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Pensioni, cosa succederà a Opzione donna e Ape Sociale nel 2024

Per la voce pensioni nella manovra il governo potrebbe avere a disposizione solo 1-2 miliardi. Escluso il superamento della legge Fornero, una delle possibilità che l’esecutivo Meloni sta vagliando è la fusione di due misure: Opzione donna e Ape sociale.
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A cura di Annalisa Cangemi
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La coperta per la prossima manovra è corta. Questo è il refrain che più spesso sarà ripetuto in queste settimane nei corridoi dei ministeri. Non lo ha nascosto neanche il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti, che al meeting di Cl a Rimini ha parlato di manovra "complicata". Una prima riflessione sulla manovra verrà fatta il prossimo lunedì, durante il primo Consiglio dei ministri dopo la pausa estiva.

Se si volessero soddisfare le richieste di tutti i dicasteri servirebbero oltre 40 miliardi, mentre per riuscire almeno ad accontentare la platea dei 13,8 milioni di lavoratori interessati dal taglio delle tasse in busta paga, servirebbero 25-30 miliardi.

Possibile fusione di Opzione donna e Ape sociale

Viste le scarse risorse a disposizione, dovrebbero essere confermate le attuali misure, senza il superamento definitivo della legge Fornero: Quota 103 per un altro anno- cioè la possibilità di andare in pensione anticipatamente raggiungendo i due requisiti entro il 31 dicembre 2023, e cioè 62 anni di età e 41 anni di contribuzione – Opzione donna e assegno minimo a 600 euro. La proroga di queste misure dovrebbe costare in tutto 1-2 miliardi. Non ci sarebbe spazio invece per la Quota 41, obiettivo di lungo periodo promesso dalla Lega, che consentirebbe di andare in pensione con 41 anni di contributi a prescindere dall’età.

L'anticipo pensionistico femminile, Opzione donna appunto, ha subito nel 2023 con il governo Meloni alcune modifiche, con l'introduzione di nuovi paletti che hanno ristretto le maglie. Per accedervi quest'anno bisognava avere un'età anagrafica pari a 60 anni (negli anni passati erano 58-59), ridotti a 59 anni con un figlio e a 58 con due o più figli; e un'anzianità contributiva pari o superiore a 35 anni. Possono usufruire di Opzione donna solo le caregiver, che assistono un coniuge o un partente di primo grado da 6 mesi; le invalidi civili al 74%; le lavoratrici licenziate o dipendenti di aziende in crisi.

La riduzione massima di due anni è prevista per le lavoratrici dipendenti o licenziate da imprese per le quali è attivo un tavolo di confronto per la gestione della crisi aziendale, anche in assenza di figli. In questo caso si può richiedere Opzione donna con 58 anni di età e 35 di contributi, maturati entro il 31 dicembre 2022. È stata richiesta fino ad ora da 170mila donne, le quali però hanno dovuto rinunciare a un terzo dell'assegno.

Un'ipotesi di cui si discute in questi giorni è che la misura finisca in soffitta nel 2024, e che venga assorbita dall'Ape sociale, l'indennità ponte introdotta dal governo Gentiloni nel 2017, e da allora rifinanziata ogni anno, per alcune categorie di lavoratori più in difficoltà (disoccupati, caregivers, invalidi civili con 63 anni e almeno 30 di contributi, ai quali è assicurata l'Ape sociale fino al raggiungimento dell'età per la pensione di vecchiaia, 67 anni).

Come ha scritto la Repubblica, visto che il governo sa di avere a disposizione per le pensioni 1 miliardo, al massimo 2, starebbe pensando di riconfermare un'Ape sociale, in scadenza a fine anno, un po' allargata, comprendendo anche la platea potenziale di Opzione donna. Oltre alle categorie fino ad ora previste per l'Ape sociale ne verrebbe dunque aggiunta un'altra, quella delle lavoratrici donne, che potrebbero ottenerla all'età di 60 anni, con un assegno un po' maggiorato, fino a un massimo di 1500 euro lordi.

L'Ape sociale già oggi prevede dei vantaggi per le donne: una riduzione dei requisiti contributivi pari a 12 mesi per ciascun figlio, fino a un massimo di due anni. Possono bastare quindi 28 anni di contribuzione, sempre però con 63 anni di età, come avviene per gli uomini. L'idea del governo è quella di abbassare l'età a 60.

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