Ve lo ricordate l'annuncio di Franceschini? Solo un mese fa, il 26 febbraio, il ministro dei Beni Culturali confermava le voci di quei giorni con un tweet e lanciava la riapertura dei cinema, teatri e sale da concerto. Qualcuno ci ha creduto? Eravamo alle porte della terza ondata – e si sapeva benissimo – lo dicevano gli scienziati, i dati a disposizione, la curva dei contagi che tornava a salire. Ma nonostante ciò sembrava tutto pronto: protocollo nuovo e regole nuove per la riapertura dei luoghi della cultura, fermi da ottobre. Oggi, però, è il giorno identificato da Franceschini e dal governo come simbolo della ripartenza del settore, la giornata mondiale del teatro. Anche oggi, però, così come la maggior parte dei giorni dell'ultimo anno, il sipario resta abbassato, il proiettore spento, la sala in silenzio.

I dati del bollettino quotidiano fanno paura: viaggiamo al ritmo di ventimila contagi al giorno e quasi cinquecento morti. I segnali erano chiari, si sapeva che saremmo tornati a questo punto. E allora perché dare speranze ad uno dei settori economicamente più colpiti dalla pandemia di Covid? Perché illudere decine di migliaia di lavoratori dello spettacolo, fermi praticamente da un anno. Le sale, riaperte alla fine del lockdown dello scorso anno, hanno lavorato solo i mesi estivi, senza vedere una ripresa vera. Senza potersi risollevare minimamente dai mesi di chiusure che hanno affossato ulteriormente un settore già in profonda crisi.

L'illusione della riapertura, tra l'altro, è durata pochi giorni: appena nove. Il 6 marzo entra in vigore il primo Dpcm dell'era Draghi, in cui è contenuta la misura che prevede la riapertura di teatri, cinema e sale da concerto dal 27 marzo in zona bianca e gialla, con un nuovo protocollo, posti limitati, biglietti online e distanziamento. Passano pochi giorni e ci si rende conto che la situazione sta peggiorando rapidamente: arriva un nuovo decreto, è il 15 marzo. La zona gialla viene cancellata fino – almeno – al 6 aprile. Le Regioni gialle diventano minimo arancioni e abbandonano l'idea di poter riaprire i luoghi della cultura. Ultima è stata la Sardegna che ha lasciato la zona bianca per tornare in arancione. Pensare ora di puntare ad una graduale riapertura dopo Pasqua è totalmente irrealistico, almeno fino a che i contagi e i morti non torneranno a calare e il piano vaccinale decollerà seriamente. La situazione è grave, e lo sappiamo.

L'annuncio di Franceschini e del governo sembra, oggi ancora di più, una presa in giro. E non serve. Serve invece una programmazione seria, serve portare il settore della cultura a riavere un ruolo centrale. Ma questo lo può fare solo la politica, con investimenti e un piano importante, non con gli annunci. La cultura, in Italia, non è una priorità del governo, è inutile girarci intorno, e non lo è stata neanche per i precedenti. Tanto che le chiusure di altri settori hanno infiammato il dibattito pubblico (e continuano a farlo), lo stop alla cultura che dura da ottobre no. A dimostrare il disinteresse generale c'è una crisi profonda che va avanti da anni e che non ha nessuna possibilità di invertire la propria rotta senza un intervento che riporti la cultura – il cinema, il teatro, la musica – ad avere un ruolo centrale nella società italiana. Perché c'è un'altra epidemia che corre veloce, e va avanti da anni: ogni anno chiudono decine di teatri, cinema e luoghi della cultura.