Metto le mani avanti: sto facendo una fesseria. Perché discutere di un film avendone visto solo 3 minuti è sbagliato. È come leggere un articolo e fermarsi al titolo (e in quanti lo fate, disgraziati). Ho a mia discolpa due elementi per giustificare questo pezzo. Il primo è la massiccia campagna pubblicitaria per il film di Checco Zalone, "Tolo Tolo": inevitabili opinioni e polemiche quando i riflettori accesi sono così forti. Il secondo è relativo a Fanpage.it: mai avremmo pensato che l'articolo di un collega, peraltro vicedirettore di Fanpage.it, arrivasse a generare così tante reazioni sui social e in mail.

Il trailer di ‘Tolo Tolo' di Checco Zalone è razzista? No. Tra qualche giorno, quando il film sarà proiettato e noi rideremo e piangeremo nelle stesse due ore, ripenserete alle mie parole e mi darete ragione. Nel frattempo ragioniamo insieme. L'anticipazione del film di Zalone è una canzoncina, "Immigrato". Ci sono i due protagonisti del film, incentrato sul viaggio in Africa di un italiano massacrato dai debiti e inizialmente convinto che lì non se la passino poi così male (come qualcuno in Italia veramente si ostina a sostenere). La canzone è una parodia dei pezzi di musica leggera italiana, stile Adriano Celentano/Toto Cutugno. Il testo è una sequenza di luoghi comuni sui migranti messi uno dietro all'altro.
Per me l'effetto è meraviglioso, dirompente. Il razzismo strisciante o palese di certe idee è disattivato dal faccione ovale di Checco che già coi suoi "uomini sessuali" aveva fatto altrettanto qualche anno fa, quando in Italia non avevamo nemmeno le unioni di stato civile.

Dare ad un comico il peso di reggere il politicamente scorretto o corretto equivale a censurarlo nell'uno o nell'altro caso. Negli anni Settanta la sinistra extraparlamentare così come la destra nostalgica del fascismo riteneva che gli artisti dovessero essere per forza militanti e proporsi al pubblico in ottica militante (il pubblico però poi ascoltava pure il passerotto di Claudio Baglioni). Negli anni abbiamo imparato che non è così, fortunatamente. Un artista filtra la vita attraverso la sua sensibilità che può tranquillamente prescindere dallo stato di cose presenti, tanto per citare il buon vecchio Marx (non Groucho che pure ci starebbe bene). L'artista è libero per definizione: dargli delle istruzioni equivale ad imbavagliarlo.

Ordunque Checco Zalone può ignorare il becerume xenofobo dell'Italia di questi tempi? Si, può farlo. O può evidenziarlo e renderlo paradossale. Può estremizzarlo. Può ridicolizzarlo. Può perfino esaltarlo al punto da renderlo sublime e idiota, come un Chaplin che palleggia vestito da Hitler con un enorme pallone a forma di globo. Al comico tutto è consentito: egli ribalta la realtà, la distorce, la irride e poi si  inginocchia al potente facendogli pirulì-pirulà con uno sberleffo. Accade dai tempi del Canti carnascialeschi (che non a caso furono aboliti da quel pallosissimo di Savonarola) e continuerà a succedere. Datevi pace.

Altro fatto: l'Italia non ha un Bill Hicks (scommetto che molti di voi non sanno nemmeno chi sia, cercate su youtube) che mima l'assassinio di John Kennedy. Ecco: pensate ad un comico italiano che inscena l'assassinio di Aldo Moro. Possibile in Italia? Lo arresterebbero dopo dieci minuti.

Per questo motivo la politica che bacchetta il comico (come hanno fatto certe associazioni in cerca di visibilità) fa davvero piangere: è Zalone, al secolo Luca Pasquale Medici, a dover "educare" l'Italia al rispetto delle diversità che sono vita e ricchezza del nostro Paese? O egli deve semplicemente inscenare il suo personaggio di successo, l'ignorantone becero che fortunatamente poi viene messo sulla retta via da qualcuno (un figlio, la fidanzata, la sorte?), portando in scena la commedia che diventa favola?

Voglio fare un parallelo. In una delle sue commedie più riuscite, "Non ti pago", Eduardo De Filippo fa dire questa battuta al suo personaggio, Ferdinando Quagliuolo, ossessionato dal giuoco del Lotto:

«La vedi questa donna? La vedi? È stata la mia disgrazia. Spose e buoi dei paesi tuoi… ma se dovessi fidanzarmi un’altra volta me la prenderei africana. Razza inferiore!».

Don Ferdinando-Eduardo dice così. Dunque Eduardo era razzista? Niente affatto. Ho già avuto modo di scrivere altrove quanto segue:

Il proprietario del Banco Lotto è roso dal demone della scommessa: spende tutti i suoi soldi nel giuoco senza cavarne una lira. E siccome la moglie, la tagliente donna Concetta, non manca occasione di biasimarlo per questa sua costosa ossessione, egli esplode nell'ira e tira in ballo razza e la presunta inferiorità.

La rabbia incontrollata che nasconde altri demoni e genera mostri. Quale miglior modo per far capire quanto il razzismo quotidiano celi in realtà malesseri, paure e disagi di ben altro genere, trasformati nella cosa più facile, ovvero nell'odio di ciò che appare o che si ritiene di dover bollare come diverso?

Ordunque respiriamo. Aspettiamo il film. Speriamo in una risata, almeno una, che ridere è raro, è prezioso come oro in questi tempi cupi. Facciamo tesoro di quanto avvenuto in altri anni: quando Massimo Troisi fu tacciato di essere «troppo napoletano»; quando Roberto Benigni fu accusato di essere blasfemo. Quando Dario Fo, insignito del premio Nobel, fu irriso dalla critica, dall'Accademia. È proprio al re del grammelot, al nostro ultimo Nobel per la letteratura che va il ricordo. In quei giorni a difenderlo fu Lars Forssell, uno dei più geniali poeti svedesi. Lo fece da par suo, con versi di fuoco indirizzati ai critici, "Guardiani del buon gusto"  che mi piace dedicare oggi ai critici di Checco Zalone:

 Luthersson, Olofsson e Eriksson
la piccola colonna culturale del Svenska Dagbladet
vedono Dario Fo in un angolo del Pantheon
Un topo, un topo nella casa dell'arte!
così urlano in piedi sulle sedie
alzando tutti insieme le gonne