Il premier Mario Draghi, in queste settimane incensato come un Re Mida, da chi forse è abituato a confondere le aspettative con le previsioni e le illusioni con i pronostici, sembrava dovesse dare finalmente risposte al mondo della scuola, ferito e maltrattato dall'assenza di politiche adeguate che lo tutelassero dagli arresti forzati dovuti alla pandemia.

La categoria degli studenti, penalizzata più di altre dalle chiusure, ha provato a lanciare più volte un grido, nella speranza che la classe politica si ricordasse che lasciare a casa tanti ragazzi significa nella migliore delle ipotesi demotivarli e abbandonarli al loro destino, senza più difese davanti a una crescente diseguaglianza sociale. Non sono bastati i commenti entusiastici da parte di opinionisti, sindacati, dai media e dai partiti, uniti come non mai per congratularsi con Draghi all'indomani del suo intervento alle Camere: tra le righe del discorso programmatico in molti hanno visto profilarsi all'orizzonte un rinverdito interesse per la carriera scolastica di 8 milioni di giovani, il cui normale percorso è stato troncato di netto dall'emergenza.

È bastato che Draghi dicesse che gli studenti, soprattutto quelli delle superiori, potranno recuperare in estate le ore perse con la didattica a distanza, e che bisogna rivedere e modificare il calendario scolastico, e le lodi si sono sprecate, come se finalmente fosse arrivato a Palazzo Chigi un politico (non è solo un tecnico) in grado di rimettere la scuola al centro.

"Non solo dobbiamo tornare rapidamente a un orario scolastico normale – aveva detto Draghi in Aula – anche distribuendolo su diverse fasce orarie, ma dobbiamo fare il possibile, con le modalità più adatte, per recuperare le ore di didattica in presenza perse lo scorso anno, soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno in cui la didattica a distanza ha incontrato maggiori difficoltà". E ancora: "Occorre rivedere il disegno del percorso scolastico annuale. Allineare il calendario scolastico alle esigenze derivanti dall’esperienza vissuta dall’inizio della pandemia. Il ritorno a scuola deve avvenire in sicurezza”.

Le parole pronunciate in Aula dal presidente del Consiglio in Senato erano parole di buon senso. Ma il primo dpcm del nuovo governo, firmato quasi 12 mesi dopo quel 4 marzo, giorno in cui l'ex ministra Azzolina si vide costretta a chiudere le scuole per l'arrivo inaspettato del virus in Italia, non ha garantito il ritorno alla normalità, semplicemente perché i tempi li detta il virus, non Draghi. Perché la variante inglese non può essere cancellata premendo un bottone, nemmeno se a premere quel bottone è Super Mario.

Draghi insomma non ha eliminato la dad, non ha ‘asfaltato' Azzolina, come è stato ingenuamente e sbrigativamente scritto, non ha superato il suo modello di gestione. Semplicemente perché la curva epidemiologica non è in discesa, e la seconda ondata non è affatto finita. E perché le aule scolastiche, gli spazi a disposizione, le possibilità di fare screening di massa, sono le stesse di poche settimane fa. E anche se dovessero essere vaccinati nei prossimi mesi tutti gli insegnanti la possibilità che si formino nuovi cluster proprio nelle classi, visto che la variante inglese si diffonde facilmente tra i bambini e i giovani fino a 19 anni, è molto alta. Se si considerano quella brasiliana e la sudafricana, le varianti del coronavirus rappresentano il 50-60% dei casi totali. Ci sono scelte che non sono politiche, non ci possiamo dimenticare della fase in cui ci troviamo.

Resta da capire però perché chiudono tutte le scuole in zone rossa e nelle altre fasce colorate in caso di incidenza superiore ai 250 contagiati su 100mila abitanti in sette giorni, ma contemporaneamente è stato eliminato il divieto di asporto per le bevande e i drink dopo le 18, con il rischio di favorire assembramenti nei pressi dei locali, frequentati dagli stessi ragazzi costretti a vedersi la mattina attraverso lo schermo di un computer. Mentre si programma la riapertura di musei nei week end, di cinema e di altri luoghi della cultura l'unica stretta significativa del dpcm sembra riguardare proprio le lezioni in presenza.