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Opinioni

“Sinistra spaventosa e illiberale”: la lagna vittimista di Giorgia Meloni non risparmia nemmeno il caso Pucci

La presidente del Consiglio non trova di meglio da fare che occuparsi del co-conduttore di una serata del Festival di Sanremo. Sempre con la solita litania vittimista e sempre alla ricerca di facile consenso. La cosa peggiore è che funzionerà anche stavolta.
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La notizia la conoscete tutti, più o meno: il direttore artistico del Festival di Sanremo Carlo Conti aveva ben pensato di individuare in Andrea Pucci il co-conduttore della serata del giovedì. Il vento, del resto, soffia da una certa direzione e non sia mai che la kermesse nazional-popolare per eccellenza non debba adeguarsi. La scelta, tuttavia, aveva fatto abbastanza discutere. Non tanto perché Pucci sia “di area” (del resto, sono anni che la destra occupa la Rai, sia pur con risultati non esattamente edificanti…), quanto per la sua particolare cifra stilistica, diciamo così. Ci sono state polemiche, discussioni, proteste. E c’è stato semplicemente chi si è chiesto: “Ma davvero Pucci? Non avevano proprio nessun altro?”.

Ora, so di dirvi una cosa sconvolgente, per questo vi esorto a tenervi forte: è tutto normale, fa parte dell’enorme circo mediatico che accompagna il Festival praticamente da sempre, ci sono stati in passato decine di casi simili con annessi interventi della politica. Il dibattito sul "non si può dire più niente" Sanremo version è di una noia mortale e nella maggior parte dei casi dura lo spazio di un'esibizione. Le polemiche su censure o presunte tali, complotti politici e intrighi massonici, servono a intrattenere chi in quella settimana si immerge nell'atmosfera sanremese e non hanno mai contraccolpi seri. Tutto fa spettacolo, insomma.

Stavolta però le cose vanno diversamente e Pucci decide di fare un passo indietro, annunciando di aver rinunciato alla sua partecipazione a Sanremo a causa di “insulti, minacce, epiteti e quant’altro ancora” indirizzati a lui e alla sua famiglia, in un  messaggio con cui si difende dalle accuse di essere omofobo e razzista, aggiungendo una considerazione strana sul fascismo, termine che “nel 2026 non dovrebbe esistere” (non si capisce se nel senso de “i fascisti non ci sono più” o “i fascisti non dovrebbero più esserci… La differenza è sostanziale, come ci ricorda spesso la propaganda della destra post-fascista).

La questione delle minacce, in generale dell’odio on e offline, è tremendamente seria e la scelta del comico milanese va rispettata. Le critiche, invece, fanno parte del gioco e Pucci stesso dovrebbe saperlo, avendo spesso utilizzato la strategia del rage bait per creare contrapposizione, interesse, hype. È un personaggio pubblico divisivo, non c’è da stupirsi che non ci sia stato giubilo unanime e fervente impazienza nell’attendere una sua nuova battuta sulle zucchine o una sua considerazione sull'aspetto fisico dei leader dell'opposizione.

Ciò che sta accadendo in queste ore, però, va al di là di qualunque dinamica consolidata e trascende il fatto stesso di cui si sta discutendo. In difesa di Pucci, non si capisce bene se dalle minacce, dalle critiche o dagli attacchi politici, si è levata l’intera maggioranza di governo. Con esponenti d’eccezione, tra cui Giorgia Meloni, Antonio Tajani e Matteo Salvini.

La presidente del Consiglio, sì, la presidente del Consiglio, una volta appresa la notizia del passo indietro di Pucci ha immediatamente indetto una riunione d’urgenza col suo staff e diramato su tutti i social un comunicato rovente: “Fa riflettere che nel 2026 un artista debba sentirsi costretto a rinunciare a fare il suo lavoro a causa del clima di intimidazione e di odio che si è creato attorno a lui. Esprimo solidarietà ad Andrea Pucci, che ha deciso di rinunciare a Sanremo a causa delle offese e delle minacce rivolte a lui e alla sua famiglia. È inaccettabile che la pressione ideologica arrivi al punto da spingere qualcuno a rinunciare a salire su un palco”.

E fin qui, tutto sommato, niente di eclatante. Certo, sarebbe pur sempre la presidente del Consiglio che sta cercando di cambiare la Costituzione, che ha varato l’ennesima stretta repressiva con la scusa della sicurezza e che si prepara a licenziare un provvedimento sul “blocco navale”. Sarebbe legittimo pensare che abbia altro di cui occuparsi che non della partecipazione a Sanremo di un comico nemmeno di primissimo piano. Ma in questi anni ci ha abituato a ben altro, quindi non ci stupiamo più di nulla.

La seconda parte del comunicato di Meloni è invece ai limiti del paradossale: “Ma anche questo racconta il doppiopesismo della sinistra, che considera “sacra” la satira (insulti compresi) quando è rivolta verso i propri avversari, ma invoca la censura contro coloro che dicono cose che la sinistra stessa non condivide. La deriva illiberale della sinistra in Italia sta diventando spaventosa”.

Non bastava aver parlato di “pressione ideologica” e il tentativo di trasformare Pucci in una specie di martire della libertà d’espressione. Bisognava infilarci in qualche modo provare a strumentalizzare la cosa in chiave politica, hai visto mai che si possa recuperare qualche consenso tra i cittadini colpita dalla notizia del passo indietro “causa minacce”. La strategia scelta è sempre la stessa: la narrazione vittimista. Pucci, dunque, non è più un comico bersagliato sui social dai commenti dei suoi detrattori e dalle minacce di qualche imbecille, ma è una “vittima della sinistra”. Un’intera parte politica, dunque, è responsabile di un clima di odio che rende l’aria irrespirabile. Di più, “la deriva illiberale della sinistra è spaventosa”. Spaventosa, ha scritto così. Dunque, la sinistra fa paura, la sinistra censura, la sinistra odia, la sinistra opprime la libertà di espressione.

Uno spin che in centinaia stanno rilanciando e che mira a manipolare la narrazione sulla vicenda fino a trasferire la discussione su un altro piano: Pucci non è criticato nel merito delle cose che ha detto e fatto, ma in quanto “non allineato” al pensiero di sinistra, vittima del "doppiopesismo". Al giochetto si presta anche un moderato come il vicepresidente del Consiglio Antonio Tajani, che ripete pappagallescamente la scemenza del doppiopesismo culturale, parlando di "imposizione del pensiero unico su tutti i mezzi di comunicazione". Salvini invece più basico, si limita a dire che Pucci è vittima di "minacce della sinistra" (così, senza spiegazioni e via). Vittimismo e deresponsabilizzazione, insomma, il marchio di fabbrica meloniano. Funzionerà anche stavolta? Certo che sì.

Quello che ancora sorprende, ancora una volta, non è la banalizzazione della discussione sulla libertà d'espressione, sulla satira e su ciò che si intende per politicamente corretto. Sorprende la totale mancanza di continenza e serietà, che dovrebbero invece essere le basi portanti di qualunque dibattito che interessa l'opinione pubblica. Assistiamo alla continua esasperazione dei messaggi e delle idee, alla ricerca dell'efficacia e della viralità. Pazienza se a danno della verità e della salubrità degli spazi di dibattito.

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A Fanpage.it fin dagli inizi, sono condirettore e caporedattore dell'area politica. Attualmente nella redazione napoletana del giornale. Racconto storie, discuto di cose noiose e scrivo di politica e comunicazione. Senza pregiudizi.
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