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Una sala gremita da una platea interessata e partecipe, un moderatore e quattro relatori d'eccezione: ecco il quadro d'insieme della presentazione di "Robin Hood a Palazzo San Giacomo", libro scritto dall'economista e professore universitario Riccardo Realfonzo ed edito da Pironti.

Un "racconto sui generis" dei mesi passati dall'economista in qualità di Assessore al Bilancio nella Giunta Iervolino, la cronaca puntuale e per certi versi impietosa delle "battaglie di un riformatore al Comune di Napoli". Alla presentazione, dicevamo, "nomi" di una certa rilevanza nel panorama culturale napoletano e non solo; a partire da Francesco Barbagallo, docente alla Federico II e considerato a ragione uno dei "più autorevoli storici e meridionalisti italiani", passando per Adriano Giannola, presidente della Svimez (Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno), fino ad arrivare a Raffaele Cantone, magistrato napoletano a lungo "corteggiato" da parte della politica locale affinchè accettasse la candidatura a Sindaco alle imminenti comunali 2011.

Relatori di grande profilo dunque ad analizzare, per dirla con le parole di Barbagallo, un "libro bello ed importante che svela con evidenza le ragioni del fallimento di una intera classe dirigente, fino a mostrare la vera formula del disastro della politica". Così, nel corso del dibattito vengono alla luce punti essenziali dell'esperienza di un professionista "capotico e dai modi polizieschi" (per citare uno dei personaggi centrali del libro, il vicesindaco Sabatino Santangelo) che cerca di riportare trasparenza e rigore nei meccanismi di gestione della cosa pubblica, svelando i restroscena del controllo delle società partecipate del Comune ed opponendosi ai tanti "cacicchi" della politica locale. In tal senso particolarmente eplicativo di una certa concezione della politica è il "paradossale diritto alla privacy" agitato a più riprese da consiglieri e amministratori delegati di tali società partecipate per opporsi alla richiesta di chiarimenti in materia finanziaria da parte del titolare dell'Assessorato (la cui sede tra l'altro è descritta come un "vero e proprio bunker assalito dai creditori del Comune").

Insomma, quello di Realfonzo si configura come un "case study" sulla tensione fra "politica e mera gestione delle risorse economiche", in una città in cui il consenso non si conquista con la buona amministrazione, ma con la costruzione di una vera e propria macchina di potere, che alimenta clientele e "potentati", che spreca denaro pubblico ed è incapace di programmi di ampio respiro. Un racconto peraltro intriso da una ironia amara e pungente al tempo stesso, come sottolineato proprio dal magistrato Raffaele Cantone che addirittura svela di aver trovato proprio nella lettura di queste pagine, la conferma delle sue perplessità nell'accettare la candidatura a Sindaco: "La spaccatura tra politica e cittadini che emerge dal racconto è inquietante e la sensazione è quella di una amministrazione costituita da cacicchi che difficilmente saranno messi in discussione dal successore della Iervolino".

Una Iervolino il cui ritratto è uno dei passaggi più significativi del libro, quello cioè di un politico la cui iniziale disponibilità al cambiamento, ad accettare le sfide proposte dall'assessorato Realfonzo, si trasforma ben presto in una sorta di "istinto materno" buonista e comprensivo nei confronti dei tanti, troppi, apprendisti stregoni della politica locale. Amministratori investiti in pieno dalla nuova questione morale, che spesso mettono in pratica scelte e determinano  indirizzi che, seppur si rivelano inattaccabili dal punto di vista giuridico – giudiziario (per la verità non sempre…), sono lo stesso da considerarsi aberranti da quello politico. "Quello di fronte a cui mi sono trovato dopo un po' di tempo", ammette l'economista napoletano, "è stato un vero e proprio muro di gomma. Eppure in fondo alcuni problemi hanno soluzioni semplici: quello che manca è la volontà, il coraggio di prendere decisioni drastiche" nei confronti delle clientele e dei gruppi di potere che circondano la politica napoletana, ma più ad ampio raggio anche quella meridionale e nazionale.

Un dibattito per nulla banale al quale ha partecipato anche Luigi De Magistris, il quale, partendo dall'analisi di alcuni passaggi del libro, ha restituito in poche parole l'immagine di una "gestione inquietante della spesa pubblica, una vera e propria lottizzazione, una economia inquinata che vede il lavoro come un privilegio ed è finalizzata solo alla creazione del consenso". Un De Magistris apparso determinato nel rilanciare la sua candidatura a Palazzo San Giacomo ("Realfonzo tornerà a fare l'assessore al Bilancio") ed invitare tutte le forze progressiste della città e della borghesia napoletana a sostenere una "vera e propria battaglia civile".

Insomma, un consesso di grande spessore culturale per un dibattito che si è infiammato poi nel finale, con gli interventi dalla platea a testimoniare del grande fermento che si respira in una città bisognosa in ogni caso di voltare pagina. Tra chi si chiedeva "quale sia il virus della classe politica" e "come possiamo controllare i nostri rappresentanti", tra chi invitava a "non generalizzare e non dimenticare i meriti della gestione del centrosinistra" e chi temeva "la possibile vittoria della destra dei Cesaro e Cosentino", la risposta brusca ma più significativa sullo stato d'animo di tanti intellettuali di lungo corso della società napoletana l'ha regalata Barbagallo (in risposta alle obiezioni di un "vecchio compagno", Trammacco): "Ma davvero noi che abbiamo condiviso la battaglia di Berlinguer sulla questione morale meritavamo di fare questa fine?".