Via Palestro, la strage dei misteri: “Vogliamo la verità sul ruolo dei servizi segreti”

Dopo 30 anni la verità è ancora lontana. I mafiosi sono stati condannati ma l’evidente ruolo di pezzi dei servizi segreti non è mai stato svelato. La strage di via Palestro resta ancora avvolta nella nebbia.
A cura di Antonio Musella
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Quella del 27 luglio 1993 in via Palestro a Milano, è probabilmente la strage di cui ad oggi sappiamo meno rispetto ad ogni altra. E' stata l'ultima autobomba ad esplodere (pochi mesi dopo ci fu il fallito attentato allo Stadio Olimpico) del biennio '92-'93 che destabilizzò l'Italia, traghettandola dalla fine della Prima Repubblica caduta sotto i colpi di Tangentopoli alla nuova era di Silvio Berlusconi che vinse le elezioni del 1994. In mezzo la strategia stragista di Cosa Nostra, con Totò Riina, che proprio nel 1993 fu arrestato, e Matteo Messina Denaro arrestato solo 30 anni dopo. In quella strage morirono 5 Vigili del Fuoco, un agente di polizia municipale ed un ambulante. Ad oggi per quella strage, ci sono le condanne dei mafiosi, a cominciare da Gaspare Spatuzza, poi pentito ed a cui si deve la maggior parte delle rivelazioni sulle stragi di quegli anni, ma le connivenze e "l'aiuto esterno", magari da parte di pezzi dei servizi segreti italiani, a cui pure si fa riferimento nelle sentenze, non sono mai stati chiariti. L'ultima commissione parlamentare antimafia ha prodotto proprio sulle stragi del 1993 dei significativi passi avanti, evidenziando la possibile presenza di personale dei servizi segreti sul luogo delle stragi di Via dei Georgofili a Firenze, nel maggio '93 e di via Palestro nel luglio '93.

L'auto fumante prima dell'esplosione della bomba

A raccontarci quella strage è Nicola Perna, cognato di Carlo La Catena, uno dei vigili del fuoco che morirono in quella notte a Milano, che ancora oggi si batte per avere verità e giustizia sulla strage di Via Palestro. "L'unità di Carlo fu chiamata per lo spegnimento di un'auto fumante in via Palestro – ci racconta – in pochi minuti arrivarono sul posto, dove già c'era la pattuglia della Polizia Municipale. Si avvicinarono a quella Fiat Uno, la aprirono e capirono che non c'era niente che bruciava all'interno. Nel bagagliaio trovarono un involucro coperto di plastica e fili. Capirono subito che era una bomba. Comunicarono alla centrale la presenza di un ordigno nella macchina, si diedero da fare per mettere in sicurezza la strada. Pochi minuti, poi la bomba scoppiò e travolse tutti". A morire insieme a Carlo La Catena furono i colleghi Sergio Pasotto e Stefano Picerno, il vigili urbano Alessandro Ferrari, e l'ambulante Driss Moussafir, che era seduto su una panchina nei giardinetti vicini. Poco dopo crollerà il padiglione di arte contemporanea nella Galleria d'arte moderna che affacciava su via Palestro. Un luogo di arte e cultura, come già avvenuto per via dei Georgofili due mesi prima. "L'auto fumante fu scoperta perché una coppietta si avvicinò alla pattuglia dei vigili urbani – spiega Perna – dissero che una donna aveva lasciato una Fiat Uno parcheggiata e che dall'auto poco dopo era iniziato ad uscire del fumo". Era proprio quella l'autobomba. I due testimoni fecero un identikit della donna, che rimase però senza nome per decenni. "Quando lo stesso Gaspare Spatuzza sentì durante il processo parlare della presenza di una donna si mise a ridere" ci spiega il criminologo Federico Carbone. Una donna in una strage di mafia? Impossibile. Eppure per Gaetano D'Amato, capo della squadra mobile di Milano che segue le indagini, quella presenza femminile è certa. "Proprio lui durante il processo evidenziò come la presenza della donna sulla scena della strage fosse oggettiva" sottolinea Carbone. La sentenza del 1998 condanna Spatuzza e altri mafiosi di Brancaccio e Corso dei Mille, per aver confezionato l'esplosivo e per aver compiuto la strage. "Ma proprio quella sentenza dice che ci fu un aiuto esterno che fu dato ai mafiosi – spiega Carbone – ed è da lì che si inizia ad indagare sugli ambienti dei servizi segreti".

Carlo Azeglio Ciampi, nel 1993 Presidente del Consiglio
Carlo Azeglio Ciampi, nel 1993 Presidente del Consiglio

Le altre bombe a Roma e la paura di colpo di Stato

Ma facciamo un attimo un passo indietro, per tornare alla notte tra il 27 ed il 28 luglio 1993. Poco dopo l'esplosione di via Palestro, si registrano altri due attentati in rapida successione. A Roma, il primo alla Chiesa di San Giovanni in Laterano, il secondo alla Chiesa di San Giorgio al Velabro. Altri due luoghi d'arte e di cultura. Il presidente del consiglio del tempo, Carlo Azeglio Ciampi, è in vacanza, ma torna precipitosamente a Roma. Durante il viaggio prova a mettersi in contatto con il Viminale, con Palazzo Chigi, con il Ministero di Grazia e Giustizia, ma non ci riesce. Tutte le linee sono isolate. Nel 2010 in una intervista, lo stesso Ciampi riferì di aver avuto paura di trovarsi nel pieno di un colpo di Stato. A Milano una bomba fa 5 morti, subito dopo ne esplodono due a Roma, le linee istituzionali sono isolate. Come dargli torto. I documenti desecretati della commissione stragi e i processi degli ultimi anni, ci dicono che nel settembre del 1993, poco più di un mese dopo la strage, da Ciampi si reca l'ex ambasciatore italiano all'ONU, Francesco Paolo Fulci, morto nel 2022. Al tempo dirige il CENSIS, un ente di coordinamento tra i servizi segreti interni e quelli esterni. Confida al presidente del consiglio che ha stilato una lista di possibili appartenenti ai servizi segreti che sarebbero coinvolti nelle stragi di quell'anno, il 1993. Ciampi, come dimostrano i documenti, chiede al SISMI ed al SISDE, di conoscere carriere e curriculum degli 007 presenti nella lista di Fulci. La missiva parte il 4 novembre del 1993. Il giorno prima, il 3 novembre 1993, il presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, pronuncia un discorso che resterà nella storia del paese. "Prima hanno provato con le bombe, poi con gli scandali" dice il presidente in diretta Tv. "A questo gioco al massacro, io non ci sto, e sento il dovere di non starci e di dare l'allarme". "La lista compilata da Fulci attingeva a piene mani dalla VII° Divisione del SISMI, è possibile farne una ricognizione grazie ai documenti che anche recentemente sono stati desecretati – spiega Carbone – e quei documenti ci dicono anche che la VII° Divisione viene sciolta il 1 agosto 1993, pochi giorni dopo la strage di via Palestro. In quella lista c'erano anche tante donne".  Ciampi aveva creduto all'allarme lanciato da Fulci, e non solo, ma anche da alcune indicazioni che arrivavano dai magistrati antimafia. Ma il suo tempo era ormai scaduto. Il 14 gennaio 1994, rassegna le dimissioni, di lì a poco Silvio Berlusconi darà vita al suo primo governo dopo aver vinto le elezioni.

L'identikit della donna della strage di via Palestro
L'identikit della donna della strage di via Palestro

Le donna misteriosa e la verità ancora lontana

La donna vista in via Palestro dai testimoni della strage, riceverà un nome solo decine di anni dopo. Una pista, lo diciamo subito, che lascia molti dubbi e moltissime perplessità. Si tratterebbe di Rosa Belotti, che viene anche perquisita nel marzo 2022, su ordine dei giudici di Firenze che indagano sulle stragi del 1993. Ha precedenti per spaccio di droga e suo marito è in carcere a scontare una pena per estorsione. La Belotti si è dichiarata estranea ai fatti di via Palestro. Ma come si arriva alla Belotti? Un poliziotto di Alcamo, in provincia di Trapani, Antonio Federico, nel settembre del 1993 riceve una soffiata da una fonte, che ancora oggi è segreta. Gli dice di andare in casa di due agenti delle forze dell'ordine che appartenevamo ai servizi segreti ed all'organizzazione paramilitare Gladio. Il poliziotto, si sarebbe recato presso questa abitazione ed avrebbe rinvenuto un vero e proprio arsenale. Nascosta tra le pagine di una enciclopedia, come la sua fonte gli aveva predetto, avrebbe trovato la foto di una donna bionda. Federico avrebbe poi consegnato la foto ai pm di Firenze che indagavano sulle stragi, ma solo 18 anni dopo è stata possibile una comparazione della foto grazie ad un software di nuova generazione, che ha definito compatibile la foto con l'identità della Belotti al 67%. Una storia che somiglia troppo ad un film, fatto di fonti segrete mai rilevate, e riconoscimenti che avvengono decine di anni dopo. Intanto la Belotti, pur riconoscendosi nella foto trovata ad Alcamo a casa dei due appartenenti a Gladio, si dice estranea ai fatti. Ma resta un punto: Ciampi, anche dopo l'incontro con Fulci, aveva chiesto di indagare sulla complicità dei servizi segreti nelle stragi, e nelle carte della VII° Divisione del SISMI, sciolta 4 giorni dopo la strage di via Palestro, c'erano diverse donne. E non solo, la strage di via Palestro, come tutte le altre fu rivendicata dalla Falange Armata, e fu proprio un collaboratore di Fulci al CENSIS, il dottor De Luca, a scoprire che facendo una mappa dei luoghi da cui erano partite le telefonate di rivendicazione della Falange Armata, comparandola con la mappa delle sedi dei servizi segreti sul territorio, le due mappe erano sovrapposte. "Alla fine di tutto si sono presi solo i mafiosi – ci dice Nicola Perna – ma c'è dell'altro, la mafia è solo un capro espiatorio. Come si fa a pensare che un mafioso sappia cosa sono gli Uffizi e via dei Georgofili? Come si fa a pensare che sappia cos'è il padiglione di arte contemporanea? C'è qualcuno dietro che li ha consigliati su dove fare gli attentati, su cosa colpire e dove colpire". L'ultima commissione parlamentare antimafia ha fatto dei passi avanti, grazie anche alla creazione di un comitato sulle stragi del 1993. Le evidenze sulla presenza di persone esterne alla mafia a via Palestro, come a Via dei Georgofili si sta evidenziando. Toccherà ora alla nuova commissione portare avanti il lavoro ed arrivare ad una verità che si aspetta da 30 anni. "Questa è una strage di cui si parla poco, nulla deve essere dimenticato – commenta Perna – dobbiamo fare in modo che le verità escano fuori, solo se abbiamo il coraggio di far venire fuori le verità e di assumerci le responsabilità di queste verità, saremo davvero un paese libero".

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