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Sibilla Barbieri, Scalfarotto a Fanpage.it: “Mandarla a morire in Svizzera è stata una violenza”

Il senatore Ivan Scalfarotto (Iv) si è autodenunciato per aver aiutato Sibilla Barbieri a morire, contribuendo insieme a Riccardo Magi e a Luigi Manconi, alle spese del viaggio in Svizzera, dove la donna ha ottenuto il suicidio assistito: “La Asl ha valutato che non fosse abbastanza sofferente e dipendente da trattamenti di sostegno vitale, nonostante avesse bisogno sia dell’ossigeno sia di potenti antidolorifici”.
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A cura di Annalisa Cangemi
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La vicenda di Sibilla Barbieri, morta una settimana fa in Svizzera tramite suicidio assistito, diventa un caso politico.

Ieri i parlamentari Riccardo Magi (+Europa) e Ivan Scalfarotto (Iv) e l'ex senatore Luigi Manconi si sono autodenunciati al commissariato di polizia di Montecitorio a Roma per aver aiutato a morire l'attrice e regista romana. Le motivazioni del loro gesto sono state spiegate in una conferenza stampa alla Camera, alla quale ha partecipato anche Marco Cappato, che si era autodenunciato il giorno precedente per la stessa vicenda, insieme al figlio della donna e a Marco Perduca.

Magi, Scalfarotto e Manconi hanno aiutato a morire la regista 58enne con un versamento alle spese per coprire il viaggio in Svizzera. Sibilla Barbieri, malata oncologica terminale, aveva ricevuto il diniego di accesso all'aiuto di morte volontaria dalla sua Asl di Roma, pur essendo in possesso dei requisiti previsti dalla sentenza della Corte Costituzionale del 2019, la sentenza Cappato. Secondo la Asl, Barbieri non aveva il diritto di accedere alla morta volontaria, perché la paziente "era priva di qualunque terapia di sostegno alla vita". Il parere contrario degli esperti incaricati dall'Asl Roma 1 è arrivato il 25 settembre scorso, dopo il parere positivo del comitato etico (in data 23 agosto 2023), secondo cui invece Sibilla aveva tutti i requisiti per accedere al suicidio assistito.

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Senatore, perché vi siete autodenunciati?

Ho deciso di partecipare a quest'atto di disobbedienza civile, insieme a Riccardo Magi e a Luigi Manconi, e ci siamo autodenunciati all'autorità giudiziaria, affinché questa possa verificare se abbiamo commesso un reato. Noi pensiamo di no, perché riteniamo che Sibilla Barbieri avesse tutto il diritto secondo la legge di ottenere aiuto al suicidio in Italia. Purtroppo questa possibilità le è stata vietata da una commissione della sua Asl di Roma, che ha valutato che lei non fosse abbastanza sofferente e dipendente da trattamenti di sostegno vitale, nonostante avesse bisogno sia dell'ossigeno sia di potenti antidolorifici. Poiché aveva deciso, nella piena capacità di autodeterminarsi, di porre fine alla sua vita, penso che aiutarla a realizzare la sua volontà di cittadina adulta, libera e autonoma, fosse doveroso.

In che modo avete aiutato Sibilla Barbieri?

Siamo iscritti all'Associazione Soccorso Civile che ha organizzato l'ultimo viaggio di Sibilla, e noi abbiamo sostenuto sul piano economico parte delle spese, perché purtroppo non le è stato consentito di morire a casa sua, ed è stata costretta ad andare in un Paese estero per poter esercitare il proprio diritto all'autodeterminazione.

Cosa rischiate adesso?

Se si ritenesse che abbiamo violato l'articolo 580 del codice penale, istigazione o aiuto al suicidio, rischieremmo fino a 12 anni di carcere. Quell'articolo dice che chiunque aiuti una persona a morire ‘in qualsiasi modo', è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni.

Perché la famiglia di Barbieri ha presentato due esposti contro la l'Asl Roma 1?

Il figlio di Sibilla, Vittorio, l'ha accompagnata in Svizzera con Marco Perduca, dell'Associazione Coscioni, e per questo si sono autodenunciati come noi. Dopodiché la famiglia ha chiesto all'autorità giudiziaria di verificare se nel diniego che è stato opposto a Sibilla non si siano configurati dei reati. Secondo i legali della famiglia potrebbe configurarsi anche il reato di tortura. In un Paese giuridicamente civile lo Stato non dovrebbe ostacolare la libera determinazione delle persone. Quando un cittadino adulto ha la capacità di autodeterminarsi e prende con una volontà libera e autonoma una decisione su se stesso, non si capisce perché lo Stato si permetta di sovrascrivere la volontà di quella persona adulta con la propria. Basta ascoltare i messaggi che Sibilla Barbieri ha lasciato, e che sono stati pubblicati dopo la sua morte: lei aveva una chiarissima determinazione a ricorrere al suicidio assistito. In Italia il tentato suicidio non è reato. Se una persona decide di provare a suicidarsi e muore ovviamente non è più perseguibile, ma non lo è neanche se non muore. Quindi se Sibilla si fosse lanciata dal balcone, come fece per esempio Mario Monicelli nel 2010, nessuno avrebbe opposto alcun problema. Quando invece si chiede di poter porre fine alla propria vita, ma in un modo dignitoso, circondati dai propri affetti, in una situazione protetta, per qualche motivo a quel punto lo Stato dice no.

Per questo avete parlato di ‘violenza di Stato'? Un'espressione molto forte.

Se entra una commissione di medici in casa mia, e pretende di decidere quanto sto soffrendo, trovo che sia violentissimo, perché ci si insinua in una sfera che dovrebbe essere privata e intima, facendo delle valutazioni impossibili, perché nessuno può valutare il livello di sofferenza di un malato, meglio del malato stesso che lo prova. Gli esperti che sono andati a casa di Sibilla e hanno deciso che non soffriva abbastanza e che non aveva i requisiti, negandole una decisione chissà quanto meditata, ritengo abbiano agito una forma di violenza e sopraffazione. Si è ritenuto di imporre una volontà terza rispetto a una cittadina adulta, determinata e autonoma. Ripeto, basta riascoltare le sue parole. Nei suoi video raccontava che aveva già le metastasi al cervello, che correva il rischio di perdere conoscenza da un momento all'altro. E se avesse perso lucidità non sarebbe riuscita ad andare in Svizzera, perché anche lì è richiesto che l'individuo che accede al suicidio assistito abbia la capacità di autodeterminarsi. Davanti a una scelta così intima e profonda, sono arrivati degli estranei e hanno deciso al suo posto. Mandarla a morire in Svizzera è stata una violenza, perché Sibilla aveva già difficoltà a muoversi.

Pensate che questa vicenda possa portare a una riapertura della discussione di una legge sul fine vita, che possa applicare la sentenza della Corte Costituzionale del 2019?

Sibilla Barbieri non è dovuta andare in Australia o in Canada, è andata in Svizzera, che è più o meno a 40 chilometri da casa mia, che si trova a Milano. Non stiamo parlando di leggi in vigore in Paesi esotici lontani, ma di leggi che esistono in Paesi a noi vicini, non solo geograficamente, ma anche per cultura giuridica. Non si capisce perché l'Italia debba essere molto più indietro rispetto a Paesi con cui di solito si confronta, non solo su questo ma anche per tante altre questioni, come il tema del matrimonio egualitario o dei figli delle coppie LGBT. È chiaro che ora si deve riaprire un dibattito, anche perché la Corte Costituzionale ha detto delle cose molto precise, e la sentenza della Corte ha forza di legge. Guardiamo cosa ha fatto il Parlamento nella scorsa legislatura, quando alla Camera venne approvata una legge che restringeva la sentenza della Consulta. Quindi non solo chiediamo che si arrivi a una legge, ma vogliamo che sia rispettata pienamente la sentenza della Corte. Nel caso di Sibilla Barbieri non è stata rispettata. Con l'atteggiamento di questo governo purtroppo è difficile essere ottimisti, ma è un tema cruciale, perché riguarda le libertà fondamentali dei cittadini.

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