggiare, si è tutti sull'orlo del baratro, un attimo e si può finire in guerra o restare in questo clima di pace “armata”.

Non restano che le canne

Forse non resta che perdersi nella marijuana, tutti insieme, israeliani e palestinesi, sulle spiagge di Tel Aviv. Il bagnino "armato" di cannocchiale strepita dal microfono che è vietato fare il bagno perché il mare è mosso e l'ambulanza arriva in pochi istanti per una bambina addormentata che a chi guardava le mille telecamere puntate sulla spiaggia sembrava avesse avuto un malore. Ma nessuno interviene per sequestrare “le canne”.

Pochissimi giovani sulle spiagge di Tel Aviv indossano simboli religiosi, ma sono i tratti somatici, a volte, a fare la differenza e disvelare l'appartenenza. Qui si fa ginnastica tutti insieme nelle palestre sulla spiaggia, si cena in allegria nei locali di Jaffa, la parte islamica della città, dove il muezzin chiama la preghiera e dalle porte dei ristoranti esce musica occidentale. Qui sembra davvero che l'odio atavico sparisca nei divertimenti offerti. Sembra appunto o forse o solo merito dell'erba che, tollerata, scorre a fiumi, specie durante lo shabbat, e fa dimenticare tutto, anche se per poco tempo. Non c'è da stupirsi, dunque, che da una indagine svolta nel 2018 dall’esercito israeliano tra le sue truppe, sia emerso che otre la metà dei militari di leva fa uso abituale di droghe leggere, non solo quando è in licenza, ma anche durante il servizio operativo sulle varie frontiere o durante le esercitazioni.