Le rivolte scoppiate nei giorni scorsi nelle carceri italiane, come conseguenza dell'epidemia di coronavirus e per effetto del decreto del governo che ha stabilito lo stop delle visite parentali per i detenuti, sono state oggetto dell'informativa di oggi del ministro della Giustizia, il pentastellato Alfonso Bonafede. Nell'aula di Palazzo Madama sono presenti una trentina di deputati: in base ad un accordo tra i gruppi infatti è stato deciso di far stare nell'Emiciclo in questa discussione al massimo cinque deputati per gruppo. Tutti si sono sistemati sui banchi in modo da mantenere tra loro una adeguata distanza.

"È evidente che tanti detenuti siano effettivamente preoccupati dell'impatto del coronavirus sulla propria salute e sulle condizioni detentive: è bene chiarire che, fin dalle prime avvisaglie dell'epidemia, il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria si è mosso per salvaguardare la salute e la sicurezza di tutti coloro che lavorano e vivono in carcere". 

"Tutti questi sforzi profusi dall'amministrazione al solo scopo di evitare che l'epidemia si faccia largo nelle carceri rischiano di essere gravemente compromessi dalle rivolte di questi giorni che hanno causato l'inagibilità di un numero elevatissimo di posti detentivi", ha denunciato il Guardasigilli in Senato.

Le proteste "Sono state portate avanti da almeno 6000 detenuti su tutto il territorio nazionale". Il "bilancio complessivo è di oltre 40 feriti della polizia penitenziaria cui va tutta la mia vicinanza e l'augurio di pronta guarigione) e purtroppo di 12 morti tra i detenuti per cause che, dai primi rilievi, sembrano perlopiù riconducibili ad abuso di sostanze sottratte alle infermerie durante i disordini", ha spiegato il ministro nella sua relazione.

A Foggia la situazione più grave: "Grazie al lavoro congiunto della polizia penitenziaria e delle altre forze dell'ordine tempestivamente allertate", 56 dei detenuti evasi "sono stati riportati in carcere. Allo stato, risultano latitanti 16 detenuti che erano soggetti al regime di media sicurezza. Risultano gravi danni strutturali". Mentre a Modena, dove le proteste sono esplose nella giornata di domenica 9 marzo, "gran parte" dell'istituto penitenziario "è diventata inagibile".

"Fuori dalla legalità, e addirittura, nella violenza non si può parlare di protesta: si deve parlare semplicemente di atti criminali. Lo dico anche per sottolineare che le immagini dei disordini e gli episodi più gravi sono ascrivibili ad una ristretta parte dei detenuti; la maggior parte di essi, infatti, ha manifestato la propria sofferenza e le proprie paure con responsabilità e senza ricorrere alla violenza", ha aggiunto il pentastellato.

"Potremmo anche provare ad avventurarci nelle responsabilità di un sistema strutturalmente fatiscente, fingendo di non sapere che si tratta del risultato di un disinteresse per l'esecuzione della pena accumulato nei decenni" ha detto, ricordando che "da quando sono ministro della giustizia, ho previsto 2.548 agenti in più (di cui 1500 già in servizio e 754 prossimamente) e, quanto all'area trattamentale, un numero di protocolli di lavoro per detenuti che non ha precedenti, senza considerare gli investimenti dell'ultima legge di bilancio che rafforzano enormemente il profilo della rieducazione. Sono circostanze ben note all'attuale maggioranza ma anche ad una parte dell'opposizione che era al governo quando sono stati fatti gli investimenti che sto continuando a portare avanti".

Tra gli interventi adottati Bonafede ha citato poi i controlli per i detenuti che fanno ingresso nelle carceri, con tensostrutture da dedicare al cosiddetto "pre-triage". Attualmente sono "83 le tensostrutture ed è stata richiesta la fornitura – per le regioni Emilia-Romagna, Lazio e Abruzzo – di ulteriori 14 tende". 

"Proprio ieri è arrivata la prima fornitura di circa 100.000 mascherine che sono in fase di distribuzione, prioritariamente agli operatori che accedono dall'esterno".

Il ministro ha anche sottolineato che ai direttori delle carceri è stata affidata la "capillare attività di informazione e sensibilizzazione della popolazione detenuta, perché fosse informata e potesse condividere eventuali disposizioni da adottare".

Sempre "a tutela della salute dei detenuti" è stata adottata "per un periodo di 15 giorni, una limitazione dei colloqui con i congiunti o con altre persone cui hanno diritto i detenuti, stabilendo al contempo un'estensione, ove possibile e anche oltre i limiti, dei colloqui a distanza. Si tratta – ha sottolineato – di un tempo tecnico necessario per approntare tutte le cautele per consentire una pronta ripresa dei colloqui familiari".