Pensioni, quanto si perde sugli assegni dal 2027: nelle simulazioni della Cgil fino a 35mila euro in meno

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Dal prossimo gennaio cambieranno le regole per calcolare le pensioni, con importi più bassi a parità di contributi versati ed età di pensionamento. Secondo le simulazioni della Cgil, la perdita può superare i 35mila euro nell’arco dell’intero pensionamento. Ecco quanto si perde con assegni da mille a 4mila euro al mese e chi sarà interessato.

Chi andrà in pensione dal 2027 riceverà un assegno più basso; secondo le simulazioni dell'Osservatorio Previdenza della Cgil, le riduzioni attese possono tradursi in migliaia di euro in meno. Succede perché il ministero del Lavoro, di concerto con quello dell'Economia, ha aggiornato a ribasso i coefficienti che vengono usati per determinare l'importo delle pensioni.

Per un assegno che con i coefficienti del 2024 sarebbe stato di 2mila euro lordi mensili, ad esempio, la riduzione sarebbe di circa 73 euro al mese. Sommando queste differenze nell'arco degli anni trascorsi in pensione, il sindacato calcola che la perdita complessiva potrebbe arrivare a circa 17.600 euro. Nei casi esaminati dalla Cgil si arriva fino a 35mila euro. Queste cifre non rappresentano quindi un taglio immediato, ma sono il risultato di simulazioni che considerano la durata del pensionamento e gli effetti combinati di due revisioni dei coefficienti, quella del 2025 e quella del 2027.

Perché dal 2027 le pensioni saranno più basse

I contributi versati durante la vita lavorativa vengono registrati in un capitale virtuale (il montante) che al momento del pensionamento viene moltiplicato per un coefficiente, determinando l'importo effettivo dell'assegno che si riceverà ogni anno. Questa percentuale aumenta con l'età: più tardi si smette di lavorare, maggiore è il coefficiente applicato e, a parità di capitale accumulato, più alta sarà la pensione. Questi numeri vengono aggiornati ogni due anni, tenendo conto soprattutto dei dati demografici, tra cui la speranza di vita.

Con il decreto del 16 ottobre 2026 il governo ha disposto un nuovo calo dei coefficienti. I nuovi valori entreranno in vigore il 1° gennaio 2027: ad esempio, per chi va in pensione a 67 anni, la percentuale utilizzata per calcolare l'assegno passerà dal 5,608% al 5,514%. Significa che, a parità di contributi accumulati, la pensione sarà più bassa dell'1,68% rispetto a quella calcolata con le regole del 2026.

I coefficienti vengono aggiornati ogni due anni. La nuova riduzione, che entrerà in vigore nel 2027, si aggiunge quindi a quella del 2025, i cui valori sono rimasti validi anche nel 2026. Confrontando i coefficienti del 2027 con quelli del 2024, la Cgil ha calcolato una diminuzione complessiva del 3,38% a 64 anni, del 3,65% a 67 anni e del 4,10% a 71 anni. Queste percentuali misurano soltanto l'effetto delle due revisioni, senza considerare gli ulteriori contributi che una persona può accumulare continuando a lavorare.

Quanto si perde con una pensione da mille a 4mila euro: le simulazioni

L'Osservatorio Previdenza della Cgil ha elaborato diverse simulazioni, illustrate da Ezio Cigna, responsabile delle politiche previdenziali del sindacato. I calcoli confrontano gli importi ottenuti con i coefficienti del 2024, del 2025-2026 e del 2027, ipotizzando che il lavoratore abbia accumulato gli stessi contributi e vada in pensione alla stessa età. Le riduzioni riguardano la parte della pensione calcolata con il sistema contributivo, che può coincidere con l'intero assegno oppure rappresentarne soltanto una quota, a seconda della storia lavorativa della persona.

Prendendo come riferimento un pensionamento teorico a 67 anni, così da confrontare gli effetti delle diverse revisioni mantenendo invariata l'età, un assegno di mille euro lordi mensili calcolato secondo le regole del 2024 scenderebbe a 963,48 euro con quelle del 2027. Si tratta di circa 36,50 euro in meno al mese, che diventano 475 euro all'anno, considerando anche la tredicesima. Nell'intero periodo di pensionamento preso a riferimento dalle simulazioni, la perdita raggiungerebbe 6.923 euro per gli uomini e 8.822 euro per le donne. Per una pensione da 1.500 euro lordi mensili, invece, la riduzione sarebbe di circa 55 euro al mese e 712 euro all'anno, con una perdita complessiva stimata in 10.385 euro per gli uomini e 13.234 euro per le donne.

Con un assegno iniziale da 2mila euro lordi si passerebbe a 1.959,81 euro del 2025-2026, fino ai 1.926,96 euro del 2027. In questo caso, la diminuzione rispetto al 2024 sarebbe di circa 73 euro al mese e 950 euro all'anno. Di questi, circa 33 euro mensili dipendono dalla sola revisione del 2027, mentre la parte restante deriva da quella entrata in vigore nel 2025. Sommando le differenze per tutto il pensionamento considerato nelle simulazioni, la perdita complessiva raggiungerebbe 13.846 euro per gli uomini e 17.645 euro per le donne.

La perdita in euro aumenta al crescere dell'importo della pensione, perché la riduzione è percentuale: a parità di età, la percentuale applicata è la stessa, ma produce una diminuzione maggiore sugli assegni più elevati. Con una pensione iniziale di 3mila euro lordi mensili, ad esempio, l'importo scenderebbe a 2.890,44 euro, con circa 1.424 euro in meno all'anno. Per un assegno da 4mila euro, invece, la perdita sarebbe di circa 146 euro mensili, quasi 1.900 euro all'anno. In quest'ultimo caso, secondo le simulazioni della Cgil, il totale raggiungerebbe 27.694 euro per gli uomini e 35.290 euro per le donne nell'intero periodo di pensionamento considerato.

La differenza tra uomini e donne non dipende da regole di calcolo diverse: i coefficienti sono identici. Cambia invece il numero di anni durante i quali si ipotizza che una persona riceva la pensione, perché le simulazioni considerano durate convenzionali differenti per uomini e donne. Più a lungo viene percepito l'assegno, maggiore è la perdita complessiva, dato che la riduzione mensile si ripete ogni anno. Si tratta dunque di stime costruite su ipotesi statistiche, non di una previsione di quanto perderà effettivamente ogni singolo pensionato.

Chi perderà soldi e cosa succede alle pensioni già in pagamento

Le nuove regole riguarderanno chi andrà in pensione dal 2027, mentre non comporteranno alcuna riduzione degli assegni già in pagamento. Inoltre, è importante distinguere tra i diversi sistemi utilizzati per calcolare le pensioni: per chi ha iniziato a versare contributi dal 1996, la pensione è generalmente calcolata interamente con il sistema contributivo, cioè sulla base dei contributi accumulati durante la vita lavorativa. In questo caso, i nuovi coefficienti incidono sull'intero importo.

Per chi ha cominciato a lavorare prima del 1996, invece, la pensione può essere calcolata con il sistema misto: una parte dipende dalle retribuzioni percepite negli anni di lavoro e un'altra dai contributi accumulati. In questo caso, la riduzione dei coefficienti riguarda solamente la seconda parte dell'assegno. Inoltre, i calcoli della Cgil non significano necessariamente che chi andrà in pensione nel 2027 riceverà meno di chi ha smesso di lavorare nel 2026. Chi non esce dal mercato del lavoro infatti può accumulare altri contributi e beneficiare di un coefficiente più alto perché va in pensione a un'età maggiore. La riduzione misurata dalle simulazioni riguarda quindi l'importo ottenuto a parità di contributi ed età di pensionamento.

Dal 2027 si andrà anche in pensione più tardi

Alla diminuzione dei coefficienti si aggiunge un'altra novità: dal prossimo anno aumenterà anche l'età richiesta per andare in pensione. Secondo le disposizioni recepite dall'Inps, il requisito ordinario per la pensione di vecchiaia passerà dagli attuali 67 anni a 67 anni e un mese nel 2027, per poi salire a 67 anni e tre mesi nel 2028, salvo le esenzioni previste per alcune categorie di lavoratori.

La Cgil critica entrambe le modifiche. La segretaria confederale Stefania Filetti ha denunciato il rischio di dover lavorare più a lungo per ottenere pensioni più basse; il sindacato chiede al governo di intervenire per consentire una maggiore flessibilità nell'uscita dal lavoro, tutelare chi svolge mansioni particolarmente pesanti e introdurre una pensione di garanzia per i giovani.

"La maggiore longevità è una conquista sociale", ha dichiarato Filetti, sottolineando che non dovrebbe tradursi in ulteriori sacrifici per i lavoratori. Le modifiche al sistema pensionistico sono tra le ragioni dello sciopero annunciato dalla Cgil per il 20 novembre.

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