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Perché il diesel costa più della benzina: accise, tasse e scelte fiscali dietro l’aumento dei prezzi

Dal 1° gennaio il diesel è tornato a costare più della benzina, cosa che non succedeva da circa tre anni. Il motivo principale è il cambiamento delle accise deciso dal governo, insieme ad altri fattori tecnici che incidono sul prezzo finale. Ecco quali.
A cura di Francesca Moriero
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Negli ultimi anni gli automobilisti italiani si erano abituati a una certezza: il diesel costava meno della benzina. Una differenza che, anche se di pochi centesimi al litro, ha influenzato parecchio le scelte di milioni di persone, dalla semplice auto di famiglia fino ai veicoli da lavoro. Per questo motivo, vedere oggi il prezzo del gasolio superare quello della benzina ha sorpreso molti. Non si tratta però di un errore né di una fluttuazione casuale dei mercati: l'aumento del diesel e il contemporaneo calo della benzina sono infatti il risultato di decisioni precise prese dal governo, entrate in vigore dal 1° gennaio, che hanno modificato la tassazione sui carburanti. A queste si sono aggiunti altri fattori tecnici, meno visibili ma altrettanto importanti, come l'aumento dei costi legati ai biocarburanti. Il risultato è un'inversione storica: per la prima volta dopo circa tre anni il diesel è tornato a costare più della benzina. Una svolta che non riguarda solo il portafoglio degli automobilisti, ma che apre anche una riflessione più ampia su fisco, ambiente e politiche energetiche.

Cosa sono le accise e perché contano così tanto

Le accise sono tasse fisse che lo Stato applica sui carburanti; non dipendono dal prezzo del petrolio: vengono aggiunte "a monte" e incidono direttamente sul costo alla pompa. Dal 1° gennaio, con la nuova manovra economica, lo Stato ha deciso di:

  • aumentare l'accisa sul diesel
  • ridurre della stessa cifra quella sulla benzina

In pratica è come se il fisco avesse spostato un peso: ha tolto qualche centesimo alla benzina e li ha caricati sul gasolio. Il risultato è che oggi le accise su benzina e diesel sono uguali, entrambe a 67,26 centesimi al litro.

Un esempio semplice: se immaginiamo due bottiglie identiche, una di benzina e una di diesel, in passato lo Stato applicava una "tassa extra" più alta sulla benzina e più bassa sul gasolio. Oggi, invece, la tassazione è la stessa per entrambe, poiché il diesel partiva già da un prezzo molto vicino a quello della benzina, questo piccolo spostamento fiscale è stato sufficiente a farlo diventare più caro.

Non solo tasse: il ruolo dei biocarburanti

C'è poi anche un altro elemento che avrebbe inciso e cioè l'aumento del costo di miscelazione dei biocarburanti. Dal 1° gennaio è cresciuta infatti anche la quota obbligatoria di biocarburanti da mescolare ai carburanti tradizionali; questo ha fatto aumentare i costi di circa 1,5–2 centesimi al litro. È vero che, nello stesso periodo, i prezzi internazionali dei prodotti raffinati sono scesi più o meno della stessa cifra. Però questo calo non si è tradotto in un ribasso alla pompa, quindi l'effetto finale per i consumatori è stato nullo.

Perché colpire proprio il diesel?

Per molti anni il diesel ha beneficiato di una tassazione più favorevole rispetto alla benzina. Una scelta nata soprattutto per sostenere settori come il trasporto merci, l'agricoltura e, più in generale, chi percorre molti chilometri per lavoro. Con il tempo, però, questa differenza è stata sempre più criticata. Secondo il governo e diversi organismi europei, l'accisa più bassa sul gasolio rappresentava un vero e proprio "sussidio dannoso per l'ambiente": rendere il diesel più conveniente significava infatti incentivare l'uso di un carburante che, pur consumando meno, produce maggiori emissioni nocive, in particolare ossidi di azoto e polveri sottili, responsabili dell'inquinamento dell'aria nelle città. L'allineamento delle accise tra benzina e gasolio risponderebbe quindi anche a una logica ambientale: eliminare un vantaggio fiscale che spingeva verso una scelta più inquinante e orientare gradualmente i consumatori verso alternative considerate meno impattanti. Una scelta che, però, non resta confinata ai principi, ma produce effetti molto concreti sul piano fiscale e sul confronto internazionale. Gli effetti di questa decisione si riflettono anche nel confronto con gli altri Paesi europei. Dopo la riforma infatti:

  • l'Italia si ritrova con l'accisa sul diesel più alta d'Europa, un primato che pesa soprattutto su chi usa l'aauto o i mezzi a gasolio per lavoro;
  • sulla benzina, invece, il nostro Paese scende nella classifica della tassazione, passando dal terzo all'ottavo posto, collocandosi dietro a Paesi come Francia e Irlanda e appena sopra la Germania.

In sostanza, la scelta di intervenire sul diesel non sarebbe casuale ma il risultato di una strategia che intreccerebbe fisco, ambiente e politiche energetiche, che però si traduce in un aumento concreto dei costi per cittadini e lavoratori, con un impatto diretto e immediato sulla vita quotidiana di milioni di automobilisti.

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