Ci sono diversi livelli di lettura di queste Elezioni Regionali in Calabria ed Emilia Romagna, destinate, comunque la si pensi, a cambiare il quadro politico italiano nel breve e medio periodo. Il primo livello di analisi fonda la sua legittimità sui freddi numeri, su quello che è in definitiva il responso delle urne. Jole Santelli vince in Calabria, come ampiamente annunciato, mentre Stefano Bonaccini si conferma alla guida dell'Emilia Romagna, con un margine più ampio di quello previsto da tutti gli istituti di rilevazione alla vigilia del voto. Il Partito Democratico tiene l'Emilia Romagna e perde la Calabria; la Lega si conferma egemone nel centrodestra, nonostante il buon risultato complessivo di Fratelli d'Italia e l'ottimo riscontro di Forza Italia in Calabria (che però sparisce letteralmente in Emilia Romagna); il Movimento 5 Stelle sprofonda ovunque, facendo peggio delle peggiori previsioni. Risultati suffragati (e questo è già un livello più profondo) da una grande partecipazione popolare, tanto nel giorno del voto quanto nelle settimane precedenti, con la campagna elettorale che è debordata fuori dai confini delle due Regioni, non solo (e non tanto) a causa del presenzialismo sui media dei leader di partito. Il dato sull'affluenza è particolarmente significativo in Emilia Romagna, con un clamoroso +30% di votanti, segno inequivocabile di quanto fosse sentita la competizione di quanto alta fosse la posta in palio.

Inutile nascondercelo, per settimane ci siamo affannati a trovare delle ragioni per rendere questo appuntamento elettorale qualcosa di diverso da ciò che in realtà è sempre stato: l'ennesimo voto su Salvini, mai davvero sconfitto in una competizione elettorale e leader in grado di determinare il quadro politico generale sempre e comunque. Anche sbagliando strategia, citofonare Papeete, o spingendosi oltre il limite della decenza, citofonare e basta. Dunque, diciamocelo: come è andato questo voto su Salvini? Ecco, dipende.

Da un certo punto di vista, l'ex ministro dell'Interno ha preso una sberla in Emilia e una doccia gelata di realismo politico in Calabria. Santelli è un'altra pedina che Berlusconi, il quale guida un partito in dissoluzione, è riuscito a piazzare alla guida di una Regione italiana; l'effetto domino che si è creato sul territorio, poi, ha convinto notabili e portatori di voti ad affidarsi nuovamente all'area forzista/centrista, tanto da permettere a Tajani di parlare di "risultato vicino al 30%" per un partito che sul livello nazionale non esiste praticamente più (e le percentuali da prefisso telefonico in Emilia Romagna ne sono una ulteriore conferma).

Bonaccini, invece, non solo ha ricacciato indietro i "liberatori" leghisti, ma lo ha fatto colpendo dove fa più male, ovvero mostrando i limiti e gli evidenti errori politici di Matteo Salvini. Il leader leghista resta un comunicatore di primo livello e l'unico leader realmente in grado di dettare l'agenda mediatica, ma in Emilia Romagna si è trovato di fronte a uno scenario per lui nuovo. In primo luogo, ha trovato nelle sardine un'altra comunità in grado di mobilitarsi e di contendergli le piazze reali e virtuali. Come non accadeva da tempo, la community salviniana non solo ha avuto filo da torcere negli eventi e negli appuntamenti elettorali, ma si è trovata a rincorrere anche sul piano della comunicazione, finendo per adottare gli stessi codici e la stessa narrazione degli avversari (la roba dei gattini e dei pinguini contro le sardine è stata tra il ridicolo e il demenziale). Mentre gli altri si compattavano, anche grazie alla freschezza delle sardine (bravi i democratici a non operare forzature per "metterci il cappello"), Salvini e i suoi si incattivivano e alzavano ancora di più il livello dello scontro, arrivando a disegnare e a descrivere una realtà che semplicemente non esisteva. Gli emiliano – romagnoli non ci sono cascati, riconoscendo che forse lo scenario di terrore, distruzione, povertà e apocalisse imminente tratteggiato da Salvini non rispondesse al vero e che, pur tra tanti problemi, la loro Regione fosse ancora una piccola eccezione positiva. Il tono da resa dei conti (la liberazione, il "vi faremo un culo così", gli avvisi di sfratto, le ronde alla ricerca di spacciatori) e il vittimismo esasperato, inoltre, non hanno fatto altro che confermare come anche per Salvini questa fosse la sua Stalingrado, una battaglia destinata al raggiungimento di un altro obiettivo: la caduta del governo Conte e le elezioni politiche.

Non che questa scelta sia necessariamente perdente, intendiamoci. Ci sono molti esempi che dimostrano come spesso la sovrapposizione dei piani (nazionale, locale e amministrativo) abbia funzionato, ma di fatto ciò ha comportato la marginalizzazione della figura del candidato Presidente dalla campagna elettorale. Borgonzoni, fortemente voluta da Salvini contro il parere di tanti nel suo partito, è rimasta quasi sempre in disparte, figura di sfondo sideralmente lontana per struttura e carisma dal suo diretto avversario, strumento del leader e non politico in grado di incidere sul destino di un territorio. Ma del resto, il leader leghista, che ha macinato chilometri e incontrato decine di migliaia di persone, voleva un referendum per mettere un'altra tacca sul suo taccuino, proseguendo una cavalcata inarrestabile che sarebbe culminata con l'assalto a Campania, Puglia e, a quel punto perché no, alla Toscana.

Ora, a caldo, un progetto di questo tipo sembra finito, o quantomeno rallentato. Sembra, appunto. Perché non deve sfuggire il mutamento complessivo del quadro politico, determinato proprio dall'emergere e dal consolidarsi del fenomeno Salvini. Anche durante l'incomprensibile crisi di agosto, la Lega intorno al 30% e la sicura vittoria elettorale del centrodestra in caso di ritorno alle urne avevano spinto il Movimento 5 Stelle tra le braccia del Partito Democratico, accelerando la definitiva disgregazione dell'elettorato grillino e mettendo in moto il processo che avrebbe poi portato alle dimissioni di Luigi Di Maio, teorico di una politica dei due forni ormai non più compatibile con l'appoggio al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. La cui figura, peraltro, è rafforzata dall'egemonia salviniana e dalla disperata ricerca di un leader alternativo che sia un minimo spendibile agli occhi dell'opnione pubblica.

Ecco, senza volerci dilungare ulteriormente in una analisi che dovrebbe investire anche gli equilibri interni al governo e figure che si sono nascoste durante l'intera contesa elettorale, appare evidente come Salvini resti al centro della scena anche per ciò che determina nel campo avverso. Il PD, che ha sperimentato l'ebbrezza del voto utile in Emilia Romagna e in Calabria, potrebbe in effetti essere tentato di accelerare l'implosione dei Cinque Stelle (senza un leader e alle prese con una complessa fase di ricostruzione identitaria e riflessione programmatica), immaginando che un altro bipolarismo sia possibile e, in fondo, anche auspicabile. Il M5s, d'altro canto, da quando ha tradito se stesso, accettando alleanze e aperture con i partiti tradizionali, ha lasciato per strada milioni di voti. Insomma, forse Salvini ha perso la battaglia dell'Emilia Romagna. Ma la guerra, quella vera, potrebbe essere più vicina.