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Salvini esulta per l’arresto di un 14enne con la norma “anti maranza”, ma la riforma non è in vigore

Matteo Salvini festeggia sui social l’arresto di un quattordicenne attribuendolo al nuovo decreto “anti-maranza”, ma la norma è solo un disegno di legge non ancora in vigore. Per Luca Pirondini “dovrebbe come minimo tornare a scuola”.
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Tutto inizia con un post dai toni trionfalistici. "Dalle parole ai fatti. Grazie Lega!", scrive sui suoi canali social il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini, rilanciando la notizia dell'arresto di un quattordicenne. Secondo la narrazione offerta dalla grafica che accompagna il messaggio, si tratterebbe del primo arresto avvenuto grazie al cosiddetto "decreto anti-maranza". La realtà dei fatti, tuttavia, racconta una storia profondamente diversa, che evidenzia non solo un inciampo comunicativo, ma anche una profonda lacuna istituzionale. Il giovane arrestato, infatti, non è finito in manette in virtù di una nuova stretta leghista, bensì grazie a normative presenti nel nostro ordinamento da decenni.

Un annuncio prematuro: la differenza tra un disegno di legge e una norma attiva

Il problema alla base dell'esultanza del leader della Lega è squisitamente procedurale, ma di sostanza. Quello che viene ribattezzato informalmente "decreto maranza" è in realtà un disegno di legge sull'imputabilità dei minori, approvato dal Consiglio dei Ministri solo pochissimi giorni fa. Questo significa che il provvedimento è lontano dall'essere in vigore: dovrà affrontare cioè ancora l'intero iter parlamentare tra Camera e Senato, ottenere l'approvazione, essere promulgato dal Capo dello Stato e infine approdare in Gazzetta Ufficiale. Nessun magistrato o forza dell'ordine, oggi, può applicare una legge che esiste solo sulla carta. L'arresto citato da Salvini è avvenuto semplicemente applicando le regole vigenti, che già consentono di valutare l'imputabilità di un minore. Un passo falso che ha innescato l'immediata reazione delle opposizioni. Luca Pirondini, capogruppo del Movimento 5 Stelle al Senato, ha sottolineato la gravità dell'errore per un esponente di tale livello istituzionale, ricordando come la distinzione tra un disegno di legge e una norma in vigore "dovrebbe rappresentare l'alfabeto per chi fa politica", suggerendo ironicamente un ritorno sui banchi di scuola prima che al Viminale.

Cosa cambia con il nuovo provvedimento

Al netto dello scivolone social, il disegno di legge in questione merita un'analisi approfondita per la portata delle modifiche che intende introdurre. L'intervento si concentra sull'articolo 98 del Codice penale, che regola l'imputabilità per la fascia d'età compresa tra i 14 e i 18 anni. Il sistema attuale si basa su un principio di cautela: diversamente dagli adulti, per i quali la capacità di intendere e di volere è data per scontata, per gli adolescenti spetta al giudice accertare caso per caso se, al momento del reato, il giovane abbia la maturità necessaria per comprendere la gravità delle proprie azioni. Il nuovo testo ribalta questo paradigma introducendo una presunzione relativa di capacità. L'imputabilità diventa di fatto automatica: i minori sopra i 14 anni verranno considerati capaci di intendere e di volere fino a prova contraria. L'onere di dimostrare l'immaturità o l'incapacità ricadrà interamente sulla difesa. Resta salva la diminuzione della pena e il limite all'applicazione delle pene accessorie, ma il criterio di base per portare un minore a processo viene drasticamente semplificato per agevolare le indagini.

Quali sono i rischi

Questa spinta verso l'automatismo sanzionatorio solleva però forti preoccupazioni nel mondo giuridico e pedagogico, configurandosi come un arretramento culturale. Le ragioni di questo allarme risiedono prima di tutto nella natura stessa dell'adolescenza. Equiparare a livello giudiziario un quattordicenne a un adulto significa ignorare quanto confermato dalla scienza e dalla psicologia dello sviluppo: a quell'età la mente, la capacità di valutare i rischi e il controllo degli impulsi non sono ancora pienamente strutturati. Il modello italiano di giustizia minorile ha sempre rappresentato un'eccellenza internazionale proprio perché rifiutava le scorciatoie burocratiche, mettendo al centro la storia personale del giovane, il suo contesto e la possibilità di educarlo alla responsabilità. La nuova norma, inserendosi nel solco repressivo già tracciato dal decreto Caivano, sostituisce l'ascolto e la valutazione individuale con la punizione automatica e le sbarre. A rendere il quadro ancora più critico è la mancanza di risorse dedicate. Il testo non prevede infatti investimenti nei servizi sociali, nella prevenzione scolastica o nelle strutture di recupero. E senza questi strumenti, la scelta di reprimere anziché recuperare rischia di produrre più carcere e meno sicurezza, lasciando soli i ragazzi più fragili ed esponendoli al rischio concreto di uscire dal circuito giudiziario peggiori di come vi sono entrati.

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