Il termine per gli emendamenti al testo della direttiva che introdurrebbe negli Stati membri dell'Ue il salario minimo europeo scade il prossimo 11 maggio. La proposta di direttiva presentata lo scorso 28 ottobre dalla Commissione europea, in un contesto come quello della pandemia in cui il mercato del lavoro ha bisogno di essere rivitalizzato, assicurerebbe un reddito dignitoso a tutti gli europei. Servirebbe soprattutto a combattere il dumping salariale, migliorerebbe le condizioni dei lavoratori, che ovviamente avrebbero stipendi più alti, ma porterebbe anche dei vantaggi per le imprese, che potrebbero competere ad armi pari con quelle estere e non si vedrebbero costrette, come accade adesso, a delocalizzare (l'ultimo caso eclatante è quello dell'azienda farmaceutica Pfizer, che ha deciso di trasferire parte della propria attività in Romania, riducendo l'organico della sua filiale in Belgio).

"Il dumping salariale danneggia i lavoratori e gli imprenditori onesti, mette a repentaglio la concorrenza sul mercato del lavoro – aveva detto a settembre Ursula von der Leyenper questo faremo una proposta per un salario minimo in tutti gli Stati dell'Unione. Tutti devono avere accesso ai salari minimi o attraverso la contrattazione collettiva o con salari mini statutari, è arrivato il momento che il lavoro venga pagato nel modo equo".

Adottare un salario minimo europeo non significa naturalmente un salario uguale per tutti, ma la soglia minima verrebbe agganciata al livello di povertà di ogni singolo Stato. Il salario minimo era uno dei punti del Recovery plan italiano, contenuto in una prima bozza. Ma la misura, che però avrebbe riguardato solo i lavoratori che non rientrano nella contrattazione collettiva, quindi la minoranza (Nel nostro Paese circa l'80% dei lavoratori è coperto dalla contrattazione collettiva), è stata cancellata nella versione finale del piano.

Il M5s ha organizzato oggi pomeriggio un incontro con le parti sociali, a cui parteciperanno anche Cgil Cisl e Uil, Confindustria e Coldiretti, per un confronto sul provvedimento. Dopo l'evento, moderato da Tiziana Beghin, capodelegazione del M5s in Europa, verranno definiti gli emendamenti che i pentastellati presenteranno al Parlamento Ue alla bozza della direttiva, che potrebbe completare l'iter entro l'estate, dopo un passaggio alla Commissione lavoro e poi in plenaria.

La direttiva offre solo un quadro di riferimento: non impone infatti l'istituzione di un salario minimo nei Paesi che non lo prevedono, ma promuoverebbe l'adeguatezza e il rispetto dei regimi di salario minimo laddove esiste già, e spingerebbe gli Stati membri che non lo hanno ancora adottato ad assicurare l'applicazione delle retribuzioni minime previste dai contratti collettivi.

Secondo il M5s nell'attuale proposta della Commissione – il testo è arrivato lo scorso 22 aprile 2021 al Parlamento europeo, gli europarlamentari Dennis Radtke (PPE) e Agnes Jongerius (S&D) sono i relatori – viene lasciata troppa discrezionalità agli Stati membri: visto che i Paesi non sono obbligati a introdurre una base minima legale di salario minimo c'è il rischio che i lavoratori non coperti dalla contrattazione collettiva non vengano tutelati. Ma se la direttiva venisse approvata la normativa dovrebbe essere recepita in modo obbligatorio dagli Stati membri entro due anni: si avrebbe così automaticamente una convergenza verso l'alto dei diritti di tutti i lavoratori, pur senza intervenire sul livello dei salari.

"Il salario minimo europeo è una misura di giustizia sociale che aiuterà i lavoratori ad ottenere un salario dignitoso e le imprese ad evitare l’odioso dumping sociale che le penalizza in Europa. Il confronto con le parti sociali su questo tema è un appuntamento importante per difendere e far crescere il Sistema-Paese in Europa e terremo conto delle loro opinioni quando, il prossimo 11 maggio, presenteremo gli emendamenti alla bozza della direttiva", ha detto Daniela Rondinelli, europarlamentare del Movimento 5 Stelle.
"Secondo le regole e gli obiettivi europei non sarebbe stato possibile finanziare il salario minimo con il Recovery Plan, così come tutte le riforme degli ammortizzatori sociali. Inoltre, la prima versione del PNRR prevedeva l’istituzione del salario minimo per tutti i settori scoperti dalla contrattazione collettiva, che sono pochissimi e residuali. Nemmeno i riders sarebbero stati assimilabili visto che fanno parte del settore della logistica. Insomma, la montagna avrebbe partorito il topolino, noi invece scommettiamo nel successo della direttiva europea perché sarà vincolante per tutti gli Stati membri e quindi dovrà essere recepita obbligatoriamente anche dall’Italia superando le resistenze politiche di chi non ha a cuore i diritti dei lavoratori". 

"Il salario minimo europeo non serve solo per contrastare la povertà ma anche per combattere l’odioso fenomeno del dumping sociale – ha ricordato Tiziana Beghin – Salari più bassi, soprattutto nei Paesi dell’Est Europa, hanno avuto due ricadute pesanti sul Sistema Paese. In primis, ha falsato la competizione fra imprese perché quelle dell’Est Europa hanno beneficiato di un costo del lavoro decisamente inferiore rispetto a quelle italiane. Inoltre, ha impoverito il tessuto produttivo visto che questi salari bassi hanno creato la tentazione per alcune imprese di delocalizzare la propria attività trasferendola dove il lavoro costa meno. Un salario minimo europeo, rispettoso delle differenze nazionali, aiuterebbe dunque anche le nostre imprese a competere in maniera equa nel mercato europeo".