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Tutti i problemi economici che il governo Meloni si ritrova nell’ultimo anno prima delle elezioni

La guerra in Iran fa salire i prezzi dell’energia, con rincari al distributore e in bolletta. Ma gli effetti rischiano di essere molto più ampi: inflazione, tassi d’interesse, crescita economica. Il dato forse più duro è quello del deficit del 2025: 3,1%. Il governo Meloni puntava al 3%, e la differenza potrebbe essere enorme. Per l’esecutivo si prospetta un ultimo anno di legislatura molto complicato.
A cura di Luca Pons
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Sono settimane complicate per il governo Meloni, alle prese con il caso Piantedosi, la sconfitta al referendum sulla giustizia, il calo nei sondaggi, le dimissioni, le voci di rimpasto e di elezioni anticipate. Ma soprattutto, con una crisi energetica causata dalla guerra in Iran che rischia di avere effetti enormi: non solo rincari nelle bollette e nei rifornimenti di benzina e gasolio (che già ci sono), ma anche ricadute a catena sull'economia in senso più ampio. La crescita vicina allo zero, l'inflazione in aumento e, come sempre quando i prezzi riprendono a correre, l'intervento della Bce che potrebbe rialzare i tassi d'interesse.

Per di più, il dato peggiore (da un certo punto di vista) non riguarda le previsioni sul futuro ma è già ben consolidato nel passato: l'anno scorso, il deficit è stato del 3,1%. Se fosse stato appena un decimo più basso, al 3%, l'Italia avrebbe potuto uscire dalla procedura d'infrazione europea. Su questo, il governo aveva puntato parecchio. Ora, invece, ha davanti un ultimo anno di legislatura che rischia di essere difficilissimo da gestire.

Rincari su benzina e gasolio, bollette più care: la crisi energetica è già iniziata

Quali siano le conseguenze immediate della crisi energetica legata alla guerra in Iran è chiaro a tutti. Il prezzo di benzina e gasolio al distributore è schizzato verso l'alto fin dall'inizio di marzo. Il taglio delle accise prolungato fino al 1° maggio serve solo come tampone temporaneo, oltre a costare parecchio (circa 500 milioni di euro al mese). E anche con la riduzione il gasolio ha già superato i 2,1 euro al litro.

Il governo ha anche chiesto alla Commissione europea una mossa più ampia e azzardata: una nuova tassa Ue sugli extraprofitti delle grandi aziende energetiche, che grazie ai rincari guadagnano di più. La richiesta è condivisa da Germania, Spagna, Portogallo e Austria. Ma, se anche trovasse sostegno, non si parla certamente di una misura che può essere varata in breve tempo.

La missione a sorpresa di Giorgia Meloni in tre Paesi del Golfo Persico serve per trovare un aiuti in un periodo di forte carenza di petrolio – offrendo in cambio garanzie difensive ed economiche. Una misura d'emergenza, improvvisata per rinsaldare i rapporti con un'area strategica colpita dalla guerra. E utile forse anche per dare l'idea che qualcosa, il governo, lo stia facendo.

Poi c'è il capitolo bollette. Il gas costa sempre di più e i rincari inizieranno a farsi sentire presto, per i cittadini. Il decreto Bollette del governo era stato scritto prima della crisi, e al momento è in fase di conversione in Parlamento: sarebbe l'occasione per cambiarlo, aggiornarlo alla situazione attuale, ma sembra che non ci sia l'intenzione (o i soldi a disposizione) necessaria per farlo. Non si esclude che nei prossimi mesi debba scattare un lockdown energetico in Europa, mentre negli aeroporti già si vedono i primi effetti del razionamento di carburante.

Il rischio recessione nel 2027

La situazione sembrerebbe già piuttosto critica se ci si fermasse qui. Ma in realtà i rischi per l'Italia – e quindi per il governo – vanno ben oltre. A partire dall'andamento della crescita economica. Qui la guerra ha acuito dei segnali negativi che arrivavano da tempo, e ieri è arrivata la Banca d'Italia a confermare i timori.

Nell'ultima proiezione di Bankitalia si vede il Pil in crescita di appena lo 0,5% quest'anno e il prossimo. Un ulteriore ribasso rispetto alle stime, già non particolarmente entusiasmanti, fatte alla fine del 2025.

Ma il rischio è che anche queste proiezioni si rivelino troppo ottimistiche. La Banca stessa ha stilato un'ipotesi alternativa, un cosiddetto "scenario avverso". Uno scenario in cui si immagina che ci siano "effetti più marcati e duraturi del conflitto in corso", con un "aumento dell’incertezza, un deterioramento della fiducia e tensioni sui mercati finanziari". In questo caso, la crescita del Pil quest'anno sarebbe pari a zero. E soprattutto, nel 2027, l'Italia andrebbe in recessione: -0,6%. Solo nel 2028 arriverebbe una ripresa.

La corsa dei prezzi e il possibile aumento dei tassi d'interesse

La recessione non è lo scenario più probabile, secondo la Banca d'Italia, ma è comunque un'ipotesi che i tecnici tengono in conto. Molto dipenderà dall'andamento dei prezzi. Prezzi dell'energia, ma anche delle materie prime e, di conseguenza di tutti gli altri prodotti. Insomma, da quanto si alzerà l'inflazione.

C'è già stato un effetto della guerra sul tasso di inflazione. Bankitalia a fine 2025 aveva previsto che quest'anno il tasso sarebbe rimasto all'1,4%: un livello ideale. Ora invece si parla del 2,6%. Peggio (la Bce vuole sempre mantenere l'inflazione attorno al 2%), ma non troppo problematico, e comunque in calo già dall'anno prossimo. Nello scenario "avverso", invece, l'inflazione quest'anno potrebbe salire fino al 4,5%. Nel 2027 resterebbe alta, al 3,3%.

Questo potrebbe portare un doppio problema. Da una parte, il più immediato: con l'aumento dei prezzi, i cittadini perdono potere d'acquisto. A pochi anni dalla crisi energetica del 2022-23, così, si rischia di tornare a stipendi che non tengono il passo con il costo della spesa.

Dall'altra parte, l'inflazione in aumento potrebbe spingere la Banca centrale europea a intervenire. Il suo obiettivo, d'altra parte, è proprio di tenere il tasso d'inflazione sotto controllo. E per farlo dovrebbe alzare i tassi d'interesse.

Questo nel medio periodo dovrebbe contenere l'aumento dei prezzi, ma nell'immediato sarebbe una brutta notizia per chi cerca un mutuo, o per chi ne ha già uno a tasso variabile. Senza contare che, quando i tassi aumentano, gli Stati pagano più cari gli interessi sul proprio debito pubblico. E l'Italia ne ha parecchio. Altri soldi in meno, quindi, per il governo Meloni.

La beffa del deficit al 3,1% che rovina i piani del governo

Un altro dato economico è stato confermato ieri, infine, ed è forse il peggiore per i calcoli del governo di Giorgia Meloni. A differenza degli altri non riguarda le ipotesi sul futuro, ma i conti già consolidati sul passato. La conferma è arrivata dall'Istat, con una frase che letta da sola non sembrerebbe preoccupante: "Nei quattro trimestri del 2025 le AP hanno registrato un indebitamento netto pari al -3,1% del Pil, in miglioramento rispetto al -3,4% del corrispondente periodo del 2024″. Significa che, lo scorso anno, lo Stato italiano nel complesso ha speso più di quanto ha incassato, e la spesa extra (o deficit) è pari al 3,1% del Pil.

Il motivo per cui questa è una così brutta notizia per il governo riguarda le regole europee di bilancio, ed è piuttosto tecnico, ma in sintesi: oggi l'Italia è colpita da una procedura d'infrazione dell'Unione europea, perché non rispetta certi paletti di bilancio; questo limita la sua spesa pubblica, impedisce al governo di accedere ad alcuni prestiti europei e lo obbliga a essere più stringente con i soldi che ha a disposizione. Per uscire da questa procedura d'infrazione, l'Italia avrebbe dovuto ridurre il suo deficit fino a portarlo al 3%. Su questo si è incentrata buona parte della politica economica del governo negli ultimi anni. E invece si è fermato subito prima, al 3,1%.

La conferma definitiva di questo dato arriverà solo il 22 aprile, quando l'Istat dovrà comunicarlo all'Eurostat. Ma sembra molto difficile che cambi. Non è un caso che il ministro Giorgetti, annunciando la proroga del taglio delle accise, abbia detto che se la situazione della guerra non cambia il Patto di stabilità europeo (cioè appunto le regole che limitano i conti italiani) dovrà essere sospeso. Cosa su cui Bruxelles ha subito frenato: succederà solo in caso di grave recessione.

Questo 0,1% di differenza nel deficit potrebbe pesare parecchio. Il governo Meloni aveva contato di ritrovarsi con le mani più libere dal punto di vista economico quest'anno, l'ultimo di legislatura. Così avrebbe potuto preparare una legge di bilancio bella sostanziosa, proprio in vista delle elezioni, dopo tre anni di misure molto contenute e prudenti. Invece così non è stato. L'esecutivo si trova con i paletti di bilancio ancora da rispettare, una crisi energetica in corso e la prospettiva (drastica, ma non impossibile) di una recessione in arrivo.

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