Come vi abbiamo raccontato, ieri Matteo Salvini è stato duramente contestato a Mondragone, tanto da trovarsi costretto a rinunciare al comizio all’esterno dei palazzi ex Cirio, sede di un mini-focolaio di Covid-19 e da anni simbolo di come lo sfruttamento e l’emarginazione sociale ed economica siano in stretta correlazione. Una contestazione legittima a parere di chi scrive, perché non si è trattato di limitare il diritto di un esponente politico di tenere un comizio in piazza, quanto di una reazione a un tentativo fin troppo evidente di speculare su una delicatissima situazione sanitaria, alimentando paure e contrapposizioni fra la stessa popolazione campana. Il leader leghista non era a Mondragone per “incontrare i cittadini” o “solidarizzare i residenti”, bensì per aprire la campagna elettorale per le Regionali nel segno dell’odio e della guerra fra poveri, oltre che per completare il percorso di riposizionamento strategico fra l'elettorato deluso e spaventato dalla crisi post Covid-19.

È questo un punto centrale, che appare evidente anche dalle ultime uscite sui mezzi di comunicazione, nonché dalla sistematica violazione delle misure di prevenzione del contagio, distanziamento sociale e mascherine in particolare: ovvero, il tentativo di reagire al calo di consensi e alle difficoltà politiche cavalcando le insofferenze e le paure determinate dalla crisi sanitaria. Bisogna fare un passo indietro e capire che nelle settimane del lockdown Salvini è andato in netta difficoltà. Oltre che sul piano politico (evidente l’incapacità di trovare una linea efficace, dopo aver deciso di non scegliere la strada dell’unità nazionale e della responsabilità di fronte a una tragedia di dimensioni epocali), il leader leghista è andato nel pallone anche dal punto di vista comunicativo: non solo per le giravolte sul “chiudiamo, anzi riapriamo”, ma anche per la leggerezza con cui ha affrontato un periodo di incredibile stress per gli italiani. I sempre meno che lo hanno seguito sui social lo hanno visto esibirsi in improbabili dirette notturne, in cui sembrava più un food blogger o un influencer in disgrazia che il capo della prima forza politica del Paese, nonché ex vicepresidente del Consiglio ed ex ministro dell’Interno. L’ascesa di Conte e le difficoltà del suo partito sul livello territoriale hanno fatto il resto, portandolo in basso nei sondaggi e con scarsissimo margine di manovra sulla scena politica.

L’entourage leghista se n’è accorto e ha deciso di cambiare passo, alzando il livello di aggressività e cercando appunto di ritarare la comunicazione e ridefinire gli obiettivi. La strategia di base è sempre la stessa, quella che ha funzionato negli anni passati: spingere su paura, angoscia e percezione di insicurezza, utilizzando una concezione tutta personale di "buonsenso" e indicando di volta in volta un nemico su cui scaricare tensione e rabbia. A Mondragone Salvini è andato esattamente per questo motivo, immaginando che vi fossero le condizioni perfette per collegare la paura del Covid-19 alla solita retorica anti-immigrati, il tutto nella cornice preferita della sua narrazione: quella del degrado come fonte di insicurezza e come movente della guerra tra poveri che contribuisce a riempire le urne per la Lega.

Che si sia trattato di un tentativo di strumentalizzare le pur tante questioni sul tappeto a Mondragone (e non solo) lo dimostrano anche altri elementi non di poco conto. In primo luogo, non andrebbe dimenticato che Salvini non è un politico qualunque, ma l’ex ministro dell’Interno che ha impostato e voluto decreti e provvedimenti in ossequio alla logica della “securizzazione”: ebbene, è piuttosto evidente come la sua azione non solo non abbia inciso su casi come quello del litorale domizio, ma abbia persino peggiorato la situazione, creando nuove sacche di marginalità e di irregolarità, ma soprattutto esasperando una contrapposizione tra le fasce più povere della società campana che ha lasciato scorie pesanti. Che piaccia o meno ai suoi tanti supporter, Salvini è correo, non può scoprire adesso una situazione così delicata, non può farlo a ridosso dell’avvio di una campagna elettorale. Segnaliamo poi sommessamente che le chiavi di lettura migliori della vicenda campana sarebbero quelle del razzismo e dello sfruttamento delle fasce più deboli della popolazione, finalizzato ai profitti di criminali e affaristi. La direzione esattamente opposta a quella indicata da Salvini.

Che non abbia senso parlare di censura lo testimoniano due punti, uno di metodo e uno di merito. La censura è sempre dall'alto verso il basso, la mette in pratica chi detiene il potere, ha lo scopo di bloccare un messaggio, di piegarlo al pensiero dominante: onestamente, non crediamo sia questo il caso. Peraltro, il vittimismo di Salvini ha il fiato corto: non solo perché ha uno spazio e una visibilità incredibile (è ovunque, sempre e comunque, con filtri giornalistici spesso inesistenti), ma anche perché poche ore dopo (questa mattina) ha tranquillamente tenuto il suo comizio a Castelvolturno, a pochi chilometri di distanza, segno evidente di come la contestazione di ieri fosse di senso e non "a prescindere".

Infine, c’è da chiedersi fin quanto andrebbe tollerata l’assoluta irresponsabilità con cui ci si reca in una zona – focolaio per tenere un comizio, col rischio più che concreto di creare assembramenti e di non poter garantire le minime condizioni di sicurezza. Un film certo già visto (Roma, Codogno, Puglia e Abruzzo), sempre con protagonista Salvini, ma che mai aveva visto come teatro le immediate vicinanze di una zona rossa: possibile che nessuno tra prefetto e questore abbia nulla da dire?

Insomma, tutto considerato è così strano che qualcuno abbia deciso di non farsi strumentalizzare e di contestare alla radice la manifestazione di Salvini?