
Nella sua informativa alle Camere sull'attività di governo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni dice chiaramente che non intende dimettersi dopo la sconfitta subita al referendum costituzionale, che non ci saranno elezioni anticipate e nemmeno un rimpasto. Il governo insomma va avanti fino alla fine della legislatura.
"Un Sì ti conferma, ma un No ti riaccende. Ti impone di fermarti a riflettere, di rimettere tutto in discussione. E alla fine di quella riflessione, se sei una persona abituata a guadagnarsi le cose sul campo, capisci una cosa semplice e potentissima: che il rifiuto non è la fine di un percorso, ma l'inizio di una nuova spinta", dice in chiusura del suo intervento. Un intervento durato un'ora – ripetuto in Senato con piccole variazioni – e costellato in più punti di propaganda, auto-celebrazione, dati manipolati, oltre al solito vittimismo (per esempio quando ha parlato del "padre, morto peraltro, che non vedo da quando avevo undici anni").
Una premier in evidente difficoltà davanti alla crisi di consenso, che cerca di far dimenticare ai cittadini i rischi della guerra in Iran e dell'impennata dei prezzi dell'energia, con cui inevitabilmente il Paese sta già facendo i conti, e il recente affaire, mai chiarito, che ha coinvolto il suo ministro dell'Interno Piantedosi, per la relazione con la giornalista Claudia Conte (vicenda in odore di conflitto d'interessi).
Meloni continua a dire che non condivide la guerra in Iran, ma non fa niente per fermare Trump
La premier rivendica la postura che l'esecutivo ha tenuto nei confronti di Trump in occasione della richiesta di utilizzare la base militare di Sigonella in Sicilia, non concedendo la base per l'atterraggio dei velivoli americani, per un'operazione di tipo offensivo: "Come è normale tra alleati, bisogna dire con chiarezza anche quando non si è d’accordo. Come abbiamo fatto in passato con i dazi, che abbiamo molte volte definito una scelta sbagliata che non condividevamo. Come abbiamo fatto per difendere l’onore dei nostri soldati in Afghanistan, che erano stati definiti ‘inutili’ in modo inaccettabile. Come abbiamo fatto sulla Groenlandia, partecipando a ogni documento europeo di difesa dell'integrità del suo territorio e della sovranità del suo popolo, e sull’Ucraina di fronte alle proposte di negoziato che non consideravamo sostenibili. E, da ultimo, come abbiamo fatto con la guerra in Iran, un’operazione militare che l’Italia non ha condiviso e a cui non ha partecipato. Un dato emerso in tutta la sua concretezza con la vicenda di Sigonella, nella quale l’Italia si è, ovviamente, attenuta scrupolosamente alla lettera dei trattati e degli accordi che regolano i nostri rapporti con gli Stati Uniti. Circostanza che fa giustizia della solita propaganda a buon mercato ascoltata anche in queste settimane".
Ma non solo la richiesta da parte degli Stati Uniti all'Italia è arrivata in modo tardivo, quando i bombardieri erano già in volo, ma il governo si è limitato appunto a rispettare gli accordi siglati con gli Usa in questo specifico caso, non c'è stato un cambio di passo, una rottura: in ogni caso sarebbe servito un passaggio parlamentare per autorizzare l'atterraggio. Il punto però è che il governo italiano, pur avendo ammesso che l'azione militare degli Usa in Iran è stata "illegale", continua a permettere l'uso di Sigonella come hub di supporto alle operazioni belliche americane contro l'Iran per missioni di intelligence, individuazione di obiettivi e supporto logistico. La posizione del governo insomma resta invariata, ovvero ‘non condanna e non condivide' l'azione di Trump.
Meloni, al contrario di quanto sostiene, ha appoggiato l'attacco in Venezuela ordinato da Trump, definito "legittimo" e nonostante il genocidio palestinese, non ha mai interrotto la cooperazione con Israele, mantenendo in vigore il Memorandum d'intesa sulla cooperazione militare e della difesa con Netanyahu.
Meloni sull'occupazione continua manipolare i dati
Meloni si vanta ancora una volta dei dati sull'occupazione. Anche se nel nostro Paese il numero di persone che vive a rischio di povertà o di esclusione sociale è ancora altissimo: nel 2025 rientrano in questa platea 13,3 milioni di persone, secondo gli ultimi dati Istat. È vero che questo dato è in leggero calo: la quota di popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale l'anno scorso è scesa al 22,6% (era 23,1% nel 2024). Parliamo di individui che si trovano in almeno una delle seguenti tre condizioni: a rischio di povertà, in grave deprivazione materiale e sociale o a bassa intensità di lavoro.
"Come nel 2024, anche nel 2025, le retribuzioni contrattuali hanno avuto una crescita superiore all'andamento dell'inflazione ed è aumentato seppure non sufficientemente per noi il reddito disponibile delle famiglie. E, come ricordato pochi giorni fa dall'Istat, nel 2025, seppur di poco, è diminuita la popolazione a rischio povertà o esclusione sociale. Sono segnali, ovviamente c'è ancora molto da fare", osserva Meloni.
Secondo l'Istat, resta stabile al 10,2% il rischio di povertà lavorativa. Spesso, dice l'istituto, avere un impiego non basta per essere al sicuro dall'indigenza, visto che bisogna barcamenarsi tra part time involontario, lavoro nero e precario. Un quinto dei lavoratori è a basso reddito e questa quota sale al 28,3% tra chi ha meno di 35 anni e al 38,2% per gli stranieri.
Nel Sud la situazione è ancora peggio: qui il rischio di povertà ed esclusione tocca il 38,4% della popolazione. Le persone in grave deprivazione sono il 9,1% nel Mezzogiorno, quasi il doppio rispetto alla media nazionale (5,2%) e oltre cinque volte di più rispetto al Nord Est. Eppure Meloni dice che "grazie al lavoro fatto fino ad oggi, il Sud non è più il fanalino di coda della Nazione e sta colmando quel divario che gravava sull'Italia da troppo tempo. Anche grazie alla Zona economica speciale unica, agli investimenti nelle infrastrutture, alla spinta del Pnrr, ad un miglior utilizzo delle politiche di coesione, il Pil e l'occupazione del Mezzogiorno sono cresciuti più della media nazionale. Nel secondo trimestre 2025, il tasso di occupazione tra i 15 e i 64 anni nel Sud ha raggiunto il dato più alto dall'inizio delle serie storiche dell'Istat. Non era mai successo, e questo non può che renderci orgogliosi".
L'ultimo dato citato è vero, ma ancora una volta la presidente del Consiglio mostra solo quello che vuole vedere. Il nostro Paese è ancora penultimo tra i Paesi Ocse per ripresa dei salari reali dopo il crollo causato dall'inflazione. I salari sono tornati a crescere anche in Italia, secondo l'ultimo report dell'Ocse, ma sono cresciuti meno rispetto ad altro Paesi: Francia, Germania, Spagna e altri paesi Ue sono infatti tornati ai livelli pre-inflazione, o comunque si sono avvicinati a quel livello. In Italia invece i salari reali restano ancora di circa il 7% inferiori a quelli registrati nel 2021, prima dell'impennata dei prezzi, con un recupero di appena un punto nell’ultimo anno.
Meloni non rinuncia alla solita propaganda sui migranti: la premier e i successi immaginari
Meloni durante l'informativa sull'azione del governo, dice ancora una volta che grazie al suo governo sull'immigrazione si è registrato "un cambio di passo".
"Abbiamo siglato accordi internazionali che prima non esisteva, abbiamo ridotto gli sbarchi, aumentato sensibilmente i rimpatri, rafforzato il controllo delle frontiere, combattuto i trafficanti di esseri umani e, soprattutto, abbiamo ridotto le morti nel Mediterraneo", elenca, affermando che "grazie all'Italia è cambiato l'approccio dell'intera Europa al governo dei flussi migratori: oggi abbiamo una lista europea di Paesi sicuri di origine e una nuova definizione di Paese terzo sicuro, che consentiranno di applicare procedure di frontiera accelerate; abbiamo una copertura giuridica ancora più chiara a sostegno delle cosiddette soluzioni innovative, a partire da quegli hub per i rimpatri in Paesi extra-Ue sul modello del protocollo Italia-Albania; e un nuovo regolamento europeo sui rimpatri sta per essere finalizzato proprio per renderli sempre più effettivi".
Per la presidente del Consiglio, "ora è necessario consolidare questo approccio, e renderlo stabile e strutturale. Anche per questo, nell'ultimo disegno di legge sulla sicurezza, abbiamo previsto la possibilità di attivare, in caso di conclamata necessità, un blocco navale temporaneo al largo delle nostre coste. Un'altra proposta che portiamo avanti da tempo, che era nei nostri programmi e che abbiamo costruito con pazienza".
Anche in questo caso Meloni non dice tutto, e quello che dice sostanzialmente è falso. Partiamo da quello che la premier dice sul presunto "cambio di passo". Sostiene che il governo abbia ridotto gli sbarchi. Ma le cose, non stanno affatto così, come abbiamo avuto modo di sottolineare più volte in passato. Secondo i dati del Viminale nel 2025 sono sbarcati in Italia poco più di 66mila migranti. Questa cifra però non rappresenta un calo rispetto al 2024, quando gli arrivi dei migranti via mare si erano assestati intorno ai 66mila.
Nel dettaglio: sono stati infatti 66.296 i migranti irregolari arrivati sulle coste italiane nel 2025, ma la riduzione rispetto al dato dell'anno precedente è stata minima, appena dello 0,48%. Nel 2024 infatti gli arrivi di migranti furono 66.617, con un calo rispetto al 2023 del 57,95% (quando gli arrivi furono 157.651). Andando ancora più indietro invece, i numeri aiutano ancora meno la narrazione di Meloni: nel 2023, primo anno interamente governato da questo esecutivo, si è registrato un aumento decisivo degli sbarchi rispetto al 2022 (quell'anno ne arrivarono 105mila). Per cui dire che il governo ha ridotto gli sbarchi è una bugia.
Poi Meloni cita i rimpatri, sostenendo che il suo governo li ha aumentati "sensibilmente". Un'affermazione simile l'aveva fatta a fine anno anche il suo ministro dell'Interno Piantedosi: "Sono aumentati i rimpatri: quasi 7mila quest'anno, il 55% in più rispetto al 2022", aveva detto in un video diffuso a fine anno.
Qualcosa però non torna. Secondo i dati Eurostat, nel 2025 l’Italia ha rimpatriato 4.780 persone (su circa 21.295 ordini di uscita), molte meno delle "quasi 7 mila" di cui ha parlato Piantedosi. Il dato del 2025 è pressoché identico a quello del 2024, con un leggero aumento: in quell'anno Eurostat conta 4.480 rimpatri. Nel 2022 si contavano 4.304 rimpatriati, 4.751 nel 2023 (circa la metà verso un solo Paese, la Tunisia). Nessuna svolta quindi. Il dato del 2025 comunque è molto più basso dei livelli pre-pandemia: nel 2019 per esempio le 6.500 espulsioni forzate (mille in più rispetto a quelli effettuati nel 2024 dal governo Meloni). In media, tra il 2014 e il 2018, l'Italia effettuava circa 5.600 rimpatri annui. Oggi l'Italia viaggia sulle stesse cifre.
La premier rivendica infine il blocco navale, lo dà come cosa fatta. E però parliamo di una misura prevista in un disegno di legge, che non solo deve ancora passare dal vaglio del Parlamento, per essere convertito in legge, ma che presenta già diversi profili problematici, potenzialmente incompatibili con il diritto internazionale, come diversi esperti hanno messo in evidenza.
Meloni ripesca il decreto anti-rave
Ciliegina sulla torta. Ve lo ricordate il decreto contro i rave, quello che introduce il reato di "invasione di terreni o edifici per raduni pericolosi" punendo con la reclusione da 3 a 6 anni, e multe da mille a 10mila euro, chi organizza o promuove raduni musicali o di intrattenimento illegali? Ecco, anche questo provvedimento è un vanto per la presidente del Consiglio, che scandisce in Parlamento: "Abbiamo di fatto bloccato i rave party illegali".
Anche se Meloni vuole farlo passare come un successo, il fenomeno dei rave party non è stato cancellato: nonostante la stretta, e sebbene il provvedimento abbia reso l'organizzazione di questi eventi più rischiosa e complessa, i raduni in Italia non sono scomparsi. Per esempio, a metà agosto 2025 in Salento, tra Castrì di Lecce e Pisignano, un raduno abusivo è andato avanti per due giorni, con centinaia di partecipanti. E nel febbraio 2026 nel Mantovano (Dosolo), le autorità sono intervenute per interrompere un party in un capannone abbandonato, e sono scattate denunce.