"Altro sbarchi, altri soldi. Non vedo l'ora di andare a processo per difendere l'onore del mio paese". Sono le parole pronunciate da Matteo Salvini questa mattina poco dopo il via libera da parte del Viminale allo sbarco nel porto di Pozzallo dei 32 migranti a bordo della nave Alan Kurdi della Ong Sea Eye.

L'ex ministro degli Interni, che all'epoca del primo Governo Conte si era salvato dal processo sul caso Diciotti grazie ai voti degli allora alleati del Movimento 5 Stelle, stavolta potrebbe non essere altrettanto fortunato. Il 18 dicembre scorso infatti il tribunale dei ministri di Catania ha chiesto al presidente del Senato l'autorizzazione a procedere per sequestro di persona nei confronti di Salvini per il blocco, lo scorso luglio, della nave della Guardia Costiera italiana Gregoretti, che a bordo trasportava 131 migranti tratti in salvo dopo un naufragio nel Mar Mediterraneo.

La richiesta di autorizzazione a procedere da parte dei giudici siciliani era stata fatta rigettando quella di archiviazione del procuratore di Catania Carmelo Zuccaro, secondo cui l’allora capo del Viminale aveva, come in altre circostanze, esercitato una prerogativa politica. Stavolta però lo stesso Salvini ha ammesso di rischiare fino a 15 anni di carcere per aver impedito per giorni alla nave della Guardia Costiera di sbarcare sul territorio italiano 131 migranti. Alla fine lo sbarco era stato autorizzato dopo una lunga battaglia politica e con la “promessa” della redistribuzione immediata dei migranti in 5 Paesi europei.

Ciò che più incuriosisce, tuttavia, è che i giudici contestano a Salvini di aver violato proprio il decreto sicurezza bis, da lui stesso fortemente voluto e approvato a giugno disponendo, tra l'altro, la possibilità di “limitare o vietare l’ingresso, il transito o la sosta di navi nel mare territoriale, salvo che si tratti di naviglio militare o di navi in servizio governativo non commerciale”. La nave Gregoretti è esattamente una nave militare, dunque non sarebbe stato possibile vietarne l’ingresso nel territorio italiano per via di una norma scritta da Salvini stesso e diventata suo cavallo di battaglia.