
Fateci caso.
C’è una cosa che più di altre accomuna Donald Trump e Giorgia Meloni, ultimamente: è come se entrambi avessero cambiato avversario.
La controparte di entrambi, il destinatario dei loro strali, non sono più l’opposizione parlamentare, o quella di piazza. Sono i giudici, o comunque quei pezzi dello Stato indipendenti dal loro potere.
Per Trump sono i giudici della Corte Suprema che hanno bocciato i suoi dazi al mondo, perché il presidente Usa, parole loro, non aveva il potere per imporli. Per Meloni sono i pubblici ministeri che stanno mettendo i bastoni tra le ruote ai suoi centri in Albania, liberando e risarcendo pure i migranti. O quelli che le impongono di risarcire Carola Rackete e Seawatch per il fermo legale della sua imbarcazione.
“Giudici comunisti” li chiama Trump. “Magistratura politicizzata" che “ostacola il nostro lavoro” e “non marcia assieme al governo” li apostrofa Meloni.
Il concetto non cambia: entrambi vorrebbero una magistratura asservita al potere politico, e non alle regole del gioco. Entrambi vorrebbero che i giudici non ostacolassero i loro programmi politici, anche quando vanno a sbattere contro la legge.
L’estremismo di entrambi, in fondo, sta tutto qua. Nell’avere un’idea di Stato che si muove all’estremo confine di ciò che oggi è lecito. E di avere la necessità di superare quel limite, per fare ciò che hanno promesso di fare. E pure un po’ di più.
Deportare migranti andandoli a prendere casa per casa, anche con metodi illegali di spionaggio di massa, subissare di dazi mezzo mondo per imporre loro di comprare americano, fare a pezzi l’indipendenza della Federal Reserve, la banca centrale americana, per imporre al suo presidente di abbassare i tassi d’interesse, nel caso di Trump.
Imporre punizioni esemplari ai nemici politici, decidere chi scarcerare o meno, chi deportare o meno, chi risarcire o meno, non in ragione di un corpo di leggi, ma del volere di un’opinione pubblica che il governo si sente legittimato a rappresentare, nel caso di Giorgia Meloni.
È questo il contesto in cui si innesta la riforma della giustizia che decideremo o meno se ratificare il 22 e il 23 marzo. Una riforma con cui il governo, cambiando la Costituzione, va a limitare il potere e l’autonomia di chi oggi con più forza si oppone oggi al suo disegno. Semplicemente, affermando il principio che anche il governo è uguale a tutti gli altri, di fronte alla legge. Anche al peggiore tra i delinquenti, anche al più reietto fra i migranti.
Vogliamo salvaguardare questo principio o abbatterlo? Alla fine, la scelta sta tutta qua.