La lista dei processi che potrebbero avere come imputato l'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini continua ad allungarsi. Sabato scorso è arrivata l'ultima richiesta di autorizzazione a procedere nei suoi confronti. Il leader del Carroccio è accusato ancora una volta di sequestro di persona, per avere negato quest'estate per più di due settimane lo sbarco ai 134 migranti a bordo della nave della ong spagnola Proactiva Open Arms.

Per quest'episodio il Tribunale dei ministri di Palermo ha chiesto alla Procura locale di avanzare una nuova richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini."Mi è arrivata un’altra richiesta di processo perché ad agosto ho bloccato lo sbarco di clandestini dalla nave di una ong spagnola. Ormai le provano tutte per fermare me e impaurire voi: vi prometto che non mollo e non mollerò, mai", ha commentato.

Il caso Diciotti

Non è appunto la prima volta che Salvini è chiamato a rispondere del suo operato al Viminale, in relazione al tema sbarchi. La prima richiesta di rinvio a giudizio è collegata al caso Diciotti, vicenda iniziata e sviluppatasi mentre Salvini era ancora ministro. In questo caso era stato Palazzo Madama a ‘salvarlo': M5s, con cui in quel momento era al governo, e Forza Italia, avevano votato contro la richiesta del Tribunale dei ministri di processarlo, dopo che la Giunta per le immunità parlamentari del Senato si era già espressa contro la richiesta dei giudici. La nave della Guardia Costiera italiana era rimasta bloccata nel porto di Catania per oltre 5 giorni, con 177 migranti a bordo, senza che il governo italiano autorizzasse lo sbarco dei naufraghi, che erano stati recuperati a circa 17 miglia da Lampedusa.

Il caso Sea Watch 3

Sempre di sequestro di persona Matteo Salvini rischiava di rispondere per la vicenda della Sea Watch 3. Salvini era infatti indagato per il mancato sbarco dei naufraghi che dal 24 al 30 gennaio 2019 rimasero a bordo della nave della ong tedesca. Il Procuratore di Catania Carmelo Zuccaro aveva inoltrato gli atti al Tribunale dei ministri di Catania, che però alla fine decise di archiviare la posizione del premier Giuseppe Conte, di Matteo Salvini e Luigi di Maio, allora vicepremier, e dell'allora ministro dei Trasporti Danilo Toninelli, spiegando che la nave umanitaria era "entrata in Italia in maniera unilaterale e senza le necessarie autorizzazioni della Guardia Costiera".

È ancora aperta invece la questione della querela per diffamazione presentata dalla capitana della Sea Watch 3 Carola Rackete. Nella denuncia, all'interno della quale veniva chiesto anche il sequestro degli account social dell'ex titolare del Viminale, erano riportati alcuni post offensivi di Salvini indirizzanti alla comandante tedesca, oltre a diversi insulti e minacce pubblicati da alcuni utenti sui social. La querela da parte della capitana della Sea Watch era stata depositata lo scorso 12 luglio alla Procura di Roma. Poi gli inquirenti romani avevano inviato gli atti alla procura di Milano, che è quella competente, per via della residenza del leader leghista. Se in questo caso l'accusa a suo carico non venisse archiviata Salvini potrebbe aggrapparsi all'articolo 68 della Costituzione, e cioè all'insindacabilità parlamentare, la quale rientra tra le immunità di cui godono deputati e senatori. L'articolo 68 sancisce infatti che "i membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni". 

I legali di Carola, oltre al reato di diffamazione, avevano ipotizzato anche il reato di istigazione a delinquere. Salvini, lo scorso dicembre, aveva risposto con una contromossa denunciando a sua volta la giovane capitana della ong: "Carola Rackete ce l'ha con me. Chi è sotto indagine: lei che ha speronato i militari italiani? No, Matteo Salvini, lei è la parte offesa. Mi mancava l'istigazione a delinquere. Con tutti i problemi che hanno i tribunali, arriva una signorina tedesca viziatella e di sinistra che ha come passatempo notturno anche lo speronamento di militari che per me è reato. Noi che facciamo? Contro denunciamo, io non ho mai attentato alla vita di nessuno". 

Il caso Gregoretti

Il prossimo 12 febbraio il caso della nave Gregoretti approderà nell'Aula del Senato. I parlamentari dovranno esprimersi sull'eventualità di mandare a processo Matteo Salvini, come lui stesso ha tra l'altro chiesto in più di un'occasione ai suoi. La Giunta per le immunità, lo scorso 20 gennaio, ha respinto la relazione del presidente, Maurizio Gasparri, che aveva chiesto di negare la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti dell'ex ministro, presentata dal Tribunale dei ministri di Catania. Ora al Senato tocca mettere la parola fine al caso della nave della Guardia costiera italiana, con a bordo 131 migranti bloccata nel porto di Augusta per giorni lo scorso luglio per diversi giorni nel porto di Augusta, per decisione del Viminale, allora ancora guidato da Salvini (di lì a poco sarebbe caduto il governo Conte I).

Nell'Aula di Palazzo Madama la senatrice leghista Erika Stefani, riferirà sull'esito della votazione in Giunta. Secondo quanto prevede il regolamento, si apriranno due strade: l'Aula potrà limitarsi a prendere atto delle decisioni della Giunta, confermando l'autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini, senza altre votazioni; oppure su richiesta di 20 senatori di orientamento diverso da quello emerso in Giunta, si procederà ad una ulteriore votazione.